Tullio Gardini - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Tullio Gardini

Tullio Gardini
vive e lavora a Genova. Giovanissimo, è entrato nell'azienda famigliare, più che centenaria, di intermediazioni assicurative e, nel contempo, si è laureato in lettere con lode e diritto di pubblicazione (tesi: Galileo e gli scienziati liguri - relatore Luigi Bulferetti). Affiancando per lunghi anni lavoro e tentativi d'arte, nel 1988 ha fondato, e da allora ne è il presidente, l'Associazione Musicale "Johann Christian Bach" (lt www.bach.it) con la quale ha svolto in Italia attività concertistica. Recentemente (ottobre 2010) ha dato vita all'Associazione "ELEGANTIA DOCTRINAE" che permette svolgere attività musicale "non classica" (www.elegantiadoctrinae.it)
Ha pubblicato:
Quello che siamo (poesie, Edizioni Edikon, Milano 1966);
Poesie (Edizioni Studi e Ricerche, Catania 1970);
Note su gli scienziati liguri in rapporto con Galileo (Genova, La Berio 1975);
Un "lettore" di filosofia a Genova: G.B. Vittorio Mazzini (Genova, 1979);
Genova e Parigi: una missione diplomatica (Editions Slatkine, Gèneve 1981);
Una Compagnia di assicuratori a Genova (Genova, La Berio 1981);
Il tempo di Loto (poesie, Edizioni Liguria-Sabatelli, Genova 1987, pubblicate nella collana "Medium Coeli" diretta da Aldo Capasso);
Agosto (poesie, Le Mani Editore, Genova 2011);
Fillide & Geco (poesie, Le Mani Editore, Genova 2011);
Musico (poesie, Le Mani Editore, Genova 2013).
Racconti e poesie sono in diverse riviste e antologie italiane.

www.tulliogardini.it
https://www.facebook.com/tullio.gardini
Le Parole

Poesia e Musica: binomio inscindibile; ci afferra ad ogni istante per mano trascinandoci per le strade della vita.
Bisogna volerlo, però, – intendo essere trascinati – consapevoli che la polvere depositata, camminando, sulla nostra spalla, può essere soffiata via, fosse anche solo parzialmente, da Calliope ed Euterpe.
E’ quindi assoluto il rispetto che dobbiamo a entrambe: il nostro avere a che fare con loro sia non solo consapevole, ma soprattutto modesto, affinchè possa essere sempre ben accolto, portando a maturazione un "sentire" che appaia degno a tutte le specie, piuttosto che respinto, lasciando noi al margine di qualsivoglia sentiero, e lì rimanere.


Poesie

da "Il volo sulle Hogan"

I
Quale colore ha il nulla
quando s’adagia sulle mani protese
se perduto il rotolo delle pergamene
- scintillante tesoro
che racchiude cascate di parole non credute -
mi trovo fradicio sull’argine
di un Lete qualsiasi
fermo fra cardi spinosi,
e lo scompiglio di un’onda
cancella sull’orizzonte il navigare
che l’alchimia di un sogno
ancora prima dell’incontro ha indicato
anche i fiori sono lacerati sui prati
i fiori che non sanno d'essere appassiti.

XVI
Fosti di quercia foglia
vibrata sul leggìo del vento
lì passeggero, su te raccolto
è immobile soffio continuamente
disperso dal suo vagare cieco.
Quercia di un’estate trascorsa
impiantata sul labirinto dell’ignoto,
ha partorito fragile foglia
sensibile giaciglio a zefiro
nutrita e vaga sulla cantilena eterna
che mantiene infinito il sogno
tutt’ora non prosciugato
è il suo colore su cui invoco frescura
d’essere vivo.

XVIII
E’ un gabbiano e scivola la luce
traversando gli angoli dei palazzi
immobili confini, canta con stridore
il suo vivere quando scontra folate
di tramontana e carta sollevata alla rinfusa.
Lo seguo violentando anch’io ali consumate
al volo, fedele panegirico
plasmato a modellarne il flusso sul ricordo
divenuto fantasma al terminare dell’estate,
frenetico sbattere d’ali
sul feroce ricercare di un cibo introvabile.
E così sulla piazza
è un tuono la sua presenza, il grido
frantumato per il continuo volo
è scintilla spenta, il grido che è lanciato
e non sa dove:
l’abisso del suo cielo non gli inventa risposta
da consegnare al continuo infaticabile
bordeggiare.

XXIII

Il fulmine dalla pioggia richiamato
perché scacciasse il vento
sulla cuspide del luminoso faro
è esploso
sbriciolando tane e a disfatti
tuguri dando fuoco.
Ora vaghiamo
fatti di pietra e vestiti dell’odore
di paura se ci incombe ignota lo spruzzo
dell’onda, e il gatto malinconico
nemmeno starnutisce. E sappiamo
che d’inverno l’oscurato crepuscolo
incupisce i giardini, e la fiaba riprende
a recitare attorno alle colline
anche se attoniti alberi
non osano muovere ciglio
e i nidi sfasciati alla terra
s’impastano abbandonati dagli implumi.

XXXVI

Non più quieto il passo del pellegrino
quando solcati anfratti si fa profumo
e miele e medicina del gioco
vissuto, non scioglie sudore che inutilmente
morde il brancolare cieco
dell'irraggiungibile traguardo
così resto immobile
e seminata fra mani e pioggia
l’attesa del tuo vivere
vivo anch’io
vivo del morto
tempo che dalla radice come nodo
di resina il tuo sguardo
tramuta in scultura esangue.

XLI
Se avanti d’interrompere il viaggio
ti guardo cercandoti fra cespugli di menta
pescheti fioriti
contro le balze del giardino inventato
o rogge seccate dall’arsura dell’agosto
anch’esso concluso, fermata l’altalena
sulla quale non t’è piaciuto salire
rispondi e non mi dire né un verbo
ma neppure un taciuto sorriso
fossi un fiore marcito o sperduto
spruzzo di mandorlo mai raccolto
perché è il Silenzio che voglio
tu svanita.

XLII

Quando racchiudo le tue mani
mi guardi ma non accompagni
l'afferrata onda che si scioglie
sulle dita, il mio respiro fatica a rinnovarsi
sul fuggire degli occhi che hai voltati
già dal mattino. E' così che giochi
e non lo dici, ti sommergi nel vivere
sorreggendo il cane e un microfono
sulle labbra
ed io allora
ti racconto che è pioggia
la pioggia sui capelli franata tutti i giorni
sporcata dall'inferno di non poterti abbracciare
se immobile sul crepuscolo sei svicolata.

XLV
30 novembre 2012, notte
E' caduta la nebbia ieri sera
posata impenetrabile l'aspettavamo,
avvolge il pelo bianco, immalinconito
lui solleva lo sforzo ma le zampe fredde
non più sono morse dall'agguato,
il sole è tramontato, le tartarughe arrancano
sul volto del mistero e tutti i grilli
tacciono
tu tremi e non lacrimi
risposte, altro non sai – ora - e non vuoi
aprire al vento
non vuoi sentirlo lenire le pieghe
degli urli, che non ti sfiori
o laceri un sorriso
ed io frantumato
non so più disegnare il tuo viso:
l'ho intero dentro il pugno per deporlo
in giardino che sia vivo allo smembrarsi
del mio ceppo bruciato.

da "Musico" (*)

LA DEA
Entra polvere di ferro e non mordere
polpacci, qui è stesa una moquette di silenzio
perché tutti s’oda la preghiera scesa
dal fiume delle stelle, è in ascolto sempre
nell’angolo verde la più limpida goccia
sbalzata fra il truogolo
e il germogliare del rhyncospemum:
la porta della casa mai fu chiusa
e l’urlo del tuo soffio di dolore
è diesis di chitarra pizzicata fra le mie pareti.
Siamo cresciuti insieme
in tempi separati, congiunti dal comando
di un supremo nostro raccoglierci gli sguardi,
muta per non voler dire io, ad altri silenzi,
il mio silenzio nascosto per vent’anni - e tu
raccolto grumo di sporco hai temuto
lo sbandamento che t’insegna la pioggia
se cancella l’impronta dell’inseguita lucertola.
Entra, rimani e raccogli la chimica
pozione per le tue ferite e il pelo vomita
sulle tese mani per te riscattate, domani
dischiusi gli occhi potranno avere odore
umido di pianto.
E forse poi sapremo -
dimenticato il fischio del cuculo
e sopportato il tormento nelle vene - disegnare
un giardino di anemoni e la terrazza dividere
senza barriere fra tartarughe e compagni
di pena, cespugli di gardenie regalate
buganvillee fiorite e le indurite bende
dal siero macerate, spaginate dallo spazzino
schifiltoso che non canta al mattino e non raccoglie
per non lordarsi il viso.
Ospite luminoso
con me sarai il tempo dell'alloro
se a caccia alla farfalla risparmi il volo,
ed io ti infioro giorni rassegnati al fastidio
di consumare questo male d’inferno e se ti guardo
è fiamma di cera che scorgo tra vibrisse
e artigli placati, come il sorridere
al vento della mongolfiera.
Eccoti generato imperatore dell’estate
scaltro padrone della tua ombra
trascinata dolente, con l'ossa della spalla
dalla impervia collina risparmiata,
ladro del tempo per altri organizzato,
leggero di giudizio
soppesato fra un morso
e l’artiglio agganciato
alla mia pelle d’ametista,
la bava dell’odio
è sciolta dall’aroma d’amore
a te donato finché cullato ti fosse
qualunque gioco purché non fuggissi,
Musico
di carezze prodigo
pelo macchiato di goduto silenzio
abbracciato al rito che hai imparato
nuovo ad amare.
(*) Musico: gatto raccolto lungo la strada, in anni lontani e condizioni misere, dalla Dea d'ametista; curato senza tante alchimie ma con preciso solido amore: da allora padrone di se stesso.

da "Del darsi il Silenzio"


I
Ramificato come gli alberi
dai rami frusti sostegno di gazze
il Silenzio è capace urlare schegge
del niente vissuto, somiglia a rosa dei venti
raccosta sbuffi
la sua parola orfana ghermisce
improvvisa, esplode e non dà tempo
alla paura.
Silenzio nato dall'orgoglio d’amare
all’alba un gelsomino o la foglia
ninfea spalancata sull’acqua
che nulla raccoglie, non polvere
sollevata dal vento e dalla luce sminuzzata
perché distratta.

IX
Da quando seppellita la bussola
per gli inciampi sull’impazzito ago
nelle notti d’insonnia velenosa
le cavità dei crateri pensosi
sostengono sorrisi e ragni
dispiegando opaco un percorso al Silenzio
e si avvicinano i rintocchi delle falene
sgualcite sul rigido tombolo
gonfie e dure d'immobilità lucente

se mi guardi s’infiora
ancora l’ultimo squarcio del giardino
ove in vecchie rime coltiverò frammenti
di forsythia e gigli e diverranno le tue mani,
di marmo trasparenti
le tue mani vissute
per calcolare i secoli dei residui canti,
svanito l’impasto di tiorbe e letame
sulla musica del niente e il gioco dei dadi,
e infine poi smorzato il lume.

 
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