Paolo Agrati - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Paolo Agrati


Paolo Agrati



Nato il 22 Maggio 1974. Da sempre interessato alla poesia orale e alle sue potenzialità, ha partecipato negli anni a numerose letture, competizioni poetiche dal vivo e Poetry Slam in tutta Italia. E’ narratore e cantante nella Spleen Orchestra. Dall’esperienza del palco sono nati i reading legati alla presentazione dei libri; veri e propri spettacoli concepiti con l’intento di riuscire a presentare e leggere poesia nei luoghi pubblici più svariati e inusuali. Il suo ultimo libro s’intitola Nessuno ripara la rotta (La Vita Felice 2012) che segue piccola odissea  (Pulcinoelefante 2012) e Quando l’estate Crepa (Lietocolle 2010). Suoi testi sono presenti su diverse antologie tra le quali ricordiamo IncastRIMEtrici. Vol. 2 (Arcipelago 2010) volume che raccoglie i principali protagonisti della scena del Poetry Slam italiano.


Le Parole

Paolo Agrati è anche un pittore, quindi riesce  a dare ai suoi versi anche i colori impigliati e ardenti della passione.
Energia e massa si incontrano spesso nelle sue poesie, generando a volte un armonia inaspettata, che ci smarrisce e ci difende da quel vento imprevedibile che ci cambia e consuma.

Poesie

Da “Quando l’estate crepa”


*

Quando l’estate crépa
allungano le vene tra le zolle.
Mentre arde i suoi colori
l’acero non sa
se diverrà violino.
Ed io, pellegrino senz’acqua
mentre amore accartoccia
quando l’ estate crèpa.

*

I bottoni sono segno dell’umana vanità
sostengono alcuni. Io senza ritegno
ti slacciavo la sottana, con la gioia
del bimbo che scarta i regali di Natale.
Che sarebbe di me senza questo peccare
chi sarei?

*    
a Tine
Non resta che ingannarle, queste dita  
distrarle in qualche astuta operazione  
quotidiana. Si incontrano smarrite     
dalla lieve passeggiata del mattino.
Era la mia lingua straniera, compresa
dalle labbra con le quali non pronunci
parola, era lo sguardo d’erba bagnata
la marcia dei soldati sulla pelle di neve.
L’impronta non concessa a questa bocca
illusa d’esser casa di un respiro.
Del suono, del tuo soffio sono cassa.
Ti porto come un organo
all’altare della chiesa.

Da “Nessuno ripara la rotta”


*
Accarezzo le tue inesattezze
mentre parli a tua madre.
Seguendo le curve della schiena
bendate in cima dal reggipetto
e poi dal collant troppo stretto.
Adoro sentire il tempo che abbonda
sui fianchi. Il tuo seno imperfetto.
Ma qui al ristorante il momento
è per desiderarti soltanto.
Pensare che dopo il pranzo
il vino, la carne, i parenti.
La qualità più croccante  
del gusto è l’attesa.

Perciò che per ora sia pasto
sia il vino, la carne, i parenti.



*
Che faccia un po’ meno male
quest’ansia banale che crepa
il porticato.
Il tempo ha chiuso le ortensie
e il lambrusco è quasi finito.
La incontro pugnale, spina nel dito
mosca che ronza la mattina, di domenica
all’alba.
Potessi sperare in un pediluvio
all’aceto
in un balsamo alla crema di malva.
Che la schiena mi duole
come il dorso all’asino in guerra.
La pena di un sonno che ama la veglia.


Poi tu. Arrivi sculettando
con un cesto di ciliegie.


*

Magari c’è un treno
Certe opinioni andrebbero ignorate
pensavo, come le erbacce cresciute
ai bordi delle strade di campagna.

Sono trecentomila mi disse   
lo sbirro quell’alba in Liguria
perché stai dormendo sulla spiaggia.

Le pare che con in saccoccia
trecentomila lire, idiota
avrei dormito qui sulla spiaggia?

Ora il mattino impiglia agli stivali
sporcati dal freddo della scighera.
E’ il tempo dei regali di Natale

di contare i rabberci nel cappotto.
Di stringere la mano al vicino       
il cialtrone del piano di sotto.

(Mio padre adorava il presepe
con gli uomini di gesso, chissà se
mi pensa, dove si trova adesso).

E’ tempo di cercare un arcobaleno
mi hanno detto che ce n’è sempre uno
da qualche parte. Pensavo magari
c’è un treno, domani sul presto, che parte.



 
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