Giuseppe Conte - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Giuseppe Conte

Giuseppe Conte
Nato  Porto Maurizio (Imperia),  1945, da madre ligure e da padre siciliano. Durante il ginnasio " De Amicis" a lt Oneglia, nascono in lui  i primi interessi letterari. Si esercita in questi anni alle prime traduzioni dall'inglese, compone i primi versi, alcune opere lt teatrali e la bozza di un romanzo che si ispira all'opera e allo stile di Laurence Sterne che, insieme a Omero, lt Shakespeare, Goethe, Foscolo e Shelley, riveste un ruolo significativo nella sua prima formazione. Legge con passione le opere di Mallarmé, Baudelaire, lt D.H. Lawrence e Henry Miller e inizia a sentire il desiderio di diventare scrittore. Nel 1962 si reca a Parigi a Londra e a lt Bath dove frequenta una scuola estiva di inglese. Nel 1964, dopo aver ottenuto la Maturità classica, si reca nuovamente a Parigi e nell'autunno si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia presso l'Università statale di Milano dove si laurea in estetica con lt Gillo Dorfles nel 1968, lavorando sulla retorica seicentesca, che diventerà l'argomento del suo primo libro. Scrive poesie. Negli anni settanta si impone all'attenzione della critica con due libri di poesia: Il processo di comunicazione secondo Sade (lt 1975) e L'ultimo aprile bianco (1979) e negli anni ottanta si cimenta con successo anche nella narrativa (Primavera incendiata ed Equinozio d'autunno), cui faranno seguito, nei decenni successivi, L'impero e l'incanto (1995), Il terzo ufficiale (2002) ecc. Da inizi che in qualche modo si riallacciano ai testi della neo-avanguardia Conte procede verso la riscoperta del mito, del sacro, della natura. Nel 1994, in ottobre, promuove a Firenze l'occupazione pacifica della Basilica di Santa Croce con un gruppo di poeti (i capitani del Commando eroico): pronuncia sul sagrato di Santa Croce un discorso in cui rivendica il primato etico e spirituale della poesia. Tra i messaggi di adesione, quelli di lt Lawrence Ferlinghetti, di Mary de Rachewiltz, di Mario Luzi, di Gao Xingjian. Nel 1995-96 contribuisce a far sorgere il movimento del Mitomodernismo, partecipando con Tomaso Kemeny, lt Stefano Zecchi e altri a letture, conferenze e viaggi. Al primo Festival del Mitomodernismo di lt Alassio presenta l'opera L'Iliade e il jazz, con testi suoi e di Omero e musiche di Duke Ellington scelte dal bassista Dodo Goya. In collaborazione con Silvia Ronchey porta poesia e mito in televisione realizzando settimanalmente clips per il programma di Rai2 L'altra edicola. È invitato dall'Unesco a rappresentare l'Italia nel World Institute for Opera and Poetry. Nel 1997 in Cornovaglia per presentare Il ragazzo che parla col sole incontra George Ansell, il Gran Bardo della tradizionale Società dei Bardi di Cornovaglia. Alla stazione di Bodmin, si salutano pronunciando il motto della Società, nell'antica lingua cornica: "Nynsyn Marow Mightern Arthur" (Il re Artù non è morto). Intanto collabora a diverse riviste e giornali quali «Il Verri», «lt Nuova Corrente», «Sigma», «Altro versante», «la Stampa», «il Giornale», «Il Secolo XIX» ecc. Nel lt 2006 vince con Ferite e rifioriture il Premio Viareggio sezione poesia. Ha prefato e/o tradotto opere di Walt Whitman, Adunis, Rabindranath Tagore, lt Jacques Prévert, Pablo Neruda, Serge Rezvani, Juan Gelman, Juan Uslé, William Blake, lt Percy Shelley, D. H. Lawrence, Victor Segalen ecc. e ha curato diverse antologie poetiche. Ha scritto il pamphlet Lettera ai disperati sulla primavera (2006), e opere teatrali e musicali come Boine (1986), Ungaretti fa l'amore (lt 2000), e Nausicaa (2002). Ha anche collaborato alla RAI. Dopo aver abitato a Nizza, ora abita a lt Sanremo, con la moglie Mariarosa.
Le Parole
Nel suo fare poesia Giuseppe Conte ha sempre cercato di mettere insieme il mondo occidentale con  quello orientale, aprendosi a orizzonti che sanno rubare allo sguardo la profondità della gioia e del dolore.
La bellezza che cerca nelle strade, nei profumi di ginestre bianche, nell’addio privato di un amore, da’ alla leggerezza un’idea nuova, non più quella sfrenata e futile, ma quella che sa togliere dall’intorno dell’incertezza un po’ di gravità.


U
n giorno se mi leggerà
Un giorno se mi leggerà il lettore del
terzo millennio, saprà che c’erano gli
alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli
eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le
rose: chi non voleva più soffrire, e chi
voleva amare tutto, chi di se
stesso faceva dono e dei poemi
violenti e lontani erano, semplice e
deboli.

Partigiano della pace
Ho patito la guerra
nell’anima e sin quasi
nella carne: mi serra
lo stomaco e la gola
la morte per fuoco che cola
su Baghdad degli innocenti
l’urlo dei superstiti
intorno al mercato sventrato
il sorriso rubato
falciato dei bambini
che ora hanno moncherini
al posto della braccia.
Di pietà non c’è traccia
per la bellezza di ieri
per gli angeli dei Sumeri
per i libri scritti alle origini
su Gilgamesh e su Noè.
Contano i generali
i danni collaterali.
Morti lasciati alle mosche,
piccoli uccisi a un check-point,
bare che tornano a casa
avvolte dalle bandiere.
Poi arriveranno calme
le petroliere?

Salmo 2

A Yves Bonnefoy

Oso invocarti in questa Europa cieca
sfiancata da calura e siccità
corrosa da diluvi e frane
continente di cenere e liquami
dove sono sovrani incontestati
Nulla e Ipermercati.
Oso invocarti e sperare, Poesia.
Senza essere né Davide né Salomone
senza possedere né Betsabea né la Sunemita
e senza conoscere il linguaggio
degli sparvieri o delle formiche
io ti invoco, ritorna
ritorna come un maggio
luminoso-selvaggio
e come il primo raggio
soffiante-biancheggiante
dell’alba.
Ritorna, ritorna.
Ritorna foreste, anime, cattedrali.
Ritorna azzurri giardini orientali.
Ritorna, ritorna
Vergine, Venere, Africa.
Non sarai più la stessa,
migrerai, muterai
e noi non ti vedremo come non vide
Mosè la Terra Promessa.
Ma ritorna, ritorna, Poesia.
Oso invocarti e sperare.
Seduto sulla sponda del torrente in secca ad aspettare
e ancora tra le rovine a cantare.

Un autunno come quello
Dammi un autunno come quello
degli alberi, mia vita.
Il tremolio glorioso e tintinnante
di una luce superstite e infinita,
di esistere ancora la voglia,
il sogno di essere il sole che fa ogni foglia
prima della caduta.

Qualcosa di così immenso
Com’era diritto mio padre
quando saliva le scale
di ritorno dall’ufficio
e le nostre vicine, le parrucchiere
lo salutavano: "dottore".
Che passo veloce, sicuro.
Che doppiopetto, che cappotti portava
quando la domenica rientrava
forte come una folata di tramontana
da quei suoi segreti, fiabeschi
viaggi di fine settimana.
Fu proprio dalle falde del cappotto
che quella sera fece saltare
sul pavimento della cucina
per me il cucciolo promesso
il piccolo pastore tedesco
che poi chiamammo Sahib.
Ora finalmente ci penso.
Mia vita, non mi hai più regalato
qualcosa si così triste,
qualcosa di così immenso.

Il cellulare lasciato sul copriletto
Sibila il cellulare
lasciato sul copriletto
nella mia camera d’albergo
simile ad un insetto
levigato, ingigantito.
Mi risveglio e lo prendo.
È la voce che attendo.
Ti dico grazie, vita.
Domenica mattina
e tu mi sei vicina
da un mare all’altro mare
va chiara la tua voce.
Forse tu mi vuoi ancora.
Miracolo che continua.
Luce di un’altra aurora.

*
Una domenica pomeriggio, Herlinde
mi ha telefonato dopo più di un anno
di silenzio, e mi ha chiesto: "Are you
in love?". Potevo risponderle
che sono continuamente innamorato,
che adoro sempre, che sono
fedele alla dea di Pafos, ad Eros.
Ma lei, cosa voleva sapere?
Perché mi aveva chiesto così?
Ho esitato, ho esitato. Poi
ho dato a lei che non la meritava
la risposta più stupida: "May be".

NON FINIRO’ DI SCRIVERE SUL MARE
(Parte seconda)
I
Il mare dei ritorni
Quando sono lontano da te, mare, io ti vedo.
Dove un soffio nell’aria, un tremore , un sibilo
spezza la staticità delle cose.
Ti ho sentito tra le cime dei pioppi tremuli
delle Montagne Rocciose
che si piegavano sotto un vento sciamano
con un cupo , continuo fischiare e lontano,
ti ho visto nella distesa del deserto
tinto di rosa e viola, sfumante, eclettico
del New Mexico
ondoso sotto l’orizzonte come te.
Ti ho visto oggi nella tempesta di neve
che ha staffilato la città, piombandovi
sopra come un’orda di cigni
in un attimo senza tempo
fiocchi puntuti spazzati dalle rincorse del vento
e dai vortici che hanno avvolto
Malaya Dmitrovkna
palazzi, giardini, automobili
e reso tutto prima invisibile
e poi bianco assoluto
azzerato la realtà per neppure
un quarto d’ora
di angoscia e di paura.
Le tempeste di neve sono il mare
che protegge la Russia e la preserva
dalle invasioni,
dall’avanzata delle armate nemiche.
E io dalla finestra mentre il davanzale
si copre di ghiaccio quasi in un astrale
istantaneo viaggio
penso all’umile fante provenzale
dell’esercito di Bonaparte, nato
dove tu, mare, sei alleato
con il sole e con l’azzurro del cielo,
penso al gelo
nei suoi occhi, nei suoi piedi, nel suo cuore,
al suo affogare nel terrore.
"In tempeste come queste si muore".
Lo so come ti amo , mare, quando
sono lontano da te, e ti voglio , e ti evoco
e da te voglio ritornare
come da una vecchia compagna di gioco
come da una vecchia madre immeritata.
Tornare, mare, tornare
alle tue rive , come avrà sognato
chiudendo le sue palpebre per sempre
il fante provenzale dell’Armée
l’indifeso soldato dell’ARMIR
mentre sentiva dentro di sé salire
il ghiaccio che rattrappisce
i piedi, i ginocchi, il cuore.
Oh mare! Oh madre.
Come è tutto assurdo , come il furore
della guerra, delle conquiste, tradisce.
Come sono ingannevoli le pianure.
Come sono insensati gli ordini.
Voglio il tuo movimento, mare,
la tua totale anarchia, tornare
alle tue rive,
a farmi accarezzare la fronte
dalla tua luce, dal tuo infinito
orizzonte.
Mosca, 26-3-2001

II
Non ci si può mai troppo allontanare
da te, padre, madre, mare.
Possiamo credere di farlo, noi umani sventati,
possiamo dimenticarti, e forse tra noi provare
rancore e per un momento
desiderio di ucciderti,
di spegnere il tuo movimento.
Ma pianure e colline alberate,
steppe desolate , montagne
altissime non ti possono negare
e nascondere.
Arrivano dovunque le tue onde.
Non c’è niente da fare
mai riusciamo a sfuggirti, padre, madre,
mare.
Ogni viaggio è una traversata
e oltre ogni terra che io traverso
ci sei tu, sempre e eguale e diverso
sempre di più
fedele e infedele a te stesso
torbido e dolce come è sempre il sesso
tra noi umani.
Mare, non ti siamo mai lontani
perché sei in noi dalle origini
perché sei tu che ci generi
e siamo fatti della stessa sostanza
e sottoposti alle stesse leggi astrali.
Tu sei in noi, perpetuamente
nel cranio, nel torace, nelle mani,
sei in noi onda, stella, riflesso, marea
sei il movimento che sovrasta e che culla
che dona il delirio a ogni idea
che deborda , sei il tutto e il nulla,
sei tu che spingi gli sguardi
sempre verso l’orizzonte
sei tu, è per tuo decreto
che nasce la volontà di conoscere
e ogni rovente fame di infinito.

III
Oh quelli che ti dicono:misura.
Oh il consiglio gentile : sii discreto.
Oh quelli che ti avvertono: abbi paura.
E te lo ripetono:sii quieto
dove sei, non ti avventurare.
Quelli non ti conoscono, mare.
Perché la tua misura è l’alto del cielo
e l’abisso nero,
il delfino che salta e la medusa
che pulsa luminescente
l’irrompere e il ritrarsi
come un sesso dall’ardore alla detumescenza
il passare dalla bonaccia ai cavalloni
silenzioso come un esercito di lucertole
rombante come migliaia di tuoni.
Perché non sai la discrezione
tu, ma solo la più crudele sincerità
sei brutale come la verità
sguaiato come un ubriaco.
Perché non hai paura
di niente, aria terra e fuoco
non possono attaccarti in natura
e se ti avvelenano gli umani
rispondi con le onde anomale
di maremoti e tsunami.
Non conosci la quiete e la rinuncia.
Chi ti ama, lo sa.
Vedi le navi e vedi i naufragi
come facce della stessa realtà.
Ti è indifferente la civiltà.
Ti è indifferente la nostra vita.
Ma ci dici con la tua voce remota
e barbara sotto il maestrale ,
che la nostra vita vale
solo quando
si svergina e si rinnova amando
e cura la sua ferita
natale navigando,
solcandoti, mio mare.

IV
Nel grembo della madre
nell’utero simile a un calice
a un tulipano
come in un golfo tra due promontori
che ti proteggono dai venti di tramontana
mare, e ti fanno specchiante
e immobile e tiepido,
senza albe e senza tramonti
senza banchi di delfini , senza alghe
e alte e basse maree
e il minimo soffio di onde e spume
senza asterie, spugne e sale
ti abbiamo conosciuto così, quasi umano,
animale,
anche tu.
E prima che piovessi sul pianeta
siamo stati con te in una cometa
dalla coda di ghiaccio che volava
per lo spazio siderale
che oggi ci annega a pensarlo
buio, senza limiti, senza angoli
senza punti di riferimento
tutto pozzi di nero elastico,
noi che abbiamo costruito il firmamento
e dato il nome a Sirio e Betelgeuse
come alle tigri, agli alberi, alle meduse.
Dove vita si prefigurava
dove si sognava la nascita
di un ranuncolo, di un cavallo, di una bambina
nel vuoto più assoluto
tu mare eri lì, muto
in piccole gocce di ghiaccio, gocce di brina
in attesa
di piovere, di fecondare.
Perché sembra che sia nell’universo
questo il tuo compito
arido e amaro come sei,
Dio-mare.

V
Nessuno ti può abitare
nessuno ti può vendere
le chiglie ti possono fendere
ma tu resti intatto, mare.
Nessun muro ti può dividere
non ti si può lottizzare
scorie e nafta ti feriscono
ma tu resti vivo, mare.
Resti libero per i liberi
sogno per i sognatori
varco per gli esploratori
dell’amore, di ogni irrequietudine.
Resti libero per i liberi
culla per i nuotatori
specchio per gli umani dolori
e per i piaceri più fervidi.
Necessario è il movimento
necessario è navigare
e tu che sei antico e barbaro
lo gridi , lo gridi , mare.
Marzo-ottobre 2011



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