Siviglia - La Mia Poesia

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Siviglia

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Si può raccontare una città?
No, la si può solo sentire, respirare, vederne i colori. Occorre dilatare i pori e lasciar entrare, a frotte, le istantanee dei mille desideri che le abitano, degli infiniti dolori che si nascondono negli anfratti dei muri, negli stipiti delle porte socchiuse che lasciano intravvedere patii solatii e piante rigogliose che, nella penombra, tendono i visi al sole. Sole che non manca mai, splende e riscalda i cavalli che pazienti e rassegnati tirano le carrozzelle dei turisti che, invasati, affollano le piazze, numerose, abbacinati dalla calma e lentezza delle cose e delle persone: è il sole che agisce, convince che la vita può  essere anche questo  scorrere senza orologi, circondata da gente che tutto e tutti accetta, senza indifferenza, ma scostandosi un poco per consentire a ciascuno il circolo libero del respiro, quello che non deve rendere conto di sé. Il giorno sembra non debba finire mai, si pranza fino alle quattro del pomeriggio e si cena quando fa buio, alle dieci, mentre il fiume dal nome più poetico del mondo, Guadalquavir, scorre e  dice che lui c’è, qualsiasi cosa si possa pensare, lui c’è.  Assieme all’odore del pesce fritto dei ristorantini del barrio di Triana, solletica i vestiti e li fa ridere mentre la birra chiara, cerveza, apre autostrade impensate nella gola e bollicine di piacere che raggiungono la parte residua del cervello non del tutto succube dello spettacolo della luna, enorme, che illumina il ponte e il fiume e me, protagonista per un attimo della cartolina. Essere spugna, assorbire e lasciarsi essere per brevi istanti nell’intermittenza del pensiero, succhiare le polveri sottili e trattenerle a rilascio lento, di poi, nella ressa dei giorni a venire: questo è viaggiare. L’odore di sterco di cavalli e di tori stramazzati nell’arena a dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, l’insulso gioco della vita e della morte, ritorto nel rosso del sangue e nei costumi sgargianti del flamenco, le lunghe gonne ricciute, a balze, e i sorrisi dei ventagli, abanichi colorati, vezzosi, ammiccanti come farfalle sorprese nell’amplesso serale. Gli azzurri intensi delle maioliche decorano gli androni dei palazzi, magnolie giganti si riposano nel giardino di Murillo, al centro della città paese, silenziosa nel meriggio, mentre gli uccelli salutano i galeoni partenti per la missione di morte, per gli ori e gli argenti che decorano le chiese e grondano ancora il sangue degli innocenti; per questo suonano le campane, per questo la Giralda ancora svetta. Que es pimiento? Es pimiento, e così leche o zumo o melacotons, la lingua rivela il mondo come i cibi ricoperti d’oro giallo, olio leggero, granita lemon, sangria. Basta poco per spremersi l’anima, basta essere disposti a sedersi sui gradini di una chiesa a chiedere perdono per gli istanti non vissuti, tanti, troppi, lasciati scivolare via.
                                                                                                           Franca Massaiu

 
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