Qualche Parola su Pascoli - La Mia Poesia

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Qualche Parola su Pascoli

Qualche Parola su Giovanni Pascoli

Ora non pensate male… non voglio tenere nessuna lezione di storia o critica letteraria, non ne ho la competenza… e poi, sinceramente… non ne sono neanche capace. Voglio solo parlavi di Pascoli nel modo più semplice che conosco, in modo da riuscire a spiegarvi perché il Pascoli, il mio Pascoli… sia diventato oggi… -se non proprio il poeta più importante- sicuramente tra quelli che più mi ha appassionato al gusto della parola “potente”… che unita, od opposta, riesce a dire molto di più del significato letterale che contiene.

Leggevo Pascoli quando nel crepuscolo cercavo qualcosa di sicuro, qualcosa che mi legasse ad un mondo più stabile che mi facesse smettere di girare a vuoto. Un mondo alternativo e creativo, come quello dell’infanzia, che ogni giorno, per sfida o per paura, attraversava l’ignoto per tornare poi indietro, con i gesti e i sussurri imprevedibili che le cose lasciano cadere.

Leggevo Pascoli quando ero malinconico e volevo rimanere da solo in quell’ombra luminosa, che solo la poesia, la sua poesia, sa dare. Quell’ombra che il sole ti allunga davanti e ti fa staccare dal peso che i conflitti conficcano dentro la ragione.

Il registro linguistico delle sue poesie era apparentemente ingenuo, ma nascondeva, dietro quella retorica e quello stile elementare, una rivelazione nuova… che concepiva la poesia come segreto, come necessità imprecisata, che l’animo al di là delle apparenze non riusciva più a trattenere.

Leggevo Pascoli invece di ascoltare Guccini… imparando dalle sue parole cosa non si può fare… e cosa invece occorre fare per tenersele dentro… e farle parlare da sole. Una poesia, una bella poesia… e anche questo silenzio irreale che dentro di te canta.

Una canzone, una bella canzone, questo non lo sa fare, anche se è di Guccini.

Una canzone, anche se bella e leggera più dell’aria, non sa, nel soliloquio dell’anima, fissare la solitudine dell’esistenza umana, che come un aratro abbandonato, continua a scavare nell’autunno crudele, la maggese infossata della matura malinconia.

“ Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.”

I poeti come Pascoli riescono a fare questo, ti fanno sentire male riuscendo a farti toccare l’eccesso di quei sentimenti che non conosci e non vedi, ma che profondamente, dentro di te, senti.

La poesia più bella è questa… qualcosa di non impegnativo che con voce chiara parla a tutti i cuori solitari… a tutti quelli che la vogliono ascoltare per difendersi dall’assedio del mondo… e che seppure non afferma niente di certo e di assoluto… ti aiuta a stare meglio… e forse… – ma anche qualcosa di più di forse - a scioglierti da te stesso, riuscendo così a farti trovare veramente qualcosa di tuo, qualcosa di nuovo da indossare, che ti fa sentire il mondo… un po’ migliore.

 
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