Luciano Cecchinel - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Luciano Cecchinel

Luciano Cecchinel
E’ nato a  Revine Lago  nel  1947 , figlio di Giuseppe («partigiano e democristiano»,  1918 - 1987 ) e Annie Maldotti (nata nell' Ohio ,  1922 - lt 2008 ). Laureatosi in Lettere moderne presso l' Università di Padova  nel  1971 , ha insegnato a lungo materie letterarie nella scuola media. Negli  anni settanta  ha fatto politica, diventando sindaco del suo comune, Revine-Lago, e si è occupato di costituzione di cooperative agricole. Nel  1984  il poeta ha compiuto una significativa esperienza di viaggio negli  Stati Uniti d'America , alla scoperta dei luoghi dell'infanzia della madre Annie. Cecchinel ha iniziato la pubblicazione delle sue opere con la raccolta di liriche dialettali Al tràgol jért nel  1988 , con testi elaborati a partire dalla prima metà del decennio precedente; seguono Senċ (con una  tempera  di Giani Sartor) nel  1990  e Sanjut de stran (all’interno di «In forma di parole») nel  1998 . Del 1997 è la plaquette Testamenti (con un disegno di Vittorio Schweiger). Nel  1999  viene pubblicata una riedizione riveduta e ampliata della prima opera Al tràgol jért con postfazione di  Andrea Zanzotto , poeta col quale Cecchinel avrebbe stretto, nel tempo, un lungo sodalizio. Dopo questa serie di opere in dialetto revinese, Luciano Cecchinel ha pubblicato anche opere parzialmente o totalmente in lingua italiana: Lungo la traccia e Perché ancora / Pourquoi encore nel  lt 2005  e Le voci di Bardiaga nel  2008 . Del  2006  e del  2007  sono rispettivamente le plaquette Parole residue e Sul limite, del  2009  parlar cròt (parlare malato). Nel  2011  è infine uscito per  Marsilio  un nuovo volume di poesie dialettali dal titolo Sanjut de stran, con un'ampia e analitica prefazione di  Cesare Segre . Molti testi poetici di Cecchinel hanno avuto spazio su riviste come Diverse lingue, Pagine, In forma di parole, Annuario di Poesia, clanDestino, Atelier, Yale Italian Poetry, Poesia, Periferie, Cartaditalia e Atlanta Rewiew. Cecchinel ha pubblicato anche alcuni articoli e studi sul folclore e sulle culture subalterne. Oltre a Zanzotto e Segre, sono molti i critici che si sono pronunciati sulle opere del poeta veneto: basti citare i nomi di  Franco Brevini , Martin Rueff, Claude Mouchard, Francesco Piga,  Franco Loi , Marco Munaro, Franco Trifuoggi, Maurizio Casagrande,  lt Gian Mario Villalta ,  Davide Rondoni , Giovanni Turra, Fabio Zinelli, Isabella Panfido,  Maurizio Cucchi , Niva Lorenzini,  Rolando Damiani , Idolina Landolfi, Francesca Latini, Pasquale Di Palmo,  Folco Portinari , Silvana Tamiozzo-Goldmann, Matteo Vercesi, Nelvia Di Monte, Matteo Giancotti, Clelia Martignoni, Giovanna Ioli, Anna De Simone, Tiziano Zanato, Francesco Carbognin, Edda Serra, Francesca Seaman, Filippo Secchieri, Roberto Nassi, Silvia De March, Alessandro Scarsella, Giulio Scalessa. Nel  2012  – a seguito del convegno internazionale Omaggio a Luciano Cecchinel, poeta dell'emigrazione veneta negli Stati Uniti d'America tenutosi a  Mestre  il 24 settembre 2009 – è stata pubblicata presso  Marsilio  la raccolta di saggi La parola scoscesa. Poesia e paesaggi di Luciano Cecchinel, monografia curata da Scarsella, contenente tre testimonianze di  Mario Rigoni Stern ,  Massimo Cacciari  e Andrea Zanzotto, oltre a contributi di Federica Benedetti, Marco Boscarato, Francesco Carbognin, Matteo Giancotti, Paolo Leoncini, Michela Manente, Clelia Martignoni, Roberto Nassi, Alessandra Pellizzari, Martin Rueff, Alessandro Scarsella, Francesca Seaman, Filippo Secchieri, Edda Serra, Giovanni Turra, Matteo Vercesi, Gian Mario Villalta, Tiziano Zanato.
Le Parole
Non sono versi facili quelli di Luciano Cecchinel, né consolatori, ma a volte nell’esplorazione delle proprie radici nostalgiche riesce a trovare, scavando a mani nude, quei pezzetti di noi, quei piccoli ricordi agrodolci che abbiamo lasciato alle nostre spalle, piccoli gingilli, cose per cui saremo ricordati, anche quando non ci saremo più.    


FEBBRE  da Lungo la traccia
dal pulsare di un’oscurità roca
rinvieni, febbre, alla perduta traccia:
con la tua lanterna fosca, ubriaca
di vagolante conestoga, sbircia
fra i fluidi diciottoruote d’America
per una vecchia strada dietro la Grande Via

e tu qui, nuovo tempo di pattuglia,
non agitarmi in faccia la tua torcia,
non fissarmi fino al tuo occhio strabico,
sono solo un sonnambulo forastico
sulla traccia di un mio, di un tuo passato
come di un erratico dollaro scaduto

DENTRO UNA PICCOLA LUCE
per la sera immensa del Midwest
dentro una piccola luce,
stanca incerta stella,
il padre, la madre e sottovoce
il loro minuto sì,
la bambina che saltella
attorno alla mensa pronta
e, esile uccello imitatore, canta
yes daddy, yes ma...

lei, pegno di suoni ignari
come la bandiera dai nuovi colori
nella casa dove il sì
si spegne per la sua dolce voce
- yes daddy, yes ma -
come la piccola luce
che ormai sfila, incerta stella,
si perde nel buio, nel nulla

della notte immensa del Midwest

febbre
in Lungo la traccia conestoga : grosso carro da trasporto che è un po' il simbolo dell'epopea della colonizzazione nordamericana.
diciottoruote
: traduzione letterale del termine eighteen-wheelers, con cui vengono chiamati in gergo i grossi camion che viaggiano attraverso gli Stati Uniti.
Grande Via
: al di sotto del valore connotativo dell’espressione, il riferimento è ad una delle grandi autostrade americane. Nell'Ohio passano le due grandissime interstates degli Stati Uniti: la 70, che attraversa gli U.S.A. da est ad ovest e che ha quasi completamente soppiantato la Old National Road, l'antica strada dei coloni che le passa per lunghi tratti accosto, e la 77 che attraversa il paese da nord a sud.
dentro una piccola luce
perché il sì si spegne: nella comunità italiana d’America, a differenza di altre di immigrazione, non era generalmente costume insegnare ai figli nati nella nuova terra la lingua della madrepatria.
yes daddy, yes ma...: "sì papà, sì mamma".
uccello imitatore: in vago parallelismo col tordo motteggiatore.



ADDIO STRADA PERCORSA
lungo di te, vecchia strada dell'Ohio,
tra spente lucciole e accese cicale
come un brumoso saio
porto un sonnolento male

ancora mi invitano a sostare
le pigre colline, il mite canto
dal lontano casolare
ma tu non sei tutto quanto è qui:
come un profumo di pianto
qualcosa di invisibile è lungo di te
. . . . . . . . . . . . . . . . . .

ah, strada percorsa,
non so verso dove alzare il pollice
lungo gli spazi deserti
della moltitudine dispersa:
pure per un brusìo soffice
ancora mi ostino a seguirti...
ma sfugge ora il bisbiglio,
è svanito
per un soffio improvviso:
smarrito sul ciglio
sono il viandante spaurito
di un tempo nebbioso
. . . . . . . . . . . . . . . . . .

e cercatore triste
dondolo ora in lenta carovana
fra scuro e braci vaste
dietro la lieve cantilena
di tante anime assonnate...
e voi laggiù sparite pure, lucciole
sventate! e voi stridete, cicale
interminabili, spietate

addio strada percorsa
strada percorsa: ripresa di parte di un verso della composizione "Main Road Song", contenuta in Leaves of Grass, il poema di Walt Whitman inneggiante alla crescita della nazione americana.
Vecchia strada dell'Ohio: la Old National Road, una volta chiamata anche Main Street of America, fu essenziale per i collegamenti fra l'Est e l'Ovest e quindi per l'unificazione fra i primi stati della nuova nazione con la frontiera che rapidamente avanzava.

SUITE APPALACHIANA
tracce qui, impronte ovunque
e su di te, luna migrante,
sulla tua polvere alta e spenta
il piede dell'Ohio
e andare, andare non sai dove,
in chemailuogo,
verso la Nuova Strada Nazionale?

hello you, Main Street of America!
l'aquila d'argento sopra di te,
detrito di vertiginoso sogno
per un improbabile, sottile
ammiccare notturno,
per la sola speranza del ritorno

e così impronte strane
ti trascini smarrita luna
sopra cumuli di colline
e praterie accatastate
come pelli di bufalo
fino alle balzanti catene
e oltre, fino alle morenti
e deliranti sequoie
eppure sei la luna
che ha illuminato la via oscura
di acciaierie e miniere
da dove allora
per la mano invisibile
degos e degos e sei stata
fondo giallo di whiskey
allo strascicato guaìto d’acciaio,
pallido orlo d’acquavite
al lamento oscillante del violino

luna ebbra, luna vagante,
scorrono ancora le tue trecce
come di salice lucente
in mezzo alle colline,
restano le tue lacrime furtive
lungo sperdute tracce
accecate da erbe come crine,
quasi blu, quasi vive
come il tuo pascolo tremante
di impronte fuggitive

suite appalachiana

suite appalachiana: nella suggestione della composizione sinfonica Appalachian Spring di Aaron Copland.
tracce qui, impronte... il piede dell'Ohio: al di sotto del piano connotativo sta il fatto che gli astronauti John Glenn, primo uomo americano nello spazio, e Neil Armstrong, primo uomo a mettere piede sulla luna, sono dell'Ohio.
la Nuova Strada Nazionale: conio che richiama per antitesi la Old National Road, chiamata anche Main Street of America.
morenti e deliranti sequoie: allusione alla profezia che Walt Whitman affida agli alberi millenari nella composizione  "Song of the Redwood-Tree".
mano invisibile: un po’ oltre il concetto di Adam Smith.
degos: da "dego", qui così riportato quale pronuncia di dago, il nomignolo affibbiato in generale agli immigrati di cultura latina e poi in particolare agli italiani nell’America Anglosassone. L’origine dell’appellativo, comunque più usato in chiave dispregiativa che di simpatia, rimane incerta.
I più lo collegano a dagger = "pugnale", pensando presumibilmente alla locuzione to look daggers at (to look at with anger or hatred); fra questi anche il Pascoli nella nota al poemetto Italy.
C’è poi chi dice venga da they go, "finalmente se ne vanno"; chi da until the day goes (fin che il giorno se ne va), nel senso di "lavoratore a giornata".
Ma ci sono anche spiegazioni più benevole: secondo una di queste l'etimo sarebbe Diego, nome proprio assai diffuso nell’ambito culturale latino, soprattutto in quello di provenienza ispanica; secondo un’altra, fornita dagli stessi emigranti italiani, il nomignolo andrebbe collegato alle loro difficoltà di comunicazione di immigrati quale esito americano dello scimmiottamento dell'intercalare "dico", "dighe", rituale per l'italiano costretto a ripetere per farsi intendere.
guaìto d’acciaio: il riferimento è alla steel guitar,  strumento a corde suonato contemporaneamente a mano e a pedale (è chiamato anche pedal steel guitar) che produce suoni dolcemente quanto lamentevolmente prolungati. Rappresenta con quelli del banjo e del fiddle uno dei suoni peculiari della musica country.
violino: si tratta del fiddle, un particolare tipo di violino che caratterizza il suono di molta della musica tradizionale americana.

BANJO BREAKDOWN   
sottile rapida illusione
di pendoli che impazziscono
per ossessionato plettro,
quasi corsa febbrile di campane
che fuggono, si scontrano,
tornano poi indietro...

ah, canta tintinnante setaccio
di sogni e ricordi,
come dei grani del cielo la luna  
che cala nel blu, crepaccio
dei volti sordi
della notte, che riluce
di miseri fuochi, che trema,
che ormai tace

RINGRAZIAMENTO
lungo il mio peregrinare
fra vaste scorie accese
eccomi alfine al tuo inferno,
Signore delle ferriere
che fai zampillare il giorno
in scintille irose,
Signore della miniere
che stilli gelide gocce di sudore

sei tu che su dal martellante clangore
fra nubi fumose
ascolti le affannate preghiere,
la lenta canzone
di fatica e lontananza,
i passi smarriti in stanco rintoccare,
antico rito senza speranza,
senza implorazione

e sia grazie a te da ogni dove
per le forge di roventi vene,
per i pallori del fulmine che assale,
per le morse dei bui e dei geli,
scosse schiantate catene
della tua rabbia traboccante nella babele
di antenne, di cuspidi e di ogive
che ormai sfrenate ti contendono i cieli

banjo breakdown
banjo breakdown: titolo di frenetici pezzi per il banjo, strumento a corde a cassa piatta e circolare di origine africana diffuso dai negri in America e largamente impiegato nella musica jazz e in quella country.
Il breakdown è un'antica danza di origine negra.
ringraziamento
Il testo allude anche al Thanksgiving Day, festa nazionale statunitense che cade il quarto giovedì di novembre in continuità ideale con la festa di ringraziamento che celebrarono i Padri Pellegrini assieme agli indigeni nel primo anniversario del loro sbarco.

SOPRA IL PENDIO DEGLI ALLEGHENY
sopra il pendio degli Allegheny
mentre la vampa meridiana attizza
sulla targa metallica
i loro spenti nomi,
inutilmente li trattieni
tu, coltre avida d’America:
il loro spirito è nella carezza
della luce che di là viene,
non, non nella ruvida brezza  
della sera che già è altrove
io, penitente
senza colpa e assoluzione,
per un ignoto dove
oscuramente lo rincorsi
e lo sentii qui alfine,
come da là, così distante:
per questo venni e lo raccolsi
sulle onde tardive dei miei versi

SCEMPI   da Perché ancora

a Ermando Grava (Rosa), torturato a morte dai fascisti

Non si staccarono dal cielo
mani di luce
neanche perché tua madre non fosse
sulla tua, sulla propria carne
l’impazzire di strazio,
bambino fatto adulto dalle armi
e trasceso per lame,
acido e sale.

Oggi noi ti vestiamo
a festa della tua paura,
della nostra miseria,
martire di uno scempio
che rifacciamo,
che non volevi.

Rinserrati i tuoi denti
non fanno passare parola:
a diritto reclino
ti ascolta il Crocefisso,
noi dovremmo provare
a parlarti in silenzio
come gli alberi all’aria,
l’acqua alla luce.

Scempi in Perché ancora

Ermando Grava (Rosa), diciottenne di Revine inquadrato nella Brigata Tollot, fu catturato durante un rastrellamento da un contingente fascista sulle prime pendici della montagna e subito ferocemente bastonato. Condotto poi in un’osteria di Lago, fu seviziato orrendamente col concorso di una donna. Non paghi del calvario che gli infliggevano, i suoi carnefici usarono l’estrema crudeltà di farlo vedere ormai sfigurato per le percosse e le torture alla madre e alla sorella. Ormai moribondo, fu finito a colpi d’arma da fuoco il 17/3/1945.

ENTRO LE PIETRE DI TREBLINKA
Nella nenia ebraica vicino un tonfo
un corpo un volto femminile
lo stupore del male
le labbra i denti a sanguinare.

Poi il pianto silenzioso
il corpo a raggrumare come un feto
entro la pietraia
sfinito il dolore del mondo.

Ammutolirono
poi corsero verso di me
che la reggevo i pellegrini
presero come loro quel dolore.

NEL BOSCO DEI FAGGI

A ciascuno il suo

Col vento senza memoria
dai reticolati ossuti
ancora stille di cenere
sopra i basamenti neri
e poi ringhi come di cani furiosi
entro grate scabbiose di ruggine.

Qui a ciascuno di voi che faceste
del pensiero un vestito di morte
la sua razione di orrore,
di fame, di gelo,
il suo ultimo colpo, il suo uncino,
il suo rimasuglio esalato di fumo.

Ora non più gridi e versi
sfiatati di cavalli cantanti,
non più sforzi per pace di morte
per voi trasparenti
in nebbia di pioggia,
in lana di nubi.

Qui a ciascuno di voi il suo sospiro,
il suo silenzio, il suo cielo,
spiriti che vagate nell’aria
verso il piano celeste lontano
ripensando al lavoro del fumo
nell’abbandono dell’uomo, di Dio.

Da voi senza più bisogno
di preghiera e elemosina
noi pellegrini ansiosi di angoscia
ognuno a mendicare
il suo po’ di cuore,
di fame d’amore.

entro
le pietre di Treblinka
Il campo di sterminio di Treblinka, distrutto prima del suo abbandono dai nazisti, è stato visivamente recuperato attraverso la dislocazione di pietre: le più grandi indicano il recinto del lager e il tracciato della ferrovia che vi entrava, le più piccole ricordano i trucidati e le varie città europee da cui erano stati deportati. Il testo è ispirato ad un episodio accaduto durante la visita al campo mentre era in corso la cerimonia di suffragio di una comitiva israelitica.
nel bosco di faggi
bosco di faggi: a Buchenwald, campo di sterminio sulle colline nei pressi di Weimar, furono eliminati soprattutto gli uomini della Resistenza tedesca. Per ciascuno di voi: il cancello d’ingresso del campo reca la scritta "JEDEM DAS SEINE" ("A ciascuno il suo"). il suo ultimo colpo, il suo uncino: nel campo non furono usati i gas asfissianti. Gli internati venivano uccisi in uno scantinato-mattatoio e quindi portati con un montacarichi al reparto dei forni crematori. Cavalli cantanti: per i prigionieri, costretti a trascinare cantando un carro carico di pietre, era stato coniato dagli aguzzini il nomignolo di "singende Perde".


Angonia de primavera

da Al tràgol jért
(I.S.Co. 1988 - Scheiwiller 1999)


Mi son l’ultimo vècio de sto paeśe.                 
In te la me mènt
l’è poret al cuèrt de laste
e ‘l codolà lis l’é ‘n larin grant
che ‘1 fogo ‘ndat l’à asà croste
de zendre e de fret.

E qua tel me nicio de pojan e fulische
al ciaro tórgol de ‘n pavier débol
stae a vardar cuzà dò la me man
che la vena fonda de la sòn
la mof a scuarzar
tel zendre senpro pi spes
senċ che gnesuni pi romai intènz.

Ma la me traza la pòlsa  
anca su le piere sfeśade
de qualche casa 'ncora descuèrta
e su i pra su là
su quele stulide
de le caśère e de le maśiere
sbarade dó par sora le ortiche
e su i lenċ de i telarin e de i piói
ndove che i scrif insonadi i carói
le ultime storie
e tei zércol de la lama
fat sec e biancaz fa 'n òcio caiest
e su le carucole ruciade
su la corda malgaliva
fa sto tènp balordo
e sul troi inpradà che mael da le creste
al ghe va in contra a le nèole
e su la musa ślasada
che la ghe sanjutéa forte
a i zighi da gal de i bòce
de Iònc la festa santa del jaz,
bestema crepada de la tieda
par le òlte de 'n tràgol fat jert,
lisp fa i braz de na mare caina.

No i a batest, no, par mi 'ncora i senċ
e gnesun me tira a cuèrt
da ste straśégne crude del tènp.

Dal zei cévet de i muret
i rodoléa i oci inbarlumidi
fin oltra quel revès de i cortivi
drìoghe jènt che la pasa
e sènpro, sènpro de pi
fa le zime su par là la se lontana...
e i sofeghéa injotidi i bòt de le ore
fati ave marie pegre de ran
e l'informigoléa le donture
tut sto śbaregamènt mat de rane,
fa de śgréole scaturide al vèndre sant.

E tra fòra,
tra fòra lora, parona,
sangue scur de le me vene
par la me festa forèsta
che i cornolèr si i à oltà par tèra
i so fior par mi
joza ciara del lenċ e del ziel
ndé che i pra da no sò pi quanti ani
i leva moldeste
le man de l'ultimo nef.

Parona, tra fòra 'ncora,
ancora par mi, sior de le zime
mai 'ncora domade
e ti salta fòra tè le me vene
montana trata del tènp,
udor de la tèra
sul colmo del sudor e del fien!
Ma se solche proe a trar i òci in su
no, no pi par mi
e par chi pò romài
sgórleli i càrpen e i fràsen i so cavéi
fondi e freschi de fémena
e lèvele alta le casie
la so fiévera mèstega!?
Ma la candela la desfa
su la scanzia la so zera trista
e de Iònc travi e calzine
al so barlumir al se infronta
su par zate
onbriośe che bala,
che scròca e no ziede...
…………………………..
al ciaro e 'l scur
al tènp ndat e quel gnest
oler ben e poder
par conto sò ogni un.
Al ventar de na stela
ien pura, mòrt!
Tu sé sol an canpanaz śgiòlz.
E tut quel che ò dit urina tel nef.


AGONIA DI PRIMAVERA
Io sono l’ultimo vecchio di questo paese.
Nella mia mente
è povero il tetto di lastre di pietra
e l’acciottolato liscio è un focolare grande
sul quale il fuoco trascorso ha lasciato croste
di cenere e di freddo.

E qui nella mia rotonda di languore e fuliggine
al chiarore torbido di uno stoppino debole
sto a guardare accovacciato la mia mano
che la sorgente profonda del sonno
muove a sprecare
nella cenere sempre più spessa
segni che nessuno più ormai intende.

Ma la mia traccia riposa
anche sulle pietre fessurate

di qualche casa ancora scoperta
e sui prati lassù
su quelle abbrustolite
delle casere e delle cataste di pietre
franate giù sopra le ortiche
e sui legni dei telai e dei ballatoi
dove scrivono assonnati i tarli
le ultime storie
e nel cerchio della pozza per l'abbeverata
divenuto secco e bianchiccia come un occhio caduto
e sulle carrucole slittate
sul cavo diseguale
come questo tempo balordo
e sul sentiero inerbato che solitario dalle creste
va incontro alle nuvole
e sulla treggia sconnessa
che singhiozza forte
ai gridi da gallo dei ragazzini
lungo la festa santa del ghiaccio,
bestemmia spezzata della tettoia
per le svolte di una strada da strascino divenuta erta,
viscida come le braccia di una madre crudele.

Non hanno battuto, no, per me ancora i segnali
e nessuno mi porta al riparo

da questi stillicidi crudi del tempo.

Dal ciglio tiepido dei muriccioli
roteano gli occhi abbagliati
fin oltre quello rovescio dei cortili
dietro gente che passa
e sempre, sempre di più
come le cime su di là si allontana…
e soffocano inghiottiti i rintocchi delle ore
divenuti ave marie pigre di rame
e intorpidisce le giunture
tutto questo urlio pazzo di rane,
come di raganelle spaventate il venerdì santo.

E versa,

versa allora, padrona,
sangue scuro delle mie vene
per la mia festa estranea
che i cornioli sì hanno riversato per terra
i loro fiori per me
goccia chiara del legno e del cielo
dove i prati da non so più quanti anni
levano munte
le mani dell'ultima neve.

Padrona, versa ancora,
ancora per me, signore delle cime
mai ancora piegate
e tu prorompi nelle mie vene
piena sgorgata del tempo,
odore della terra
al culmine del sudore e del fieno!
Ma se solo provo a volgere gli occhi in su

no, non più per me
e per chi poi ormai
agitano i carpini e i frassini i loro capelli
fondi e freschi di donna
e levano alta le acacie
la loro febbre mansueta!?
Ma la candela scioglie
sulla scansia la sua cera amara
e lungo travi e calcine
il suo barbaglio si addossa
contro zampe ombrose che vacillano,
che crocchiano e non cedono…
…………………………
a luce e il buio
il tempo andato e quello venuto
voler bene e potere
per conto proprio ognuno.
Col soffio di vento di una stella
vieni pure, morte!

Sei solo un campanaccio stonato.
E tutto quello che ho detto urina nella neve.




PARON ALT DE LE TÈRE
Paron alt de le tère,
de le nèole e del sol
par noi tu sé stat sol paron
de grénpene e jerture sudade
e jaz crepade e strasegne crude.
Par altri tu sé stat paron
de pian mèsteghi e lede
e soi mòi fa sede.
E pura noi te on dit su
da qua do, da ste val despèrse e scure,
te tanti ciari deboi
fa de bùbole imiseride
al nòstro credo de stran, lenc e piere
e tante òlte da le ponte alte
che le vènta de grize  e de stele
te on levà altar bianchi de masiere
e sagrefizi parfumadi de medìi, mar e mede.
Ma ti tu se restà
da drio i to ziei pezadi
fa cine maciolade,
drio le to vave blu slusènt de ori
e ’ncora spes da là su tu ne parla
par secagne rosate
e tenpèste smaride.
De scòrze gropolose e sache e roài
l’è dà ’l nostro vestì
ma na sbroja inderegada dal fret
fa ’l lenc del castegnèr
morsegà su dal s-ciareta l’inverno
l’à da èser gnest al to cor,
paron alt de le tère,
de le nèole e del sol

PADRONE ALTO DELLE TERRE
Padrone alto delle terre,
delle nuvole e del sole,
per noi sei stato solo padrone
di lande sassose ed erte sudate
e ghiacci spezzati e stillicidi crudi..
Per altri sei stato padrone
di pianure mansuete e terre di limo
e acque tiepide e soli come seta.
Eppure noi ti abbiamo recitato
da quaggiù, da queste valli sperdute e oscure
in tante luci deboli
come di lucciole intirizzite
il nostro credo di strame, legno e pietre
e tante volte dalle ondulazioni alte
ventose di cirrie di stelle
ti abbiamo innalzato altari bianchi di pietre
e sacrifici profumati di stolli, cumuli e mete di fieno.
Ma tu te ne sei rimasto
là dietro i tuoi cieli pezzati
come vitelle maculate,
dietro le tue cave azzurre lucenti di ori
e ancora spesso da lassù ci parli
attraverso siccità rossicce
e grandini sbiadite.
Di scorze nodose e virgulti ritorti e rovi
è già il nostro vestito
ma un coagulo irritato dal freddo
come il legno del castagno
morso dal cuneo d’inverno
deve essere diventato il tuo cuore,
padrone alto delle terre,
delle nuvole e del sole.


CO LA TO PORE LENGUA

                                     a A. G.
                 (fuori dello Zanesville Hospital)

                     
de entro del biso de sto mur spes
- fursi "vui tornar, portéme a casa mea" -
tu zighéa fa picada a ’n incregnamènt
co la lengua de lora,
le so parole che le scanpéa
fa fior de radicèla
che no i fea pi radis
e i te soléa indrio te la mènt
tornada tosatèla
fa te ’n girotondo incantà

se un solche ’l ghe fuse rivà
al varàe podést tirarte fòra
da quel zércol cain,
instradar la to ànema despèrsa
incóntreghe a mama, a pupà,
a fardèi...

e invenze, perdesta te quei cavedài
che no i ol finir
ti no tu te sé cetada mai pi,
no tu pol pi star gnesuloc
e ’l santo de le ròbe pèrse
no ’l contéa pi gnent
sul zéi del gnent,
de le to parole cridade
senza pi resposte juste,
sol che le calèfe zigade
de quel girotondo incantà
che ’l te vea sarà su in tra mèz
sote l’òcio biso del mur,
an blòc che mai pi no ’l se mof

CON LA TUA POVERA LINGUA

dentro il grigio di questo muro spesso
-forse "voglio tornare, portatemi a casa mia"-
urlavi come impigliata ad un intrico
con la lingua di allora,
le sue parole che se ne fuggivano
come pappi di tarassaco
che non facevano più radici
e ti volavano indietro nella mente
ridiventata bambina
come in un girotondo inceppato


se uno solo ci fosse arrivato
avrebbe potuto tirarti fuori
da quel cerchio maligno,
avviare la tua anima smarrita
incontro a mamma, a papà,
a fratelli...

e invece, perduta in quei limiti
che non vogliono finire
non ti sei acquietata mai più,
non puoi più stare in alcun luogo
e il santo delle cose perdute
non contava più niente
sul ciglio del niente,
delle tue parole gridate
senza risposte giuste,
solo gli sberleffi urlati
di quel girotondo inceppato
che ti aveva rinserrato in mezzo,
sotto l'occhio grigio del muro,
un blocco che mai più si muove



Al pez mael
al pez mael
su la còsta del bosc
tel stornir mataran
de la vèrta ‘l se cata
de òlta in tra mèd i vestì
tèndri de le zaresère

cusì dret, scur
al par an vècio intabarà
restà  par sbaljo
in tra mèz tante tosatèle
lidiére de recami
de vènt e de parfun

fursi ‘l se sènt
tel so èser ancora lu,
an putinòt fòra stajon,
gnanca pi bon de far tremar
ma solche de far rider
cor cévedi de fior


il pino solitario / sul crinale del bosco / nel frastornamento pazzerello / della primavera si trova / improvvisamente in  mezzo ai vestiti / teneri delle piante di ciliegio / così diritto, scuro / sembra un vecchio intabarrato / rimasto per errore / in mezzo a tante bambine / leggere di ricami / di vento e profumo // forse si sente / nel suo ancora essere se stesso / un fantoccio fuori stagione, / neanche più capace di far tremare / ma solo di far ridere / cuori tiepidi di fiori


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