Giorgio Orelli - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Giorgio Orelli

Giorgio Orelli
E’
nato ad Airolo (Ticino) il 25 maggio 1921. Dopo gli studi universitari a Friburgo (sotto la guida, in particolare, di Gianfranco Contini), Orelli si trasferisce a Bellinzona, dove diventa docente di letteratura italiana, dapprima alla Scuola Cantonale di Commercio, poi al Liceo Cantonale. La sua poesia, in parte appartenente al filone post-ermetico, a tratti avvicinata a quella lt Linea Lombarda anceschiana che, però, fatica a contenerlo, è ricca di grazia musicale (notevole è l'attenzione - non solo poetica, ma anche critica - di Orelli per la dimensione fonosimbolica) e si caratterizza per una sua ironica ambiguità. Giorgio Orelli, oltre ad essere uno dei più importanti poeti in lingua italiana del dopoguerra, è un profondo conoscitore della letteratura italiana (che viene sviscerata nel saggio Accertamenti verbali), traduttore (Goethe) e narratore. Ha vinto il Gran Premio Schiller e nel 2001 gli è stato assegnato il Premio Chiara alla carriera.
Libri di Poesia dove sono state tratte le poesie che presentiamo.
Né bianco né viola, Lugano, Collana di Lugano, 1944.
Prima dell'anno nuovo, Bellinzona, Leins e Vescovi, 1952.
Poesie, Milano, Edizioni della Meridiana, 1953.
Nel cerchio familiare, Milano, Scheiwiller, 1960.
L'ora del tempo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1962.
6 poesie, Milano, Scheiwiller, lt 1964.
5 poesie, con 5 seriografie di Madja Ruperti,  Serigrafia San Nazzaro, lt 1973.
Sinopie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1977.
Spiracoli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1989.
Rückspiel - Partita di ritorno, Italienisch und Deutsch, ausgewählt und übersetzt von Christoph Ferber, mit einem Gespräch zwischen Giorgio Orelli und Alice Vollenweider und einem Nachwort von Maria Antonietta Grignani, Zürich, Limmat Verlag, 1998.
Il collo dell'anitra, Milano, Garzanti, lt 2001.
Sagt es den Amseln – Ditelo ai merli, italienisch und deutsch, ausgewählt und übersetzt von Christoph Ferber. Mit einem Nachwort und einem Gespräch mit Giorgio Orelli von Pietro De Marchi. Zürich, Limmat Verlag, 2008.
Le Parole
La poesia di Orelli è colta e ci parla leggera, mentre osserva i frammenti di vita quotidiana che inquieti e comici passano dentro lo sguardo attento del poeta, che con linguaggio particolare racconta il senso di una sapienza non comune.
Il segreto e la freschezza di questa poesia è il gusto prolungato che rimane in bocca, di quelle parole che ogni volta tardano a farsi afferrare.



*
Certo d’un merlo il nero
mazzo di fiori d’un rosso
sorpreso dalla morte
nel breve buio d’un sottopassaggio
l’indomani farfalla
enorme d’un nero
punteggiato di rosso
nessuna traccia del giallo aranciato
il terzo giorno crosta
sfaldantesi in squame
eczema dell’asfalto il quarto
girasole dai petali rari
raschietti di spazzacamino
MAI SCOMPARSO
così che di sull’orlo
più d’una nuova potè raccontarmi
lo spazzino-necroforo
esperto solo di trasmutazioni
rapide
e in un mattino
pareva lentamente incenerirsi
ma nei fiati di nebbia del ritorno
ancora suppurava
toccati di bianco volani andavan variando
protesi verso piogge
sottili, già primaverili
ditelo ai merli sui marmi invernali
prima che i fiori del diavolo
moltiplichino il becco
delirino azalee

*
Laura Belpiè-Belfianco che nel tuffo
si gira come a letto.
Il cavallo che bacia il cavaliere
dopo un percorso netto.
Dalla vittoria ha la faccia stravolta
un nuotatore e il mondo intero irride,
ma nel triplo la bulgara Teresa
di là dai quindici metri sorride.
Un mio sogno era vincere nel salto
in alto, non fosbury, a forbice
come prima del millenovecento
trentotto, grazie a un trucco,
una molla speciale che dal tacco
spronava il tallone in tal modo
che non era d’Achille ma il mio punto
forte.

Imber
Ingarbugliatamente
-ìggina, -ìggina, infronda
inestinte illusioni, irida insidie,
immorbidisce irritrosita Irmunda,
Ines inespugnata istiga, imperla
Immacolata immigrata "in Insvizzera",
idoli irride,
                           irrora
infanzia inesauribile

*
Mi viene in mente quando eri bambina
e per andare dalle zie passavi
in bici accanto alla rete che cinge
i vasti campi dietro il manicomio,
e ogni volta, aggrappato alla rete,
allegramente un pazzo ti gridava
„Bella bionda perché non vieni a letto
con me?"
e tu non ti fermavi,
non rispondevi,
non eri bionda e non avevi
nessuna voglia di andare a dormire.

I

La sera odora d’erba
appena falciata,
e, più vicino, di fieno.

Mia figlia mi chiama da lontano.

C’è d’improvviso un fresco già di settembre: dava
nuova lena a mio padre tornando dalla caccia
alta, convinto sempre di trovare
qualche marmotta ancora fuori.

Non salite sull’alpe, due vacche hanno grasse pasture
e lunghe. Ora che mosche e tafani
le molestano meno, muovono
le orecchie con una dolcezza
che ricorda le mani delle piccole
danzatrici del Siam: giacendo
torpide o stando in piedi inverse, l’una
a ridosso dell’altra senza toccarsi.

La notte odora di fieno, da una finestra aperta
mi porta parole
di una vecchia (la vedo ora di schiena)
che, sola, prega.

In memoria
Tornavo per farmi cambiare
il nastro ormai privo d’inchiostro
della mia vecchia Olivetti, e allungando,
come faccio, passando in bicicletta
davanti al tuo negozio, l’occhio
di là dai vetri, ho visto
che non c’era nessuno (forse
Lina è di sopra con Dora)
e ho visto CHIUSO PER LUTTO (forse
è morto Lino): da un po’
non ti vedevo, non mi contavi storielle.
Volevo dirti che mi sono accorto
solo adesso della totale scomparsa,
a sinistra, di E, di O a destra.
Il tasto è nero ma sempre lucente,
se batto (eternamente con due dita) continuo
a vederle, bianchissime, intatte
o quasi, come, là in basso, la X.

(da Il collo dell’anitra, 2001)


*
Fu in quel tempo di marzo che nel cielo
guardando alla città di sera, al volo
delle sue prime rondini, più solo
mi vidi, ma con tutti. Come a un gelo

dischiuso dal tepore, gli occhi fissi
all’accadere di quel mutamento,
ricordavo nel vivere che vissi.
E distratto così nel farmi intento

al mio segreto sorgere dal nulla,
trovavo nella voce le parole
da raggiungere, padre, madre, culla,
la terra che s’illumina nel sole.

Nel cielo di Milano d'agro e d'oro
nella sera di marzo, per l'oriente
affacciata a guardare era la gente
della mia voce e del mio volto, coro

di povertà che invoca dalle cose
il suo nome perpetuo. Non rispose
l'azzurro che vedevo farsi oscuro
presentimento, non rispose il muro.

(La storia delle vittime*1962-1965)


*
E quasi di domenica in domenica,
con la speranza che ha di sè pietà,
da vie scordate dalla pioggia un uomo
a quelle case rassegnate va;
vede ardere un verde ov'è VIETATO
LORDARE,
giovani madri sedute sul prato,
e battere di là dal fiume scarso
il sole contro gli occhi dei villaggi;
finchè la tuba di un bimbo che pare
dimenticato
tutta grida la lunga siccità.

*
E' questa la Domenica Disfatta,
senza un grido nè un volo dagli strani
squarci del cielo.
                               Ma le lepri
sui prati nevicati sono corse
invisibili, restano dell'orgia
silenziosa i discreti disegni.
I ragazzi nascosti nei vecchi
che hanno teste pesanti e lievi gobbe
entrano taciturni nelle case
dopocena; salutano con gesti
rassegnati.
                    Li seguo di lontano,
mentre affondano dolci nella neve.

Dal buffo buio
Dal buffo buio
sotto una falda della mia giacca
tu dici: "Io vedo l'acqua
d'un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c'e' qualcosa che non funziona?
forse l'ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest'anno morirei"

"Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo? "

"Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c'era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato"

"E poi?"
"Vedo una cosa che comincia per GN"
"Cosa?"
"Gnente"

("Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti")

(tratto da Sinopie)


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