Paolo Bassi - La Mia Poesia

La Mia Poesia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Paolo Bassi







Paolo Bassi




Sono nato a Bologna e ho 56 anni … però! …
Vivo a Castel San Pietro Terme e lavoro come fotografo presso l’Università degli Studi di Bologna, realizzo foto e filmati in sala operatoria e seguo il settore strettamente legato all’immagine. Relativamente alla scrittura, che poi è l’argomento che qui interessa, posso dire che, fin da ragazzo, ho sempre odiato sia leggere che scrivere, ma poi, si sa, col tempo le cose cambiano. Scrivo principalmente racconti, un po’ perché è una forma di scrittura che amo molto e che sento vicina al mio modo di comunicare con gli altri e un po’ perché, probabilmente, non ho troppo tempo da dedicare a progetti più ampi. Non esco da casa senza un libro in tasca e senza essermi ripetuto ciò che disse Pavese, che "la lettura è una difesa contro le offese della vita". Per non isolarmi nella mia torre d’avorio collaboro con librerie, biblioteche della mia zona attraverso commenti, recensioni e incontri organizzati per la diffusione e il "sostentamento" della parola scritta. Sono riuscito a realizzare il mio progetto della pubblicazione di un bimestrale dedicato alla scrittura nel quale pubblico (a spese mie) racconti, poesie e altri articoli sempre legati all’ambiente:
www.ingresso-libero.com
Ci sarebbero altre cose interessanti, ma la biografia doveva essere breve, quindi …
Vedremo.







A pensarci adesso




D
i lì a poco avrebbe compiuto centodue anni. Per lui vivere era diventata una specie d’abitudine. Non avrebbe mai concepito l’idea di svegliarsi una mattina e non riuscire ad aprire gli occhi. Il buio lo infastidiva, gli faceva paura.
Aveva le sue idee e le sue convinzioni e le sosteneva con un metodo personale, antiquato, se vogliamo, ma efficace, qualche acciacco, certo, pochi denti, la pressione alta e una nipote che era nata nel suo stesso giorno, ma ottant’anni dopo.
Non lo chiamava nonno e neppure il mio vecchio, muffa, diceva lui, puzzavano di muffa e di crisantemo e certi odori ad una certa età portano sempre sfiga. Sfiga era un termine giovanile che, a centodue anni, apprezzava molto.
Lei si vergognava a chiamarlo Celeste, il suo vero nome, e da qualche anno l’aveva battezzato Digèi: "…ragazzi non avete idea della musica che mi fa quando rientro tardi alla notte…" diceva agli amici "…una discoteca diventa un oratorio di fronte a lui…e Celeste? Il Digèi!"
Sparito così il nonno nacque Digèi.
A lui andava benissimo anche perché sentiva in quel soprannome qualcosa di giovanile, avvertiva un’influenza americana, quindi un senso di modernità, in fondo, poi, la seconda guerra era finita solamente da poco più di cinquant’anni e non ultimo, quel Digèi era uscito dalla bocca di Angela, il suo Mirtillo, sì, perché Angela era diventata Mirtillo ben prima che Celeste fosse Digèi.
Lo diventò quel giorno che accompagnarono i suoi genitori in quel lindo, tranquillo, eccetera cimitero di campagna dopo l’incidente. Lindo e tranquillo finchè vuoi, ma sempre morti erano.
Angela in braccio a Celeste, le gote viola dal freddo invernale e fu per sempre il suo Mirtillo.
Dolcissimo, ma ottant’anni di differenza si sentono sempre, soprattutto adesso che Digèi batte Mirtillo per centodue a ventidue.
Per quanto frasi del tipo "…quando ero giovane io, certe cose…" oppure "…sono cazzate Digèi, i tempi sono un po’ cambiati…" fossero all’ordine del giorno, si era instaurata tra loro una complicità che raramente si poteva trovare tra coetanei.
Mirtillo studiava filosofia all’università e riusciva a guadagnare qualcosa dando lezioni private a qualche zuccone di famiglia danarosa, come diceva Digèi, aveva un piercing all’ombelico e un piccolo ideogramma cinese tatuato dietro alla spalla, Digèi in compenso portava da novantanove anni un’anellina d’oro all’orecchio sinistro.
Ognuno il proprio lessico, ma rarissima una cena da soli.
"Questa sera esco con i ragazzi" oppure "Vado al cinema con Francesco", frasi che non erano complete se non veniva aggiunto "dopo cena". Digèi non usciva mai "dopo cena" e non voleva assolutamente che, in quelle occasioni, Mirtillo perdesse tempo per lavare i piatti: ne aveva lui di tempo! Raccontarlo sembra impossibile, però era così.
Nonostante i centodue, Digèi quasi ogni giorno faceva le sue passeggiate e, con la scusa del pane fresco e morbido o di qualcos’altro che poteva mancare in casa, incontrava i suoi amici, ragazzini che andavano dai settanta ai novanta e trascorreva chiacchierando un paio d’ore in compagnia.
"Sei ancora vivo, Celeste?" Era in genere la domanda d’apertura.
"Angela come sta?" Digèi e Mirtillo erano una questione privata, per lui un segreto e un tesoro inestimabile.
"Sta bene, sta bene! Un decimo della sua grinta per tutti noi e salteremmo i fossi per la lunga!"
"Oh, Celeste, sai chi è morto?" Col braccio sinistro troncato all’altezza del gomito, una mina raccontava sempre, e l’andatura sbilenca verso destra quasi il braccio buono lo appesantisse di più da quella parte, Varisto leggeva tutti gli annunci mortuari appesi lungo le strade o sui quotidiani, un po’ come tutti i vecchi, ma per lui era quasi una missione, un obbligo per vedere se in quell’estrazione fosse uscito qualche numero vicino e sperare che nessuno leggesse mai il suo.
Una toccata di palle collettiva ed erano pronti per ascoltare la notizia.
Quel giorno era morto Mario che guidava i camion nella Prima Guerra … che poi ha fatto i soldi con le balle di stracci e i vestiti che venivano dall’America, dai, è possibile che non te lo ricordi, poi suo figlio si è mangiato tutto con i due ristoranti che sono andati male e aveva anche l’unica nipote che adesso si droga …
"Beh, finalmente è morto, così non ci pensa più".
La "…nipote che adesso si droga…" aveva infastidito molto Digèi.
"Devo andare. Vi saluto. Gino dì a tuo figlio che uno di questi giorni mi venga a vedere il rubinetto del bagno. Perde".

"Sono qua, Digèi. Oggi pomeriggio non ho lezione, ti va di portare un fiore al cimitero?"
Non li aveva neanche conosciuti i suoi genitori, ma era come se ne avvertisse costantemente la presenza. Digèi ne aveva sempre parlato e Mirtillo aveva sempre voluto sapere, forse perché nel nonno, e in quei momenti Digèi era il nonno, vedeva quelle due persone che non aveva mai potuto abbracciare.
Una lacrima scese lungo la gola di Digèi, sì, lui piangeva dentro: fuori doveva essere uomo e anche se i vecchi hanno la lacrima facile, lui vecchio non si sentiva. Era Digèi, non il vecchio.
Quel cimitero lo riportava indietro di vent’anni, si ricordava tutto, tutto ciò che era successo, i fatti come erano andati, ma le immagini, le figure, quelle no, gli sfuggivano, non erano più nitide; sarà stata l’età, si diceva, oppure era lui che le aveva cancellate, spente sul suo televisore, una trasmissione che non era più in onda.
A braccetto. Chiacchieravano. Lui si chiedeva come mai una ragazza così giovane e bella, sì, perché Mirtillo era proprio bella e non solo perché era sua nipote, potesse godersi un pomeriggio intero in sua compagnia piuttosto che andare in giro con qualcuno di quei suoi amici variopinti e un po’ scombinati e lei si chiedeva come poteva godersi lui, a centodue anni, lo stesso pomeriggio intero ascoltando discorsi e anche problemi a quasi un secolo di distanza dai suoi.
Però funzionava.
Digèi toglieva le foglie in più nei fiori, lei andava a cambiare l’acqua nel vaso, una carezza e un bacio sulle foto, poi verso casa, con calma, rifacendo il vialetto del cimitero, qualche centinaio di metri di statale, la piazza del paese e la cena era quasi pronta.
Digèi non le aveva mai chiesto nulla sulla sua vita sentimentale, un po’ perché era certo che a Mirtillo non avrebbe fatto piacere e un po’ perché certamente non avrebbe fatto piacere neanche a lui.
Con l’occhio azzurro, quello più vicino al cuore, la guardava crescere e comprendeva i terremoti ormonali che scuotevano la sua nipotina, con l’altro invece vedeva quelle cose che "alla tua età non ci si deve neanche pensare"
"Ma lo sai, Mirtillo, cosa ti concedevano le ragazze quando io avevo vent’anni? Eh? Guarda, neanche inutile parlarne, non te lo sto neanche a dire, non te lo sto … non …"
E pensava: "Scopavo, scopavo più che potevo e con più ragazze che potevo". Ovvio. Ma a lei non l’avrebbe mai detto.
"E tu, Digèi, cosa ti immagini che faccia con Francesco? Ti pensi forse che noi ragazze siamo sempre lì con le mutande in mano? Ci deve essere qualcosa che viene sempre un po’ prima del sesso, che lo anticipa, che si fa vedere prima del … pisello …" Avrebbe detto cazzo, ma sapeva che Digèi non gradiva.
Poi anche lei scopava e scopava già da tempo. E anche lei, ovvio, non lo diceva.
E così andavano d’accordo. Li dividevano ottant’anni di scopate, ma non era un problema.
Non pensava mai alla morte Digèi, e Mirtillo non pensava mai alla vita, ma un giorno entrambi furono costretti a farlo.
Lui era stanco e lei era incinta. Sì, aspettava un figlio e la cosa più bella era che lo aveva voluto, lo avevano cercato. Lei e il suo Francesco, questa persona vissuta sempre un po’ in ombra nel mondo di Digèi, avevano voluto crearsi uno spazio, una loro vita, che avrebbe certamente escluso, almeno in parte, Digèi, ma che ritenevano giusto concedersi, perché è così che va la vita: frase che ha sempre rispecchiato la saggezza dei vecchi e se anche Digèi non era "il vecchio" molto spesso l’aveva ripetuta.
Si trattava ora di dare la notizia. Ci vuole tatto, chissà come la prenderà, non deve sentirsi escluso, alla sua età bisogna stare attenti e via problemi, incertezze, scrupoli, tentativi bloccati sul nascere.
I loro occhi cominciarono ad avere le prime difficoltà a incrociarsi sopra i piatti di minestra, quelli di Mirtillo scivolavano sulla tovaglia e quelli di Digèi si alzavano verso il lampadario.
"Sei un po’ incinta, vero?"
Beh, centodue anni di vita qualcosa dovevano pure avergli insegnato, ma questo pensiero non la sfiorò neppure e pianse, di gioia forse e a ogni singhiozzo buttava fuori tonnellate di tensione, si svuotava, si era svuotata e si gettò al collo di Digèi sdraiandosi su piatti, pane, sughi e bistecche.
"Ti voglio bene, nonno". Fu l’unica cosa che riuscì a dire, ma fu sufficiente.

Digèi non parlò di matrimonio, non parlò nemmeno di case o appartamenti, non un accenno ai soldi, niente di niente, la sua fiducia e la sua stima per Mirtillo oscuravano ogni tipo di problema. Ma cominciava a sentirsi il nonno, il vecchio, era stanco, faticava a tirare il carretto riempito con i suoi giorni. Gli amici nei negozi lo abbandonavano uno dopo l’altro, i vestiti di Mirtillo si gonfiavano sempre di più e lui era lì, sempre lì, la fine da una parte e l’inizio dall’altra.
Il giorno che Digèi diventò bisnonno, Bisgèi avevano pensato di chiamarlo, fu per lui un’esplosione di ricordi. Il suo personale libro di storia si apriva su pagine oramai dimenticate: Celeste in braccio alla mamma con il padre impeccabile dietro ai suoi baffetti lucidi, Celeste con il fratellino piccolo per mano alla messa della Domenica, Celeste con suo figlio tra le braccia il giorno del battesimo, poi Celeste, già quasi Digèi, con Angela, già quasi Mirtillo lungo il vialetto del lindo eccetera cimitero in quel triste giorno.

E adesso nelle ultime pagine del libro, proprio quelle che precedono l’indice, Bisgèi che accarezza e bacia quella testolina senza un pelo.
"Meglio di così non potevate fare, ragazzi … sono un po’ stanco … è meglio che vi aspetti a casa".
Era proprio contento, Mirtillo l’aveva ricompensato di tutto e voleva anche lui fare un gesto che esprimesse tutta la sua riconoscenza e la sua felicità.
Percorse i soliti cento metri di statale, ma non si infilò in piazza. Casa sua ora stava da un’altra parte. Voltò a destra lungo il vialetto di quel lindo, tranquillo, eccetera …


 
Torna ai contenuti | Torna al menu