Marina Pizzi - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Marina Pizzi


Marina Pizzi
E’ nata a Roma, dove vive, il 5-5-1955. Ha pubblicato i libri di versi: IL GIORNALE DELL'ESULE (Milano, Crocetti, 1986), GLI ANGIOLI PATRIOTI (Milano, Crocetti, 1988), ACQUERUGIOLE (Milano, Crocetti, 1990), "DARSENE IL RESPIRO" (Milano, Fondazione Corrente, 1993), LA DEVOZIONE DI STARE (Verona, Anterem, 1994), LE ARSURE (Faloppio, CO, Lieto Colle, 2004), L'ACCIUGA DELLA SERA I FUOCHI DELLA TARA (Lecce, Luca Pensa, 2006), DALLO STESSO ALTROVE (Roma, La camera verde, 2008), L’INCHINO DEL PREDONE (Piacenza, Blu di Prussia, 2009), IL SOLICELLO DEL BASTO (Roma, Fermenti, 2010), RICETTE DEL SOTTOPIATTO (Nardò, Besa, 2011), UN GERUNDIO DI VENIA (Salerno/Milano, Oèdipus, 2012), LA GIOSTRA DELLA LINGUA IL SUOLO D’ALGEBRA (Messina, Edizioni Smasher, 2012). Le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione "Sagittario" 2004). Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco. Numerosi e-book e collaborazioni si possono leggere on line. Ha vinto tre premi di poesia
Le Parole
La poesia di Marina Pizzi e’ un viaggio nell’inconscio,un sogno disseminato di allegorie, di immagini inattese del nostro caos interiore, immerso nel cercare i legami segreti delle cose. Davanti alla densità di questi versi che qui proponiamo c’e’ tutta la sensibilità del poeta che cerca di ricompattare in qualcosa di diverso e d’ineffabile, la lacerazione civettuola del mondo.


Cantico di stasi

2011- 2013

1.
in un ospizio di foglie
la pigrizia dell’angelo.
si secca la gioia di dio
pertugio di lacrime.
incline al giocondo arenile
balbetta d’eco la conchiglia.
in mano all’armonia dell’inguine
resta la giara senza l’olio santo
prosciugato dal resto del mondo.
mandami un calesse avrò già pianto
nel dilemma scortese del fango.
è tutta qui la resina del dubbio
quando la casa crolla tutta sicura
di stare in piedi. i duri fratelli
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.
in un tuono di vendetta la scaturigine
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo
spadroneggia sugli amanti senza riparo.
2.
quale imbrunire mi offuscherà la fronte
nella schiera di nuvole nemiche
scacchiere senza angeli di fianco.
oggi il diverbio è pastore di se stesso
quasi un convulso esodo di stasi
verso l’ombra che per tutti c’è.
in un buio di casale voglio l’occaso
della pace. in primavera si addice
la mia voglia di avverare aiuto
almeno alle fontane senza acqua
battesimali di cenere per sempre.
la croce sulla fronte non basta
il salario di essere felici, anzi
la casta delle ronde tonifica il demonio.
i prìncipi sono pochi e i sudditi
immensi. così lo stato delle fosse
vive, lo stato del dominio delle cose
fatte ad arco per castigare meglio.
3.
posso dormire una notte di scalee
quando le donne con lo strascico
giocano a copiar principesse.
presepe laconico guardarti
dentro il cullare delle darsene oleose
materne quanto un albero di riva.
in mano alla questura di dare appello
la turba che bada la scommessa
di perire sasso senza turbe
né baveri alzati da ubriaco.
4.
così si dice pianga la lucciola
quando la manna si fa spazzatura
presso la porta dorata del folletto.
il bimbo gioca a se stesso da piccolo
ma non lo sa e non è felice appieno.
si sa che è uno zero lunatico questo
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.
nella sabbia che fatica le staffette
corre la fiamma a cercar di amare
le zuffe di ferrosi amanti.
in un duetto di fragole di maggio
invento le gole di fratelli golosi
così noiosi da sembrar gemelli.
l’arena di truppa non fa finir la guerra
né la buona cucina invita qualcuno
per esorcizzare il rantolo.
la pagnottella con il prosciutto è leccornia
da altare. tu inventa una steppa che
sappia grilli parlanti come le gemme
delle favole. dividi con me questo
cimitero acquatico di fuoco. io non
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.
5.
ho imparato a giocare con le statue
in grandi mari a tuffarci insieme
inguine di donna la marea
sotto la guerra di perdere i bambini
in preda alla resina dei barbari.
in mezzo all’avarizia della bara
sono rimasta cenere sgraziata
dai sassolini dei venti più potenti.
in mano alla paglia dei falò
da viva imparai le ceneri
le belle faville che non smettono.
i cortili dei vivi avevano altarini
acquitrini per i pesci rossi
non peccatori i miti degli amori
aperti a mo’ di libri sui davanzali.
in barca sulla fronte dell’anarchia
la chela del granchio non osò toccarla
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.
6.
La finestra dello scontento
lungo le rotte del mio sacrificare
la calca della palude. nell’interno
del diamante vedo il cestino
delle inutili stimmate. sono molto a soffrire
questo marziano d’ansia.
indarno gli appunti non spiegano
la disgrazia delle mosse senza rispetto
le malizie che contengono l’arrivo
sulle supplenze del vento sempre contro
il beneficio del faro tutto stante.
in gara con la rondine che vince
si ritiri la noia che dà da piangere
al cinereo bastone del basto dentro.
qui si immola l’avarizia del contendere
solo acquazzoni con le morse delle gocce.
in mano alla pietà della risacca
le scorie nelle mani sono l’affetto
di gente morta nel giardino delle meraviglie
così si dice nelle fole di vinti talami.
la paura del soldato è lo steccato
dinamitardo. qui se ti affretti a scappare
apra la sorte il vento e l’avarizia crepi.
7.
quale bistro truccherà il mio zaino
in perla d’indovino finalmente
per correre alla maniera dell’atleta
con la lancia in resta e la corona in testa.
nulla parlerà di regole oceaniche
visto che lo stagno piange fanciullo
e la pallottola ha trascorso la nuca.
così morta la ciurma della ronda
nulla potrà cantare alla madre del bivacco
l’accomodo di dirle una pietà.
alla cometa del rantolo maniaco
si scomoda il respiro per spirare
la corta moda di morire sùbito.
in mano al dado del sicario
si ottenebra la calce del loculo
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.
in mano alla caduta della rotta
faccio ammenda di me nei secoli
per le placente irrise che non ebbi.
8.
dio di cancrene stare zitto
sul filo del rasoio come abaco
atto al rasoterra. l’alone della terra
è fiato smesso pronto per il sottomesso
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto
della conca in culmine di oceano. iddio
canuto questo scempio fiumara di fumo.
addio al sasso che giocò al vetro rotto
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno
l’alunno zoppo che non può scalciare
contro la poca aureola del sogno.
in lutto guarderò la sedia vuota
dove rantolò la scherma di Ulisse
il bel cerchio di restare vivi.
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio
di chiamarsi al dondolo. muore la spada
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.
oggi si accantona il bacio
per un giro ancora.
9.
mi metterò l’occaso in riva al sangue
e capirò perché la luna è piena
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino
della pena gravita una roccia. dove da oggi
è turno di scempio prestare il rantolo
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di
omuncolo regalo assiomi miracolosi
d’asma. eppur domani sia consono
il re del soqquadro per la caligine
del retro stato. un fato di nebbia
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi
un enigma se la storia è dio. è da sùbito
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.
e la darsena si acclude all’osso di sterco
al comignolo che ottura il cielo
verso la rottura col mito. in fase maschia
non sarà riscossa espugnare il rantolo.
10.
finalmente avrò un bottone d’agio
finalmente. e dietro l’ambito delle vene
rosse non ci sarà più il sangue, ma la fine
dolcissima della vita. nel ginnasio degli angeli
voglio andare dove la pena non è neppure
un ricordo. nelle scalee di prìncipi e tiranni
resta l’odore della morte per il popolo dei
gioghi. gigli secchi comprendono le tombe
quando nessuno si ricorda più
di quali stati fu il cruciverba e la badata
stasi di dormire raccolti in un apice
di piume. lo sterzo è la vendetta del morente
con urli o silenzio secondo la paura.
immersi in un letamaio di giullari
si contamina restare stamberghe di sé.
11.
lasciami andare a un sinonimo di eclissi
dove l’abaco conti solo miti
e siluri di alfabeti miracolosi
dove la cornucopia è sazia
e la viltà non ha indici
né sbagli di scommesse.
intagli di meraviglie starti a guardare
nell’eremo che soqquadra le pianure
perdurando le eresie del bello
sotto le cimase dell’esodo folclorico
e le rotte evangeliche del sorriso.
indarno il quadro scoppia di bellezza
se questo deserto è prova di catrame
e la trama del foglio perde la scrittura.
il trono maniacale dell’estetica
espunge il costato dell’arsura
questa bravura di piangere per sempre
nonostante le zeppe sotto la lavagna.
il crudo amore inguaia la progenie
misfatto editto per la solitudine
tutte già belle le turbe delle spose.
12.
mia madre è morta di strano cuore
una maretta intrisa di preghiera
la mia di sapida bestemmia
dove la pietà si annulla in urlo.
in un covo di rettitudine blasfema
ho sopportato l’agonia la gogna
dell’attesa e il silenzio finale.
con un pellegrinaggio di lenzuola
la giornata si fa atroce come la purea
di tutti i giorni e le cibarie pessime.
escludo da me la veglia della gioia
questa vanga di fanga e di gran fuoco
quando i fiori si gettano per terra
a piramide profumata. si toglie tutto
anche la croce per la cenere maligna.
resti o svapori poco importa alla baldanza
di lucciole letargiche e fuochi fatui.
i lavori degli uomini continuano
a trasportare morti per furti futuri.
si ruba ai morti tanto non costa niente
e la baldoria non barcolla un attimo.
13.
l’arringa del salice piangente
ingenera chissà quale soccorso
verso il sudario della donna in lacrime
sul crimine d’intendere l’area del pozzo.
quale dolore t’infilzò la milza oh fratello
del bosco? quale scoscesa realtà
volle sedurti al panico? intùito vederti
ormai che morta fu la nenia di
baciarti oltre. così commosso l’antro
del mio bene non trova strada sul dazio
del sale. ora me ne andrò per far cometa
il sogno. al vespro la madre non rincasa.
tu sapevi che piangere è morire lungo
la rotta del salario chiuso. misure d’asma
non trovarla più.
14.
vado all’espatrio ogni notte
con un tatuaggio nel cervello
botta e risposta senza fine
la mia carriera visitata da ferri
arroventati. nei denti un faro
di conchiglia. una perplessa
aurora quanto un cimitero
divelto. miserere del respiro
continuare la scansione del
tempo. vocativo d’estro volerti
accanto. camminami sul petto
abbi pietà del mito che ci rese
fragili. passa la vendetta un canestrello
di vespe. la grazia occulta della siepe
è un buon cammino nonostante
non sapere l’aldilà. incudine di putti
verremo uccisi tutti.
15.
qui si sale in coda all’erba vinta
alla riscossa che non sa di niente
né di pane azzimo la scuola.
il perno della foce è dietro l’angolo
una madonna in estro di fallacia
per un girotondo di perle senza
viottolo. si sta conserti mappamondi
in torto sull’occaso di dar spallate al mondo.
16.
al caso del mio cantuccio si cammina
a vuoto. fantasma di rovina accavalla
le gambe come una signorina. inganno
in camice chirurgico non sa operare
la rima con la vita. tacita piange la zucca
delle ceneri parenti, padre e madre simili
al cemento. urlo l’uno silenziosa l’altra
la cuccagna dell’aldilà è da vedere
con l’esame dei bocciati. le spalle ordinate
di soldatini morti. le cicale hanno smesso
per pietà di far tormento al calco dell’estate.
intruglio di penombra questa perpetua
stasi. sentire addosso le resine è cimelio
d’altitudine contro la pozza del seminterrato
d’oggi. ordigno di cometa sapere le regole
del tempo vetuste come la luna presa.
17.
le gambe affusolate dell’origine
incutono un rispetto solitario.
l’indagine di me si fa all’oscuro
dove tramonta l’ebete maligno
e si ristora la belva addormentata.
in un canestro di vuoto il lamento
della giacca lasciata lungo il viale
nero di cornacchie di malaffare.
una cura a salve mi promette pace
cornucopia di ragnatele per salvare
l’eco del tunnel che fa stramazzare
i passeri e i velluti delle spose.
in me silente la bramosia del secolo
consacra bancarelle di molestie
per le stelle che non riescono a salire.
indagine di cometa starti a guardare
alunno che non seppe la lezione
né il rospo cavernoso da salvare.
18.
quale sarà l’occaso che mi stroncherà
il viso. la giostra sarcastica che non giocherà
pietà. mano alla nebbia forestiera
si chiude il parnaso dei cipressi
i pioppi segaligni che stanno stare
al fianco della gara dei ribelli.
in tutta gratitudine voglio chiamarti
amore segno di velluto per la notte.
invece la guerra è alle porte dove
si disprezza il giorno. in un fagottello
di ghiande ho messo via chi sono
una manciata di eremi dismessi
dove piange la fanga abbandonata
l’indirizzo illusorio sul palmo della mano.
19.
Aletta di digiuno guardarti il viso
morto all’altezza della favola
di trovar vita. mitezza d’aquila
la foce senza genitori, sola.
sul foglio di ruggine è caduta
la rondine. in un dirupo di squallido
meandro si azzera la fanciullaggine
la gita pazza di rompere l’argine.
diceria del canneto amarti
sotto i sassi della discordia
la lampada canuta senza luce.
invano questo restare invano
stani nei vespri le stanze più belle
le astenie pro capite di lividi.
è un gennaio afoso quasi un agostano
storpio stanato da chissà quale bestemmia.
guancia di meringa la tua anima
manciata sulla luna e di ricordo.
20.
la gita sotto il crepuscolo
ladrone di speranza
dove si attiene il bozzolo di nascita
la stampella certa del divenire
acrobata di sterco sulla terra.
l’indugio qui a carponi trottola
di niente e sghignazza la fola della fortuna
lontana dove non avviene aureola di sole
né apostrofe d’amore. il nulla dove si aggioga
la clessidra ha il basto certo della risacca
l’acume vuoto di perdere ossigeno.
21.
scansione di autunno le foglie
che vegliano l’amore restio
sul greto della voglia di morire
incudine e martello un solo trespolo
per allontanare la furia della luce
e l’ìndice a cimelio della scorta
d’ombra. bravura già sarà non aver
malore né languore di tirannide la
trottola incapace di pietà. tu dammi
un angolo di cipresso una leccornìa
per la vergogna di esistere e la stazione
dentro l’occhio pavido di dadi da lanciare.
me includi l’arena della giacca per un gioco
di cristalli con le domeniche fangose
sotto guanciali nebbiosi, tragici.
il grappolo di mimosa è fregato
dal fischio del vento senza avvento
nel chiodo dell’orecchio saturnino
nomea di sé giammai l’armistizio.
22.
dio del pensiero storpio
abbuia già.
qui sulla mensola del fatto
si registra l’asola di piangere
la strada nulla dell’apostolo
generico.
non tradurre le ceneri del silenzio
tra le novene azzurre delle povertà
le crisi del vero sotto tramontana.
invano si palesa l’ermo della stirpe
l’inverno canuto del postremo
indizio. vicende di trascorsi
non credere al vieto annuncio
dell’angelicato stato. il cencio
della morte porta via laconico
l’albore vate del gerundio nuovo.
23.
al cospetto del cipresso voglio andarmene
alunna senza la cornucopia della gioia
in mano alla stazione della veglia
dove galleggia la fioca giostra della strada
e si danneggia l’agave bonaria
e l’aloe patteggia la dimora.
invano le frescure della notte
ingannano il talismano reso cieco
dalle asme vigliacche delle ciotole.
le cure vandaliche del cosmo
disperano le rotte del fantasma
le migliorie del falso per i mozzi.
in terra d’ascia le fanciulle estreme
dimostrano che l’inguine è la forza
abbreviata del cielo. imposta l’ombra
all’acuir del bavero il vento si troneggia.
il compleanno del frutto è sotto
stasi d’edera. nulla si accredita
alla faccia dell’ambulante. qui si muore
in palio di giocata dove la rotta spande
secoli di secoli e la mania esercita
vendetta. il panico già liso della fronte
intonaca la curva della morte.
24.
la pietà di un antro è quando giungi in ritardo
e sgretoli la messa in un sudario
antiquato come un bambino morto.
indugio e catrame il tuo sguardo rantola
dalla trottola dell’alba fino a notte fonda
e la ginestra grida il tuo dolore.
in fase di randagio il tuo rispetto
non trova pietà. all’interno del fato
la rondine stramazza. qui si coltiva
l’imbroglio per il pianto inutile di scarto.
indagine e premura non supportano
la rotta né il fieno per gli innamorati.
è una crosta d’anima che sanguina
vicino all’angelo custode così impotente.
in tutto lo scempio di subire si spegne
la patria di darsene darsena. muore l’aurora
che segna il verso e la paura è la forsennata
strage sul genio del bambino. l’area pedonale
della stirpe non sopporta famiglia. il diavolo
della discesa è ripida falena. il gaudio della iena
è in fase di strappo di morso letale.
25.
più vicina si scontenta la nebbia
erbaccia del cielo piena di denti
per impaurire la cialda della rupe
appena in tempo per cadere.
s’infrange il bozzolo del sole
bestemmiando lo zotico carbone
che lo attende amico inutile di fede.
invano lo scarabeo della mondezza
trafuga pallottole di pane
tanto la fuga lo schiaccerà al passo.
immensa la fortuna della ganga ridanciana
dove si avverte l’Ercole di giungere
chissà dov’e la mania del bello.
in ernia di ciabatta voglio correre
con la graziosa epidemia di piangere
sempre e perché con il motivo vecchio.
ingiungo a te di chiamarmi astrale
cometa elemosiniera, canestro chiuso
alla palla. anzi avverti i miei che sono
morta nonostante la criniera del gallo.
26.
mi va di crollare nel fantasma
ascesi finalmente senza asma
né manuali per restare
nonostante il lutto che spalanca gli occhi.
in fatto di cornucopia ho perso il nome
presso la cantata infernale della fanghiglia.
tu che piangi le aureole ventose
del sacrestano le pulizie sacre
senza morto da celebrare.
con le borchie sulla spada dell’angelo
voglio giocare agli inseguimenti
tanto per farmi amare un po’ di più.
in palio alla materia del contendere
sto giù da tempo senza museruola
né crolli di comete fratellastre.
strazio e cipiglio questa anestesia
non buona al dolore che si ripete
fratello di iena colmo di bestemmia.
mia la manciata degli sterpi
volitivi al massimo della furia
dove si addentra la madre senza figli.
27.
sarà festivo il dì del nome tuo
traguardo di balbuzie nonostante
lo scarto dell’ombra. avrai di dio
l’icona buona la saggia chiave di
chi rompe indugio per flettere la
nebbia oltre steccato. la conca della
culla sarà conclave contro la veglia
dell’ora tragica. beltà del sacro cuore
la tua nomea è vertigine di bosco
dove consola la terra la bestemmia.
la stiva della ruggine fa di sangue
il veto, la rotta ginnica di guardare
il sole per adoperare la vita verso
l’estro di conoscere la lira delle statue.
canestro ingordo l’infimo del bordo
e la giuria che convoca vocali di abbecedario
la filastrocca occlusa alla vendetta.
ammanco di cipressi la tua stalla
viadotto di comete senza magia
nel ristagno del fiotto rantolante.
28.
viuzze di alfabeti starti accanto
simulare l’occaso per un brivido
d’amore. invece è tacito l’embrione
di morire da sotto il glicine
piangente. gerundio di rondine tornare
natività del bandolo il sorriso
se finalmente si eterni la questione
di ridere accartocciati insieme ai fiori.
si erutta sul calvario l’ultimo bacio
cimitero di rendite desertiche
milite ignoto l’occhio di cristallo.
in tasca l’arbitrio del diario
con l’elemosina scaduta della briciola
il sisma in canottiera della sposetta.
miriadi di rantoli guardarti andartene
in mano alle lanterne delle grotte
dove nessuno è visto per vedere.
in tana sull’occaso piange il figlio
con la scarogna enorme della nascita
inflitta per dominio di demonio.
29.
con la palude negli occhi
continua il ludo di perdere la spada
nella conca di mia madre che non è arrivata
partita dall’avamposto del rantolo.
così si sceglie l’osteria del sorso
verso la gita di perdere la veglia
e il germoglio di orecchini regi.
gironzola così l’attore di cometa
quando lo sforzo è fatuo di piantagioni
ginestre di pavoni i giardini infantili
nell’aprile la quercia si fa vestale
di strani strali verso le rovine del tetro
malessere sonnambulo di grido.
al fuoco delle rondini che scappano
la malia del demonio se la ride
con l’attaccapanni impicca i poveretti.
sull’orlo della frusta ho stimato il cuore
neastro come il panico del sale
stato nella cenere per sbaglio.
30.
così si muore nel dialogo del sale
il borgo chino della bocca secca
quando felice come addobbo il gobbo
passeggia nei viottoli più ciechi.
tranquilla nella morte la madre
ha il volto diafano del consiglio
la nulla fame del singhiozzo ucciso.
incontra insieme a me la stanza vuota
il lavorio di sembrare vivi
nonostante la voglia di morire.
così è mortale la spianata d’ascia
quando l’alunna non sa la lezione
né uno scivolo appena per scappare.
in curva alla minaccia dello strapotere
resta la culla unica del fiato.
31.
non sarà l’occaso a rovinarmi il viso
né la casta delle rovine addosso.
in fase di postura mi mancherà la madre
la bella fiaccola che era guardarla
dall’apice della gola la gioia in pianto.
l’erpice del demonio è un’acuta vergine
una risposta fatale per la botola
di non tornare a casa.
32.
così si carica il mio ridanciano aspetto
questa pupilla con l’iride bianca
senza rispetto per le farfalle.
sono una gestante senza figlio
né per caso un lingotto d’oro
per i piatti della cena di natale.
sono una molecola stizzita
un pallottoliere senza colori
né eremi nascosti per la scarti.
in culla di mestizia ho curato
un angelo, pensa un po’ un angelo
protettore ammalato di impotenza
e lusinghe tramite le preghiere.
qui non c’è pace nella sarabanda
del caso, ma piange il dotto che
non sa parlare. le lunghe astenie
non sanno abbattere un caso contro
una palese ingiustizia sul fratello
accanita al guinzaglio della disputa.
si abbatte l’ardore in un fermaglio
stia zitto l’uomo che blatera risparmio
verso il costante cospetto di morire.
33.
la bisaccia della rondine non basta
a trasportarti da me. l’inguine della meridiana
inventa un amore per tramortire
le paludi. indagine corsara starti a sbirciare
per ciarlare il verbo di rincorsa
inventando la guardiola delle gioie
inesistenti e vane.
giochini di comete nei bambini ciechi
quando la bussola connette le onde
per divertire quegli occhi spaesati
riuniti sotto buio. la marea del discanto
scaturigine le nenie poverette
le turbe scure di chi piange sempre.
prestato Olimpio starti a guardare
da sotto le tenebre del fato
tanto per giocare con la terra smossa
riordinando i fiori all’insaputa del grano.
giorno notturno la spocchia del pipistrello
quando i cattivi paventano i morti
e le notturne spole delle lucciole.
l’indarno fa con me la vita nera
l’apostolo diavolesco degli sterpi
dove si fanno asole cucite per far
restare il petto aperto al vento.
34.
chiude la voce rantola pesante
mistero d’angolo, mia madre.
pagliuzza di cometa presagire
quale sarà la zattera salva
l’aquilone al dito della gioia esatta.
va e si spreca la furia dell’onda
mareggiata senza cantico di sirene
né rotte esotiche da girare in guado.
morente l’addobbo della nuca
nel silenzio botanico dello sguardo
la solitudine senza panico guasto.
imago la rugiada sul capino del passero
pensa la goliardia di trovare un ufo
da sotto l’orto abbandonato a sasso.
35.
già s’inarca il fausto cortese
il senso molle del fusto senza albero
quando bambini si gioca con qualsiasi
essenza di divario. io non trovo luce
d’oratorio né verso da scrivere redatto
dal ponte dove stridono i gabbiani
o le bambole remote di chi fu
vanesio esule di sé. ingordigia di sale
aspro ricordare il costo di crescere
sotto la luna sprone per i sogni
vellutati daini. s’innamora l’atrio
della diaspora quando tutti stanno
andando via verso il silenzio del dato
tratto. in mano alla macedonia del dolore
si tempra la vergogna del gran piangere
noi sterpi qualunque di vogare. in piena
alla fanga atavica del lutto
torni l’encomio di fingersi ginestra
la tempra giusta di giocare in coma.
36.
vanno di moda i trucioli del baro
le litanie maligne delle ruggini
quando soccorso non arca arcobaleno
né al forziere si aliena la ricchezza.
una legione di acrobati le stille del sangue
quando le amazzoni purificano le chiome
col vento di maggio. è giocoforza non combattere
le falle avvenute dal lontano scarabocchio
della botanica acerba. le serre troneggiano
l’afa del buono dove ingrassano le piante
succulente e labili come un viaggio sacrale
verso il più lento spirito di bacio con spina.
s’inforca la pietà per le lentiggini giovanili
quando la rotta è un apice di raggio
e la paura un tuorlo da farcire.
impaginando l’estasi in un tuono
allora ho il libro da cucire per darlo
alla ginestra più tenace al cibo migliore.
37.
invia il sale all’unità degli occhi
dài soccorso alle lapidi bambine
dove s’intromette il sorso del diavolo
o il cannibale volo della cornacchia
rumorosa. abbi pietà di me che salgo
lungo navate viscide di brina
e conseguente il lamento quotidiano.
nonostante l’avallo dei ciottoli per correre
resta la fiaccola di non capirci niente
né sotto ruota né in apice di gemma.
il mare che azzera le pignatte
non sa fare la polenta della nonna
né la cometa azzurra delle fate
lamentevoli qualora le si lasci spente.
io piango l’avventura della roccia
la scialba calamita del bello fiore
la baraonda dei casi di diamante.
inverno toccherà la ronda dei fantasmi
il mito caro di dirsi fuoriusciti
dalla vendemmia di vendetta. non ci sarò
pertanto per additarmi vinta.
38.
favola ingorda lato di proverbio
tutto contuso il rantolo del santo.
senza speranza il tufo del tugurio
quando domenica si esalta di benedizione.
è giusto il frate che dimora acqua
e pane in un letto di stoppie.
memoria confusa l’arsione di amore
quando la pia indagine del bacio
ciondolava allegrezza sotto l’abaco
di contare le rimanenze e le zattere ferite.
in mano al conclave delle nuvole
abitava una storiella senza senso
né come d’uso si potesse fare
la lirica del petto senza soffrirne.
39.
invecchia la primavera in un arancione di gambi
la briciola del passero avvera la pietà
se da domani scricchiola l’inverno
e il paese doma la cicala
patriottica e ribelle.
di già palese l’eredità tombale
quando chiunque tace sulle sevizie
subìte in età solare. la massima mansione
è sanatorio d’astio quando qualora qualcuno
sorride d’ilarità finale. gaudio da scoglio
somigliare l’angelo traguardo nel dado fido.
il tutto il mio saluto arriverà premura d’angelo
finalmente la gerla di una mole di fiori
dove qualcuno riderà ragazzo
ed io simile sarò. scherni d’innesti non saranno
i fratelli trascurati dalla baia del porto
dove si foggiano gli orfani. tamburi di norme
le direttive del cielo o la barzelletta blasfema.
40.
dove cicala il mondo l’elemosina
grandezza stimmata del vuoto
caracolla nel diluvio delle lacrime.
qui un’identità è un coma castellano
invaso dalle onde delle meduse
senza occorrere dire la bellezza
qual fu un aneddoto felice.
fa conserva la rondine del nido
e la barcaccia del cielo sfinito
non aiuta le lucciole del cespuglio.
in mano alla mignotta che intristisce
viene dal cavo la resa marmorea
il nodo in panne di trovar la pace.
41.
sarà così che andrà via l’umano
dal sangue prolisso dell’invano,
la gloria scalcinata dell’infanzia
quando mia madre m’incise il cuore
per una manciata di cipressi plurimi
dove nessuno osa ridere la nenia
di guardarli. in pugno all’osso di mio padre
morto questa cometa resa permuta di sé.
la giuria della foce è il disinganno
protervo quando una rupe in fretta
canuta. la tuta della neve è un pupazzo
che fa cadavere sulla panchina
patente noia della vita china.
il feretro del sole non sa promettere
che regalie di ceneri. il ghetto del sopracciglio
non mi fa vedere che ombre nel breve viale
che sperpera la rosa e la inuma.
42.
resisto da sola in campo corto
in un assesto di storia quasi sbornia
per uno svilente anfratto senza abbracci.
brancolo una neve che mi dia rispetto
un aspetto smilzo per le rondini
finalmente una gincana credula
dove addormentare il tempo.
un urlo bonario di civetta
accrediti il lunario presso dio
con la risposta in apice di cielo.
qui a me di spalle c’è un diamante cieco
valore letargico e mortale. accanto
a un amante mansueto s’issa
la stazza del verdetto.
43.
azzardarmi a piangere ancora
tu che fosti amore di corriera
quando la strada inciampicava
e la cava eterna dell’oro
era la nostra vanagloria.
più piccolo di un putto il tuo soldato
quando preparava la vita con lo zaino
delle belle arti e si baciavano in fronte
i passerotti con le allodole dolenti.
vizzo paracadute non vivo più
che argini divelti verso il lutto
della resina partigiana più forte
della colla. in lutto dal secolo scorso
m’immacolò il dorso della nuvola
così per pietà d’affitto. ora regna
vuoto lo scivolo senza le giostre
o il pegno della rondine a tornare.
immortale il setaccio di mia madre
trova ceneri proprie più nulla da guardare
dal faro che vanifica la luna. ora è morto
il rito e l’alfabeto beato qualora fu bambino
in sella alla trappola divelta. in crollo alla tattica
del cielo la foto di mia madre è sbiaditissima.
44.
elemosina stellare il coro del lutto
dove si trovano gli elenchi delle stasi
e le vermiglie monadi del sale
dove gareggia la miglior giovinezza
e s’inquina l’ufficio giornaliero
tra venuzze di strade senza fine
per l’elegia di nozze senza senso
dove troneggia estate la superba.
venuzze d’altro mondo fare la guida
verso paesi dotti di ossigeno
mangimi per gerundi stare allerta
quando prevale l’enigma di tanto male
tra lo squallore del legno e le formiche
che schedano l’alloro della gioia
in un divario di denaro per assassini
in un urlo di silenzio per l’avaria
del tetto senza amore. incudine di satana
vederti morire da sotto le squame del serpente
per addii di gruppo dove si muore
in assoluto candore. viltà del sale
il peso del romanzo giallo su nel viale
che sale alle panchine. italiano il chiodo
sulla fronte dove si appende amore
e la condotta anemica del dubbio. inediti
viali di leccornìe le fate.
45.
dove sarà il figliastro dell’ombra
che mi percuote le notti
che brama la bava del diavolo
e volteggia sulle cosce del Vesuvio.
intaglio aritmetico baciarti
ora che vuoi morire all’abituro
dove ha furore la darsena nervosa.
46.
dica di me l’orazione funebre
la squallida via della stazione in sé
dove s’incalza la darsena in rovina
e la sentinella del bacio non sa danzare
la rotta verso il secolo senile.
uncinata la pelle si dà al rantolo
al peso marmo della scalea in aiuto
tanto per non flettere la vita.
qui intorno al letto stiamo senza dare
la mano della tonica fortuna
né la dacia per tornare in corsa.
già qui si abbatte l’eremo del sale
la terra vuota senza emozioni
né vezzi per le rondini girandola.
in pace con l’acido del diavolo
velo nel docile sudario
il volto magro del tuo rigido dormire.
invece morta gronda la tua sfinge
figliolanza del gelo per rottamare
chi fosti stimolata dalla gioia.
muore marina la resina del fatuo
tuo addobbo di madre giovane
in fato con la gloria di non essere.
47.
vicolo guardingo e sottovoce
costato che piange le favole
ma lo stratega le riordina
per un residuo di gioia.
vive il santuario un giovinastro killer
una ringhiera mobile alla pioggia
nessuno è al sicuro sotto l’incubo
di perdere staffette anemiche
perseveranze di ieri volerti bene
quando ormai è ora di palude
e la genesi si fa ultima
marina di costato per il sale pessimo.
il genere di piangere è vetusto
tu sei stordito dalla ronda del dado
dalla faccenda di ascoltare gli angeli
mutanti soprattutto sotto il tempo.
gira la luna l’eredità del figlio
la pozza esatta che ti dà intruglio
e manuale da ascesi per combattere
le figliolanze caduche della fune
sotto la luna. l’età del buio figlioccia
questa rupe di blasfemia perenne.
48.
su per l’asilo in zaino e bandiera
nacque la faida delle rondini cocciute:
crolla nuvola d’ospizio!
laterizio d’ombra sembrare madre
per piangere di meno latitanza
per giungere ai cipressi gemellari.
ho messo il diario sulla fronte
per perdere l’amnesia del fiume lento
qualora persistesse la graticola del piangere
ad armi impari con il diavolo in saccoccia.
49.
In un asso ho creduto quando ero giovane
panchina verniciata di fresco
per accogliere gli incentivi delle vane
ancora vaghe grandiose nel suo flusso.
Dio di naufrago ho raccolto la salma
la malattia del cucciolo che non sapeva cantare
né eliminare le mosche che l’opprimevano
ecco l’invano escogitare avventure.
La giacchetta del milite sembrava ammalarlo
da sotto al bavero che non bastava al vento
né al ricorso di dire sono novello
per proiettare il fucile contro.
I libri in pila sopra il davanzale
lo aspettavano in zattera di fresco
ma la finestra si aprì e tutto cadde.
50.
offendere l’alba è la rinfusa del dolore
dolorarsi in sacchi di iuta
patemi di angeli offesi
da sotto l’alba che non aiuta luce
né la chimera di badarsi nati
sotto germogli che non si aprono
né incidono la terra con la gioia
di qualche petalo schiuso
per il luccichio della fiaba.
il prezzo del cipresso non scarseggia mai
anzi di avvita girandola di occaso
mare scalzo di nebbie cattive.
autunno di mormorio le foglie morte
dove si cresima il modo di morire
sisma il singulto un altro dovere
quale resina di addobbo per cipressi.
qualora affretti l’ilarità del vento
nulla sarà manciata di quest’enigma
malevolo al tatto e alla meraviglia.
ingludimi in te gioia di pantano
perché io possa studiare la meraviglia
di ergere un diario esplosivo
oltre la rondine priva di cimasa.
non patema di Augusto la ventilata soglia
anzi si oppone la terra allo stormire
di un arcobaleno di bonaccia senza la madre.
51.
includimi alle cimase delle case
rondine perfetta. fai di me un argine
di occaso per morire sonnambula.
già sul collo sento lo zaino di bombe
per le ossute crocevie di morire
finalmente con la patina di sorridere
le gite di fanciulli senza fine.
dammi il coraggio di credere alla stazione
dove si arruola l’occaso della nuca
la casa ottusa che non serve più.
meringa di me ero bambina
senza la gara di reggere il sole
ma piangere per sempre sotto lo stabbio
di gatti alla malora. indagine di azzurro voglio la dritta
di andarmene mangiata dalle onde dal vento più cattivo.
resto per una mania di persecuzione
senza coraggio di arridere al tonfo
come fanno gli atleti della sorte.
invadimi il sentiero di crepare finalmente eroe
del caso sposato con la cenere. invece sto a casa
urlo di alcova verso la teca morta.
sono caduta nell’eremo di pece
condanna con il cappio della storia
alunno senza nanna per tornare.
il leggio del prete consuma le ossa
dà da credere erudita la fossa
finalmente senza lacci la concordia.
Veronica l’addobbo della pietà
mi dice no con la tunica stracciata.
52.
nonostante il buio della roccia
vado consunta a cercarti,
nella scansia della madre
la farina si è avvelenata.
lunatica padrona la mia stanza
tutto desta diavolesco,
le muse non hanno le esche per essere
amate. a muso duro uscirò da dietro
per non farmi pescare. chissà se basterà
il ciliegio per reggere la falla
così perfida da fare litigio.
le bambole si ammalano vestite
come i fiori finti sembrano vivi
carichi di polvere.
brancolano le giostre che nel vento
diventano vecchie darsene di ruggini.
angeli resi inutili aspettano all’angolo
godendosi la vacanza cattiva
di nullafacenti amori la terra d’accordo.
53.
rancida la mania di rispetto
le spore che vanno e vengono per
far nascere i fiori di pasqua. sulle cimase
ripidissima la venia di chiedere perdono
verso l’occaso e l’alba gemellari.
in un tono da statuto ho visto
l’erba piangere gli stenti delle brine.
un osanna di sperpero il tuo cuore
sensato nel massimo bene
degli specchi che non ti ingannano.
io sono invece una pietà stenta
incline alla bestemmia
alla cenere che stermina se stessa.
in tempo di basto inchino il viso
verso la cerimonia della fatica
la viperina sfinge del corpo nudo.
in mano alla vergogna civettuolo il mondo
ma la bravura accasa lo scontento
vetustà del tedio darsi la morte.
54.
pietà ritorna in fase di collasso
era l’inverno che mi salassava
il ventre e la nomea del sale
a far verdetto. nel sale che fa rantolo
la nebbia si adotta la scodella del viandante,
fosse cortese il panico la pallida aureola
del mio sconforto partorito dal torto di restare
residuo di vita traballante straccio.
in braccio alla maniglia della rondine
apro il mio risucchio la povertà guardinga
di sfatare chissà quale maestria d’orizzonte.
oggi si piange per sempre sul sereno
sul labiale di chiedere il chiaro
per una bastevole entità di nicchia.
in pietà di chiodo arrivi santo
il traliccio che insinua malinconia
la trebbia di starsene morenti
sotto la reggia della gioventù sfinita.
55.
la luce dell’erba stando in cantina
dove si affaccia la verità del drago
e pialla il gomito la fossa.
intruglio di cometa credere in dio
nella faccenda che squaglia il sasso
e lo rimembra assoluto.
i cortili scolastici hanno il canestro
malizioso d’amore. la luna mortale
stemma di meringa la gara di fare
gol all’ultimo minuto dove s’intralciano
dio e la sentinella del campo. addio
ti dico con la cialda vuota
e la manciata di un eremo cortese
in mezzo al senso del vero incanto.
segugio di me il fare meta per connettere
un angelo disperso verso il simulacro del
vento che scortesia avviene. non darmi
inverno anche tu che premi verso la stesa
dei fiocchi di neve. da subito verso
la giungla delle miniere si siede il veto
dell’angelo il gerundio malfermo delle unghie.
l’esito postremo di chi mi chiama strazio
per la fasulla inutilità del fato. in culla
sull’addendo delle foglie vo tracimando
cenere.
56.
mi va di piangere col sole nero addosso
lo sgombero opaco di qualsiasi favola
la merenda che ingombra le tasche
da piccoli. la spazzatura degli orti blasfemi
la chiamo origine, genio di pettine per far
felice una donna durante l’età infelice quella
a verdetto di vecchiaia nonostante le poche rughe
e il sorriso smagliante. da poche anfore ho fatto
sorgere una vestale per angelo custode: bufala
di fede.
57.
quale strapiombo canticchia contro il mondo
quale gioco d’ecatombe imbratta questa zattera
in fin di vita questo calesse d’anima
dove trastulla il vento la rondine infinita.
magari in acqua avrò un’appendice panica
cade la luna un anfiteatro di cielo
vorrei l’amore un chiodo di rimborso
per il fato ottuso di sentire noia
Ercole sul tetto da beccare passero.
Ignudo il mio eroe era una farfalla
una zattera da darsena per i cuccioli
dove alloggiano le lune senza astronauta.
E invece è tutto occupato da una sorta di baratro
da una cipresso marino senza equoree vicinanze
piangente la maretta senza le barche.
inchiodami i quaderni sulla cattedra dell’orco
che possa morirne senza rancore
senza i bruciori al petto di quando ero viva.
58.
postilla di fame il tuo sguardo bambino
quando severa l’estasi del sale
non consente di dormire sodo.
le foglie a terra piangono le fate
quella natura infante che le faceva forti
al sole delle rondini benedette.
in una strada di strilli dove chiunque piange
c’è l’accesso votivo dove chiunque chiede
di generare la voglia di morire
teneri nel sonno. veranda della nonna
starti a sentire vetusto cardellino orfano.
59.
sillabario insano l’urlo
del mio riposo impossibile
quando la cerchia delle rondini loquaci
brevetta inquietudini di stille
vite di stallo. si ammacca la stagione
della libertà per un consenso cafone con il sole
e le bieche aureole dell’ombra. tremulo di nebbia
e di sicuro senza stanza questo scienziato
che inventa le cure per essere sicuri addobbi
di natale per la natività di sé. incontro
il giubileo delle pietre insonni questo
cadere infame sotto financo le grotte.
scempio di sale sulla ferita inerme
del secolo nebbioso in transumanza
senza la retta di una ragione buona
60.
Signore Iddio cieco cuore
palese inganno dove il ricordo
getta dolore gaio alle cornacchie
e il paese si rinchiude carcere
di assoluto sguardo. di diletto e di fragranza
credere alle nespole dove lo spoglio della luna
è lo spillo di crescere per morire. in palio sotto
l’abaco del ventre c’è la staffetta della cometa
cadente dove s’impugna il tempo di resistere
brani di vento tagliole crudeli. divento la sillaba
del sale ogni qual volta l’origine del desco
commette eresia e salso credo. versione di
solitudine guardarti senza la verità della sillaba
bacata dall’ardore di morire. sono un caso
d’incombenza atroce perché la nebbia mi percuote
il cielo e la staffetta del tempo sbraita le cellule
maldestre. su di me si stagna la palude
della luce cattiva senza pupille per capire
il mondo o la rondine dolente. in mano al folle
ardire del silenzio c’è la brocca candida di olive
dove spera l’alunno elementare e la tragedia s’acquieta.
dimmi perché non hai badanti di lucciole
né chiome per il fratello innamorato
del mare sconnesso senza pena.
61.
viltà del cosmo canone del sale
l’età del rospo funzione occidua
il nero silenzioso che assassina la duna
in giacca canuta e prigionia di fato
vado a saziare l’incubo e la balena
irascibile sotto le dita o le ascelle del branco.
in breve al vanto porterò l’enigma
per salutare la madre sartina
e la ribellione fottuta. la cultura del borgo
è un argine dimenticato ma con bestiole da cortile
dove si arena l’inguine della vergine.
il cuore salino fa da discesa all’ultimo
esangue nomignolo dell’angelo fallito.
nella fiaccola ventrale una donna si accascia
palese ospizio di sé. la nebbia di spade
allunga il mistero di chi sfoglia le trappole
del crudo dazio di dover essere per forza
domande al fato tragiche lungaggini
verso le forche ennesime tragedie
di discole faccende prestanome
in fato la stanza di morire trapani a capire.
62.
impiego di siluro stare al mondo
bestemmiare le cantiche dei dadi
per i cipressi che crescono di punta
per il lancio del cardo contro gl’innamorati.
invalse in me un lutto senza ciotola
senza la base nuova per arrossire un poco
verso le sirene che restano di stucco.
verso la pece scompigliano le stagioni
i lutti lunghi di chi non vive mai
né arrampica le rupi di dislivelli.
tutto s’impenna alla radice del sale
per dare gelo alle fresie appena nate
alle conchiglie abrase da saline.
qui si conclama la stagione del santo
quando qualcuno ama i disperati
per combattere le rupi mai facete
o le singole bravure di chi muore.
atavico il sortilegio del lutto infante
celle del bivio perdere contatto
con l’aureola verde degli angeli
con la strada maestra per una frottola
intonacata a regime funerario.
63.
soglia di cometa starti a guardare
amore di soccorso sorso buono
la demoniaca del rantolo blasfemo
dove si mura l’età del canto.
in un eremo che certifica la rotta
la rosa spampanata fa da pianto
questo ridosso che non aiuta a niente.
l’infuso per la febbre mi aiuta a campare
la terra desolata delle tempie
il bilico del panico irruento.
non andartene da me nell’ora stramba
ma badami di coriandoli arcobaleni
la soglia di non andarmene braccata.
in rotta con la cantica del dubbio
c’è la spina del rigagnolo di sangue
la brutalità dello scempio di guardare
imputati innocenti verso le celle.
dio dell’abaco mi costringe al giro
di genuflettere l’aurora con l’occaso
per sparpagliare le norme salva tutti.


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