Madrid - La Mia Poesia

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Madrid

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Una città da vivere più che da visitare.
La gente ama soprattutto conversare, ogni occasione è buona per farlo.
Comer o biber, tutto è un pretesto per subissarsi di parole, allacciati ai banconi degli innumerevoli piccoli e grandi locali che infiorano le strade strette di las Lettras o guarniscono ,come corolle, la plaza San Miguel, soffocano il suo mercato vivo di tutte le vite che ogni giorno vi sostano.
I visi che si incontrano li si conosce da sempre, come i ritratti dei nonni che occhieggiano nel vecchio canterano di cucina o sorridono, spenti, nei ritratti stantii,  ma duri a morire. Le vie del centro sono esageratamente larghe, quasi avessero pudore a fronteggiarsi e gareggiano nei pinnacoli dei palazzi a chi porta il cappello più estroso, stravagante, di cattivo gusto. Plaza del Sol è ritrovo di disperati o di gente che staziona senza sapere bene che fare, mentre calle Mayor  trascina verso la piazza quadrangolare dallo stesso nome: tavolini affollati, sole e giovani seduti per terra a goderne, così, per assumere una posa da offrire ai passanti che vanno giù, verso il palazzo reale assai meno maestoso di quel che il nome faccia immaginare:  stucchi e tappeti e gran saloni e quadri e scalee, ma un che di funebre, di decomposto, di sconfortato aleggia sui drappeggi di uno splendore così  passato da risultare patetico e accorato. Poveri re e povere regine del regno della polvere, mucchi di ossa sparse in un universo indeterminato: l’eterno cimitero terrestre. Il Prado riscatta tutto, immensa giravolta di occhi e corpi avvolti dai colori più strabilianti, più veri del vero; inseguono il visitatore e lo perseguitano col rimorso di non avere sostato più a lungo, occhi negli occhi. Da immemorabili distanze parlano il medesimo linguaggio, facile ad intendere a chi è predisposto per natura a cogliere i sospiri , a rintanare le voci altrui come gemme preziose. L’albergo ha una camera liberty, la testata del letto ha disegni azzurri che si sposano con la tappezzeria a righe a formare un involucro finto familiare, la finestra da su un piccolo tondo cortile interno su cui affacciano aperture ad arco coi vetri disegnati e discreti. La sala colazione occupa tutto il sesto piano ed è elegante come una signora nata bene e morta meglio, un’aristocratica che quando sanguina aiuta il colore del mare. Gli inservienti son tutti sudamericani, si muovono veloci e senza grazia, non sorridono, ne hanno ben donde, eppure anche la finzione serve alla rappresentazione. Non so dirne il colore né il sapore: una città continentale, lontana dalla zattera in cui mi trovo a navigare.
Franca Massaiu

 
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