Marco Pelliccioli - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Marco Pelliccioli

Marco Pelliccioli

Marco Pelliccioli è nato a Seriate (Bg) il 25 novembre 1982. Per la poesia ha pubblicato L’orfano (LietoColle-pordenonelegge.it, 2016), vincitore del Premio Inedito Colline di Torino 2015 (con il capitolo "La Patirazza") e finalista al Premio Rimini 2016; C’è Nunzia in cortile (LietoColle, 2014), finalista al Premio internazionale di letteratura Città di Como, ai Premi Mauro Maconi e Mario Pannunzio, vincitore del Premio Albero Andronico di Roma 2015; Vapore metropolitano (Albatros, 2009), terzo classificato al Premio Mario Pannunzio di Torino 2009. Per la narrativa ha pubblicato A due passi dal treno (Eclissi, 2015) romanzo segnalato dal Premio Italo Calvino 2014. Per la saggistica ha pubblicato Un dandy a teatro. Oscar Wilde e Woody Allen (MEF, 2008). Ha scritto Ho catturato Coppulone!, sceneggiatura cinematografica con menzione speciale al Premio Inedito Colline di Torino 2014. In amore non si bara, atto unico teatrale finalista al Premio Inedito Colline di Torino 2010 e Schegge d’autore di Roma 2010. Suoi testi sono stati premiati e finalisti ai premi Lago Gerundo Europa e Cultura, Mario Soldati, Mario Pannunzio e sono apparsi in alcune antologie e riviste.


Le Parole
C
redo che la poesia sia il luogo di una verità che si concede nel suo mistero senza svelarne fino in fondo l’essenza e il contenuto. È un’interrogazione, un’evenienza, dato sensibile e materia, sintomo della cum-munitas, una tache appercepita dall’Ego nell’empatia con l’Alter, una rivelazione parziale dell’Essere che affonda le sue radici in quel pre-mondo che ci precede, ci lega e ci appartiene come esperienza prima e strutturante.
Un fenomeno per sé o in sé che attraverso la parola diviene fenomeno in-sé-per-o per-sé-in-, nell’incessante e continua différance che rende l’esperienza poetica ininterrotta e, di fatto, incompiuta.
Da qui il suo paradosso, nell’atto di offrirsi come testimone della condizione umana e riuscirvi solo parzialmente.
Una parzialità irrisolta che pone al centro l’uomo, la sua esistenza e ne sonda le verità profonde, restituendosi come un’impronta.



Poesie

da L’orfano (Lieto Colle-Pordenonelegge, 2016)


Non solo la morte, sai, mi spaventa
ma questo eterno, imperante presente
che fagocita i padri, le radici, la storia
con un paio di clic
e lascia me padre, il figlio nel ventre di lei
orfani, soli...
Cocci, detriti, vesti, fruscii,
la terra spaccata:
"Chi siamo?"
mi chiedi ora tu...

Catafam
Scrostava il paiolo all’acquaio
le mani tagliate, i calli
staccava la ruggine, croste,
per i sette figli affamati.

Non brillano stelle dorate
nella valle buia del Serio
né dolce è il fluire della Mörla, o la luna:
il giallore ha paura e muore in silenzio
la nebbia è scesa in pance ormai vuote.

Si raccontano fiabe ai figli al camino,
-  la madre che scrosta, le mani di sangue -,
sono fiabe d’orrore: la Maria senza gamba
spegne la fame col suo arto d’oro nascosto in soffitta...
tra brandine di paglia conviene dormire.

Chissà se domani verranno i soldati
a portarci i saponi da vendere al borgo,
ci sarà un po’ di latte a mischiare le croste
per vedere nel volto di nostra madre
il riflesso del pesco sbocciare nell’aia.


Le cose, i corpi
C
on la busta congelata
la spesa, la stampella, il manico, lo scotch,
passo dopo passo lungo il marciapiede:
le crepe sulle mura, le rughe sulla faccia,
il ciuffo senza tinta, il pioppo ormai ingiallito...
Un cumulo di cocci cresceva ogni mattina
veniva giù dal muro in via del Conventino
nessuno interveniva, neppure lei,
come se le cose, i corpi,
dovessero tornare al loro vero nome.

Ecografia (II)
"
Come batte il cuore", dice lei,
un treno, una locomotiva,
uno spartito che chiede a noi parole
ma non sappiamo dire
e tu, che sbatti le gambine,
muovi i pianeti, la mano di lei protesa verso te,
balzi, ti muovi, forse ci saluti,
ci salvi da mia madre, suo padre,
dal dolore per chi, forse,
voleva solo amarci, come non poteva?

da C’è Nunzia in cortile (Lieto Colle, 2014)

Era solo ieri
M
entre rovisto tra le casse
pacchi di farina saracena,
sento qualcuno bisticciare
per le pentole a pressione.

Non c'è più il mercato in via Paderno,
li hanno cacciati via:
il Mauro, i salami appesi ai ganci
i graffi sulla faccia per aver ucciso il porco, il Berto
quattro denti marci, le mani senza un dito
sporche de förmài, il Batista
le collane d'aglio, le trote prese al Brembo
ammucchiate sul bancale, la Luisa
gladioli, ortensie che scordano la fame.

Sono scomparsi, crollati negli scavi
di un castello in costruzione.

Eppure, era solo ieri
la polenta nel paiolo a centrotavola nell'aia,
il mangiafuoco, il cherosene, a incendiare la collina
poi a letto sulla paglia, la lampada senza olio,
le stelle decrepite sul tetto.

Non è rimasto più nessuno
se non tu, che interroghi ogni ombra incontri nei cortili
e chiedi: "qual è la tua Storia?"

C'è Nunzia in cortile
C'
è Nunzia in cortile
con le mani lacerate, il bastone appeso al muro
l'acqua versata sulle ortensie.
Sembrano la terra le sue rughe rammendate:
boccioli di rosa appena pronunciati
grazia che splende alla fontana.

Rosarno
("Immigrati in rivolta a Rosarno" - 07.01.10)

Nelle case di cartone
costruite dal silenzio
respira il figlio
punito dalla Storia.

La madre china al crocifisso
il padre fiacco alla campagna

mentre il vento urla:

"non è colpa di nessuno!"

Non importa rischiare
A
ttraverso con te Cave di Pietralata
poi arrivo in via Cupra, c'è Nunzia in cortile
mi prende la mano, racconta del figlio...
Tu stendi lenzuola alla finestra
raccogli le briciole sul davanzale
si apre il portone, ma solo una scala compare:
milioni di gradini da salire
attraverso i tuoi occhi.
Altri dieci minuti e rientro,
ceste di panni da portare in cortile
mani sfregate contro palpebre stanche.
"Non è niente", mi dici,
raccolgo le bucce, le butto nel secchio,
mi chiedi in silenzio se ne saremo capaci;
"Non lo so", ti rispondo,
e scendo in cortile con barattoli in mano.
Poi riapro la porta:
il fornello, le mani
la farina sul naso

            non importa rischiare.


Da Vapore Metropolitano

Fermata filobus
V
erdi reti scure adombrano i ponteggi
sciupate carte stracce ai piedi del cestino
sommersi edicolanti tra fogli di giornali
resti di passanti tra porte di filobus.

La pioggia crea pellicole
che ti rendono lontana,
ma sciacquata nel silenzio
il riflesso del segreto
scorre sul tuo volto.

(Roma)



Al chiaro di luna   
Tra colorati neon lividi di insegne
e spenti marciapiedi ubriachi di silenzio,
le suole consumate svegliano le vie.

Sudo nella febbre di una forma che non c’è.

Possiedo un istante,
il nulla e l’illusione.

(Bruges)


Risveglio
A
nche di mattine
d’inverno in aria fredda,
tra le nere nubi,
una lama di luce:

nell’aria di vetro
secche le sue foglie

e il gelo alle mie spalle.

(Bergamo)

Neve  
I
l viale innevato
ricopre di bianco
l’asfalto cenerino.

L’eco del silenzio
rintocca da lontano,
indenne e continuo.

Il mio cielo è plumbeo
- e mai te l’ho nascosto -
ma nel suo passo diffidente
riesce a sgretolarsi
in pollini di neve. Il tuo?

Nel vicolo di lato
prendo una tua mano
e lascio a te la pelle,

ma il tuo respiro resta
prudente con la neve
sul ramo del ciliegio.

(Bergamo)



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