Lorenzo Babini - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Lorenzo Babini

Lorenzo Babini
E'nato a Ravenna nel 1990. Laureatosi in lettere moderne all’Università Cattolica di Milano con una tesi dal titolo «Indagine su "Somiglianze" di Milo De Angelis tra esattezza e spaesamento», è presidente dell’associazione studentesca Versi Liberi, con il compito di promuovere incontri e letture di poesia in università e nella città di Milano. Ha preso parte a diversi reading in Italia e a Berlino, collabora con la rivista online artandfacts.org.

Le Parole
Penso che la poesia sia il luogo privilegiato per il manifestarsi della capacità simbolica dell’uomo, intendo come dato strutturale ed essenziale del soggetto umano, come uso di parole, espressioni e gesti che alludono sempre ad altro.
Identifico la poesia più alta e autentica come evento della parola che non esercita alcun potere, cioè spoglia di un qualsiasi valore strumentale.
Penso ad una poesia inconcludente e senza oggetto che trae la sua bellezza dal continuo ed ossessivo riferimento a ciò che sfugge ad ogni presa, ad ogni forma di dominio.
In una lirica ogni parola rappresenta il tentativo estremo di dare un nome al baratro che aberra tutti i nomi, che abita nel mondo e nell’umano pur non essendo propriamente né umano né del mondo.

POESIE

Ricchezza
I
corpi si disperdono nella nebbia …

si sono radunati, è vero, hanno riso
e sofferto; si sono baciati
con la lingua, hanno condiviso ma forse
è stato un sogno, altro tempo
che sale dai secoli, è stata
ricchezza, capisci?

Linee
S
i scioglie
la linea di bitume sopra l’occhio, ecco
viene, non accorgertene, viene
sopra gli occhi, un giallo tenero,
si allaga
 smisurata
  sui cappotti

da dove trae
la gioia
il suo respiro
lineare?
azzurra e vertiginosa

questa notte
che concorda con l’abisso
tutto è trattenuto e lento, tu
profumi d’incenso Clara nei bar
dove si mangia, si beve, nei locali
delle donne a pagamento, i telefoni
dove ogni gettone …

ogni gettone
 bisogna dire il tuo nome
per sentirsi diverso.

Direzione
S
ono poche le strade che ci hanno segnato sul serio,
poche le case, i ricordi. Ne ho in mente una
in via Natale Battaglia, coi ragazzi e la lattina
di Coca Cola, vuota sul comodino. Il resto
sono muri scrostati dal gelo, tubi bassi,
senza porte né finestre. Poche le donne,
sempre le stesse.

Sul tavolo del ristorante osservo i pesci mutare,
cambiare direzione... e penso al tempo
che chiederà tutto questo, alla grande città,
alla giungla, al verde giallo della frutta,
e a questa voce che sale
dai templi in costruzione, sempre più alta,
più chiara.

La vôs ad gêval (La voce del diavolo, dialetto romagnolo ravennate)
Amarcurd cvând a ser’ un tabac
ch’ a butêva di sës int’i pòz
par sintì cvânt  j’era fond.

Zerti völt un’ s’sintêva gnit,
mè alora a’ dgêva da par mè:
«là sòt uj’à da èsar e’ gêval,
un puntén, malardòt …»

Mo l’è adès che s’aj pès p’r’ôn fòs
uj’è sempr’una vôsa c’l’a disal:
«Avut vdé e’ Sgnor? Dêr un mörs?»

[trad. Mi ricordo che da bambino / gettavo dei sassi nei pozzi / per sentirne la profondità. // Certe volte non si sentiva niente, / dicevo allora tra me e me: / «Là sotto ci deve essere il diavolo, / un puntino, malridotto …» // Ma succede adesso che se passo vicino a un fosso / c’è sempre una voce che dice: / «Vuoi vedere Dio? Dare un morso?»]

Nadêl (Natale, dialetto romagnolo ravennate)
Nadêl d’un tabac c l’è nòstar Sgnór
che fèna fèna fa caschê’ la n
ēv
ad ciôra e’ braz d’un pecadór …

Mó e’ grând mirêcul ch’u s’ fa pinsê’,
‘te nòstar mònd ch’u s’è sguastê
e prèla prèla d’la pêrt sbagliê,
l’è cvèsta nòt c’ l’è fura ‘d tësta
indóv la zènt sénza put
ēr, ch’ u ‘n a un bajòc
(dòp e cunsòm c’ l’è mêrz e tòc)
l’a incôra vòja ‘d fê un pô ‘d fësta.

Nadêl, Nadêl ad nòstar Sgnór
che dis a e’ vént e cun la n
ēv
ch’an sé brìsa fnì, arcminz
ē.


[trad. Natale di un bambino che è nostro Signore / che fa cadere la neve fina fina / sul braccio di un peccatore … // Ma il grande miracolo che ci dà pensiero / nel nostro mondo che si è guastato, / e gira gira nel verso sbagliato, / è questa notte assurda / in cui la gente senza potere, che non ha denaro / (dopo il consumismo marcio e corrotto) / ha ancora voglia di fare un po’ di festa. // Natale, Natale di nostro Signore / che dice al vento e con la neve / che non siamo finiti, ricominciamo.]



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