Monica Febbo - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Monica Febbo





Monica Febbo







Nasce a Roma, città che pur amandola profondamente si trova ad abbandonare per motivi professionali più volte. Ha conseguito una laurea in lettere con lode elaborando una tesi sperimentale filologica e storico artistica e ha iniziato la sua carriera fra le parole insegnando come lettore all’università di Varsavia, e all’Istituto italiano di cultura per sette anni, all’Accademia di belle arti di Roma corsi per gli studenti stranieri. Si occupa d’arte e cerca di osservarne meticolosamente le manifestazioni attraverso cui questa si tramuta, nella forma e nel tempo. Ha tenuto corsi di lingua italiana per stranieri, ha pubblicato gli atti del convegno che si sono tenuti a Varsavia per la ricorrenza che ha celebrato il VII centenario del Petrarca, nel mondo, con il titolo "Petrarca e l’unità della cultura europea". Ha sempre scritto poesia e di poesia. A tal proposito tiene ciclicamente corsi di scrittura creativa, poesia e storia dell’arte contemporanea presso l’Università Popolare di Roma "Genti e Paesi". Fra le sue passioni ci sono sempre e immutabilmente, insieme alla letteratura e l’arte figurativa, lo studio dei processi cognitivi e la psicolinguistica, le lingue straniere, i viaggi, la danza indiana, la bicicletta, il cinema e il nuoto.






La leggenda di Sant’Angelo





Tutti i Paesi in quel tempo avevano una leggenda. Di quelle da raccontare ai bambini le notti in cui la neve si arrotolava come uno sciame vorticoso di mosche che si aggrappano al cielo e scalano i vetri della finestre. Le notti in cui il vento canta melodie sempre nuove, a volte dolci e a volte spaventose. Notti in cui la pioggia bussa sulle tegole e gli animali si innervosiscono a sentirla lì fuori come a minacciarli. Insomma una leggenda leggera e insieme grave, seria e insieme gaia, importante e anche fantasiosa. Quella leggenda fino a quel momento non era stata scritta. Sia chiaro, tutti sapevano quante cose belle era in grado di vantare Sant’Angelo, e tutti ne andavano fieri. Eppure nessuno ne scriveva. Così i signori se ne lamentavano, le donne anziane se le inventavano e i bambini le sognavano. Ma niente da fare, visto che non c’era nemmeno la televisione. Così si arrotolavano matasse silenziosamente davanti al camino,  si cucinava davanti ai pentoloni in ebollizione con aria assorta e si cercava di ricordare qualche lontano racconto che forse s’era sentito narrare. Impresa vana.
Eppure Sant’Angelo era un luogo di cui andare orgogliosi, la natura rigogliosa, le donne che avevano il viso illuminato da soavi sorrisi, guance come albicocche e occhi come specchi d’acqua. Uomini forti e robusti, dalle braccia come querce capaci di sollevare carretti pesantissimi pieni di ogni ben di dio al mercato e accompagnare con grazia le spose all’altare.
Ma così la vita procedeva a ben guardare senza lasciare traccia di sé, come un ruscello d’acqua che si getta di fretta nel fiume e poi all’improvviso il suo letto si asciughi al sole,  immemore di quella festosa corsa. Così accadde che da un uomo forte e da una donna graziosa nacque una bimba di nome Diletta. Fu la loro prima figlia e come tale in attesa degli altri piccoli a venire non poteva che essere la luce dei loro occhi. Occhi azzurri come specchi d’acqua. Ebbe presto il dono della parola Diletta e cominciò a domandare ai grandi tutto quello che c’era da sapere del mondo. Le venne raccontato di un bosco, dei ciliegi in fiore, di un castello e di un torrione, di mura altissime e una strada da percorrere per chilometri, di gesta eroiche e di amori romantici, appassionati e impetuosi come quel mare lontano che forse, un giorno chissà, lei avrebbe visto, magari più grandicella.
Diletta non stava nella pelle e passava il tempo a immaginare tutto questo. Domandava di libri e libri, leggeva perciò tutto quel che trovava. Ma non le bastava perché nulla era in grado di soddisfare la sua voglia di scoprire, di sapere e di esplorare con le parole. Correva a perdifiato nei giardini, saliva sulle rupi e guardava le antiche mura da sotto all’insù. Si specchiava sul disco giallo del sole in Estate, sentiva i grilli sussurrare strane litanie che solo lei poteva capire, andava dalla nonna a mungere la capra, correva giù a valle per sentire più forte il vento nei capelli e guardava il pozzo come a interrogarlo sul suo destino. Eppure qualcosa le mancava. Perché lei come tutti i bambini e quelli che lo erano stati prima di lei avrebbe voluto superare con lo sguardo tutto questo, toccarlo con le mani e calpestarlo con i suoi piedini impazienti. Ma soprattutto si chiedeva da dove venisse tutta quell’inquietudine che sentiva nel cuore e nella pancia, nelle mani e nelle gambe. Perché quei libri un giorno furono finiti, dopo aver saccheggiato ogni scaffale, ogni cassetto, ogni armadio, ogni angolo, di libreria, biblioteca, casa che fosse, trovò l’unica soluzione a lei possibile. Cominciò a scrivere. E’ vero che lei cantava spesso canzoni inventate ma mai s’era presa la briga di prendere velocemente appunti per fermare quelle strofe. Ma un giorno capitò quasi per caso. Si fermava semplicemente a fotografare quel che c’era, il sole d’oro in Estate, il pozzo più profondo del mondo e il mercato, le chiacchiere delle comari, e i fruscii delle sete delle nobildonne, il castello e i cavalieri in piazza. Ogni istantanea un foglio fitto fitto, ogni pensiero un altro paio di fogli, un desiderio invece ne riempiva dieci. Cosicché ebbe un volume di fogli tale che era persino difficile da trasportare ma soprattutto contare! E poiché il sogno più grande era rimasto taciuto le venne in mente un’idea che l’avrebbe strappata a quel paradiso sì, ma pur sempre circondato di mura. Avevano tutti sentito parlare di una Città splendida nemmeno troppo lontana, ma soprattutto si trattava di una città grande, enorme, e moderna. Per questo l’immaginazione non bastava! Ci si doveva proprio andare a vederla questa meraviglia, insomma era doveroso farci un salto (e qui come ogni storia che sia degna di rispetto ometteremo i dettagli tecnici che rimangono un segreto). Si racconta che mise insieme quei fogli ricamati di parole e sogni, foglio dopo foglio e dopo foglio, vi si arrotolò tutta e si recò di nascosto in una notte di luna piena nel bosco: ebbe paura sì, ma il desiderio di trovare nuove mete non la frenò certo. Come tradizione vuole intervenne provvidenziale un incantesimo d’ordinanza. I fogli man mano come un papiro iniziarono a srotolarsi. E la condussero lentamente ma in pochi istanti in una piazza sterminata. Fu grande lo stupore di Diletta. Neanche lei seppe mai spiegarlo scrivendo, anni e anni dopo malgrado fosse una consumata e celebre scrittrice. Vide gente andare di fretta, passi celeri e ticchettii sincopati. Vide facce serie e mani rinchiuse nelle tasche, vide il sole nascosto dai palazzi e la luna lontana, troppo, in un cielo di poche stelle. Non vide i campi né i ciliegi puntinati di rosso come tante gocce di cuore. Vide bimbi trascinati per il braccio, ben vestiti sì, ma vittime già alla loro età di doveri senza sorriso. Non vide più i campi né il pozzo. Non vide castelli, non vide volti di donne sereni e uomini impegnati sul raccolto. Anche se la Città era bella, con le sue luci e i suoi antichi palazzi.
Si sollevò un vento leggero dapprima poi sempre più forte da sembrare una bufera, come quella di certe notti di inverno che a Sant’Angelo i bambini sentono ululare come furioso e insieme capriccioso alle finestre. Dapprima volarono leste le foglie del primo autunno e poi Diletta venne d’improvviso circondata dai mille e mille pezzi di carta pieni dei suoi arabeschi d’inchiostro. L’abbracciarono stretta e la tennero come per mano, così senza rendersi conto si ritrovò in aperta campagna, presso il casolare della nonna , dal camino veniva un odore d’arrosto e di casa, e proprio come quel ruscello di cui dopo la corsa non rimane traccia, la storia narra di una bambina che volò per vedere il mondo da vicino per poi tornare. Da quel giorno i bimbi sentirono raccontare questa stessa storia ogni volta, e nessuno più si chiese se fosse realtà o leggenda.    


 
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