Roberta Lipparini - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Roberta Lipparini




Roberta Lipparini

Scrivo da sempre, però, a parte la pubblicazione di mie poesie giovanili all'interno di un'antologia del 1984, Spiragli 6, sono soltanto pochi anni che sono entrata nel mondo della poesia e della editoria.  Con la casa editrice Mondadori ho pubblicato due libri di poesie per bambini, entrambi nella collana Sassolini oro:
-"C’è un posto accanto a me. Poesie per una scuola senza barriere", nel 2013
-"Credi come me. Poesie per una scuola senza pregiudizi", nel 2014
Inoltre, proprio adesso, sto proponendo ad alcuni editori la pubblicazione una mia raccolta di poesie: "Io ce l’ho un amore".
Scrivo. Scrivo sempre.
Alcuni miei testi sono apparsi sulle seguenti riviste cartacee:
- Illustrati
- Le Voci della Luna
e su blog e riviste letterarie on line
- Versante Ripido
- Larosainpiù
- TaglioDiLama
Sono presente in queste antologie:
- "100 thousand poets for change" (2013)
- "Verba Agrestia" (LietoColle edizioni – 2013)
Alcune poesie sono state segnalate al premio letterario Renato Giorgi 2013.
Partecipo con assiduità alle serate di lettura organizzate dal gruppo 77, di cui faccio parte dal 2013.



LA SORPRESA
Lei aveva circa vent'anni e lo amava con dedizione assoluta.
Fiducia nel loro futuro, certezza del bene.
Disposta a tutto per lui.
Aveva vent'anni ed era la sua prima vacanza con un uomo, con un amore.
Per il viaggio in nave aveva comperato apposta un vestito nuovo. A fiori, che le lasciava scoperte le braccia magre e le lunghissime gambe.
Dimenticava persino la sua paura del mare, quando abbracciati nella cabina lei gli dava tutto di sé.
Durante il viaggio di ritorno, una volta sbarcati, diedero un passaggio a un ragazzo conosciuto a bordo e lo ospitarono per una notte a casa, per consentirgli una sosta prima di proseguire. Per dove non importa.
Quella notte, nel loro letto, lei era ancora così felice, così follemente innamorata.
La stanchezza del viaggio inesistente. Lei già nuda, pronta a darsi. Vent'anni aveva, figurati.
Dopo i primi baci, lui si alzò un momento e uscì dalla stanza, dicendo "Aspetta, ti faccio una sorpresa".
Lei aspettò, tra le loro benedette lenzuola, già sognandolo.
Cominciò a non capire più niente, quando furono in due a rientrare nella camera. L'amore suo e l'ospite.
Sorridevano, erano nudi entrambi.
L'ospite si avvicinò. Erano chiare le sue intenzioni.
Capisco il suo totale annichilimento: lei semplicemente non capiva. Non era in grado di decifrare ciò che stava accadendo.
Con sguardo di pietra interrogava il suo amore.
L'ospite era lievemente imbarazzato. Chiese se potevano restare soli, lui e la ragazza. Si sarebbe sentito più a suo agio.
Con sguardo di sale lei implorò il suo amore.
Ma lasciandole quel dono di morte, lui uscì dalla stanza.  
Il seguito non ha molta importanza.

LE API
Era giugno sulla spiaggia.
Sotto l'ombrellone un padre e una bambina. La bambina aveva 6 o 7 anni mi pareva.
Chissà perché quell'estate, su quel tratto di spiaggia, c'erano tante api.
Davvero tante, persino io ne ero infastidita.
La bambina, lo vedevo, ne era addirittura terrorizzata.
Papà, ho paura
Non devi avere paura. Non ti fanno niente.
Papà, mandale via
Il padre cominciava a innervosirsi. Qualcosa non andava per il verso giusto.
Piantala.
Papà, ho tanta paura.
No, tu sei una cretina. Hai paura della paura.
La bimba semplicemente iniziò a piangere. Quasi non si muoveva per il timore.
Ma il pianto non era previsto in quella mattina di vacanza.
Lui cominciò a gridare, la prese bruscamente per un polso e la portò verso riva, mentre lei piangeva cercando di non piangere.  
Stettero lontani per qualche minuto. Io li persi di vista.
Tornarono dopo alcuni minuti.
Lui, il volto teso. Lei il segno di un morso sul braccio.  
Il segno di un morso sul braccio.
Tornarono a sedersi sotto l'ombrellone. Sotto il sole. Tra le api.

I PANTALONI
Li aveva visti in una vetrina e le piacevano moltissimo.
Se fosse riuscita a mettere da parte i soldi necessari entro una settimana,
avrebbe potuto comprarli e indossarli il giorno del loro prossimo incontro.
Era così giovane che dovette chiedere i soldi alla madre. I suoi risparmi non bastavano. Aveva appena diciannove anni.
Non erano tanto i pantaloni verdi, a righe... ma l'idea di presentarsi così bella a lui.
Quando lì provò nel camerino del negozio si sentì felice ed orgogliosa. Le stavano a pennello.
E felice ed orgogliosa durante il viaggio in treno, per raggiungerlo.
Avevano il pomeriggio libero, tutto da passare insieme.
Lui la portò in un negozio, le fece provare e indossare una gonna scelta da lui.
Volle che la tenesse addosso.
I pantaloni erano in un sacchetto adesso.
E lui disse. Buttali, che sono orribili.
E lei prese il sacchetto. E lo buttò nel primo cestino della spazzatura che incontrarono.

LE NOCI
L'ho visto anche io quell'albero di Natale.
Ad ogni ramo lei ha appeso un guscio di noce, svuotato con cura e pazienza.
Dentro ad ogni guscio ha messo un bigliettino su cui lei stessa ha scritto alcune parole.
Quelle che avrebbe voluto sentirsi dire.
"Ti chiedo perdono per quell'appuntamento a cui non sono venuto"
"Ti lascio un abbraccio perché sono lontano"  
"Mi manchi e vorrei dirtelo almeno una volta"
"Verrò a prenderti un giorno e ti porterò via".
E in ogni noce, un petalo di rosa.
Tante noci poi sigillate con la colla e appese ai rami di un piccolo albero di natale.
Tanti biglietti scritti da lei e da lei firmati con il nome della persona da cui avrebbe voluto riceverli.
L'albero delle parole non dette.
Delle parole la cui mancanza provoca dolore.
Mi ha detto che la notte del 31 dicembre, aprirà le noci e fingerà che quelle parole vengano finalmente pronunciate.
E se la finzione sarà abbastanza convincente, forse, sarà un capodanno meno triste degli altri.

IL TRENO
Dalla sua camera da letto, ogni sera sentiva litigare i suoi genitori.
Sentiva le urla, temeva i colpi, temeva che la porta della sua stanza si spalancasse e ci fossero botte anche per lei.
Ogni sera pregava: "Dio, ti prego, falli smettere! Falli smettere!".
Il litigio finiva sempre nello stesso identico modo.
Il padre gridava: "Basta! Vado a buttarmi sotto al treno!" e usciva sbattendo la porta.
La bambina allora cambiava preghiera: "Dio, ti prego, fa che non si butti sotto il treno"
E restava sveglia. Ogni notte. Piena di paura. Fino a quando non sentiva il padre rientrare.
Ogni sera. Ogni santa sera.

COSTRUZIONE DI UN ADDIO
Ogni volta che uscivano dalla casa si separavano.
"Da che parte vai?".
Sempre. Lui a sinistra o a destra, a seconda di dove aveva parcheggiato.
Lei a sinistra, verso l'autobus. O a destra, se decideva di tornare al lavoro a piedi.
Sempre. Ogni volta. Per due anni. Uscendo dalla casa che non era la loro casa.
L'ultima volta fu appena diverso.
"Da che parte vai?".
"Da nessuna. Resto qui. Oggi voglio vederti andare via".
E lei si sedette lì, a terra, sugli scalini fuori dal portone.
Lo vide andare, a destra questa volta, raggiungere la moto, infilare il casco. Accendere il motore. Allontanarsi.
Lei rimase sul gradino, anche se era piuttosto freddo.
Accese l'MP3, accese una sigaretta e pianse finalmente tutto quello che aveva da piangere.
Si sarebbero rivisti certamente.  
Ma lei stava cercando di costruire un addio.

IL CAFFÉ
Il 24 dicembre, come ogni anno, andrà a bere un caffè  
nel bar dove lui entra ogni giorno con un'altra.
Alla stessa ora.
Non si farà notare. Non la noterebbero comunque.
E' il suo modo per passare la vigilia con lui.
Il tempo di un caffè.
Guardandolo.
E' una miseria come un 'altra.
Una felicità come un'altra.
Niente da dover giudicare.

MANI D’ARGENTO
Papà andava in fabbrica.
La sera mi mostrava le mani.
Il suoi palmi, le dita... scintillavano.
Non mi accarezzava mai lui.
Neanche io la facevo.
Ma c'era quel rito serale:
con le pinzette e la delicatezza di una bambina
gli toglievo ogni scheggia di alluminio
che gli si era conficcata nella pelle durante il turno alla catena di montaggio.
Procedevo lentamente, per fare durare di più quel nostro contatto.
Alla fine, le sue mani non luccicavano più.
Avevano perso ogni magia.
A cena avrebbe bevuto. Per dimenticare tutto quello che poteva dimenticare.
E la mano sarebbe stata pronta.
Avrebbe colpito me, mia sorella o mia madre.
Senza più alcun incanto.

PERDONAMI SAI?
Mi dispiace nonno. Infango la tua memoria?
Eppure mi ricordo la tua cantina.
Ci tenevi le bottigliette di gazzosa.
E quando venivamo a trovarti, ci portavi giù a prenderle.
Ti piaceva toccare le bambine.
Con quante l'hai fatto?  
Penso che tu abbia iniziato dalle tue.
Penso che tu abbia iniziato dalle tue figlie.
E poi a seguire...
Ma non bisognava dirlo.
Mio padre ti avrebbe spaccato la testa se l'avesse saputo.
E bisognava proteggerti nonno.  
Nascondere il tuo piccolo gioco, il tuo piccolo vizio.
Si sussurrava... "che i maschi di casa non lo sappiano, che succederebbe un disastro..."
Adesso ti ricordo sorridente, un po' sdentato, davanti ad un bicchiere di vino.
Mi dispiace tanto nonno mio. Che ti volevo persino bene.
Eri un gran bastardo.

COMPITO IN CLASSE
Il titolo del tema era: "Parlate dei vostri genitori".
Non ero abbastanza grande o smaliziata, per capire cosa dovessi fare.
Immagino ora che avrei dovuto scrivere una descrizione fisica, parlare del loro lavoro.
Almeno inventare qualcosa: giochi insieme, vacanze.
Ma io avevo fiducia assoluta nella mia maestra, un vero affetto, e un bisogno forte di aprirmi, di raccontare.
Così scrissi in bella calligrafia tutta la verità: gli insulti, le liti, le botte, i soldi che non bastavano ad arrivare a fine mese.
Consegnai i fogli alla maestra, come un dono, come una richiesta, come una voce sottile.
Passarono pochi giorni e una sera, a casa, papà mi sventolò quei fogli davanti alla faccia.
Aveva la faccia scura delle brutte occasioni

LE POSATE
Lo facevo spesso la sera, trai 14 e i 16 anni penso.
La sera tardi, quando i miei genitori erano già a letto.
Andavo in cucina, aprivo il cassetto delle posate e facevo un sacco di rumore, spostando e rovistando tra cucchiai e forchette.  
Pensavo: "Loro capiranno che sto cercando un coltello. Penseranno che mi voglio ammazzare. Si alzeranno dal letto e correranno in cucina ad abbracciarmi, a pregarmi di non farlo, a dirmi quanto mi vogliono bene.
Ma non accadeva niente.
Dopo un po’, chiudevo il cassetto ed andavo a dormire anch’io.

CARO PIERO...
Caro Piero,
io sto bene. cerco di imparare tutto quello che devo.
Mi sento un po' sola, ma durante le feste sono sempre un po' gelosa della felicità degli altri.
Dei viaggi tra innamorati, dei loro abbracci davanti alle stelle, del loro riscaldarsi reciproco, queste cose qua... (e le letterine dolci, le parole, le promesse...)
Sottolineano un po' le mie mancanze.
Ma sto buona. Sto quieta. Cerco di imparare il distacco da queste cose. A pensare ad altro. Scrivo. E, naturalmente, piango un po'.
Ma va bene così. Devo imparare a non badare troppo a me stessa. A guardare la bellezza degli alberi anche da sola.
Tanti cari auguri anche a te.

L'AGO
Sapevo tutto per bene.
Saresti partito per le vacanze con lei.
Sapevo che non dovevo essere gelosa.
Io ero un angolo. Uno scampolo nella tua vita.
Una nota a margine.
Pensavo solo al tuo bene.
"Buon viaggio. Abbi riguardo di te. Riposa.
Ti auguro splendidi paesaggi e fiumi e tanti colori di cielo.
Non importa nemmeno se non mi penserai.
Fai solo attenzione"
Ero una nota a margine
e l’avevo imparato per bene.
E' arrivato il giorno della tua partenza.
Sono stata calma, quieta.  
Per giorni e giorni. E settimane.
Proprio come dovevo.
Proprio come avevo imparato.
Poi, una notte, un pensiero mi ha svegliato.
Come un ago piantato nel cuscino.
Non mi avevi detto "ciao" prima di andare via.

STAMMI BENE
Così mi lasciò: "Ciao. Stammi bene".
Se non avesse scritto quella particella,  
forse me ne sarei fatta una ragione.
Invece mi aggrappai a quel "mi".
Quelle due lettere mi confusero.  
Perché non sapevo se fosse un caso
o un'intenzione.
"A me?... Per me?..."
Allora promisi che sì, sarei stata bene.
"Per te" non glielo dissi. Per prudenza.

LE NECESSITÀ DELLA RAGIONE
Qualcuno glielo doveva dire.
Qualcuno che le volesse bene la doveva avvisare.

Che "quello" stava con lei solo per portarsela a letto.
Che un giorno poi si sarebbe persino stancato e l'avrebbe scaricata.
Che lui non avrebbe mai lasciato la sua donna per lei.
Che non era un amore, ma una squallida storia.
Qualcuno doveva aprirle gli occhi.
Spiegarle che quel suo amore, amore non era.  
Qualcuno doveva farle capire  
che quell'unica cosa per cui lei viveva, era tutta una bugia,  
che la smettesse di illudersi.
Che la piantasse con quel sogno fasullo che lei sempre sognava.
Bisognava farle capire che quella sua unica felicità era un inganno.
Qualcuno, per il suo bene, glielo doveva dire.
Una sera, un amico, il suo migliore amico, glielo disse.  

Lei ascoltò.
Qualcosa forse capì.
Le si spezzò il cuore.



 
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