Giorgio Caproni - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Giorgio Caproni





Giorgio Caproni

Caro Giorgio, tanti anni fa, quando ancora frequentavo l’università, ho assistito all’assassinio di Vittorio Bachelet, da parte di un commando delle Brigate Rosse.
Questo brutto fatto mi sconvolse, facendomi rimanere bloccato a casa per un po’ di tempo, fino a che un giorno mi capitò tra le mani la tua bella poesia "Il fischio –parla il guardiacaccia-" che tu scrivesti intorno alla metà degli anni 70, durante quell’orribile e duro periodo degli anni di piombo.
Questa tua poesia, diversamente da amici e famigliari, riuscì a lasciare un suono, nel silenzio cupo di quei giorni di febbraio, gelidi di speranza e prospettive.
Il tuo guardiacaccia mi consolò, fu lui che mi fece comprendere che anche quando si sta giocando a carte con gli amici e si ode un fischio, forse di un bracconiere che lo chiama ad una scelta di pericolo, occorre andare fuori a vedere, perché quando si ha una divisa, una responsabilità ,occorre affrontare il pericolo senza timore.
"
Temere fuori il nemico
è cosa, prima ancor che vile
a parer mio troppo sciocca"
Perché oltre al rispetto per la piuma sul cappello, gli stivali, la gabbana verde, e cioè  per la propria divisa, il guardiacaccia deve affrontare il pericolo, anche e soprattutto per rispetto verso  se stesso. Difatti, sottraendosi al pericolo, lui non sarebbe salvo: la sfiducia, i rimorsi crescerebbero perseguitandolo poi da dentro.
"
chi fabbrica una fortezza intorno a sé,
s’illude quando ogni notte chiude,
a doppia mandata la porta."
Furono queste tue parole Giorgio che diedero alla paura la ragione necessaria per farmi uscire fuori a vedere e ad affrontare qualsiasi tipo di pericolo, anche se non si sa mai di preciso quale sarà, perché ogni strada da percorrere sarà comunque l’ignoto.
Vivere Giorgio è anche morire, quando si pensa alla morte, quando il pericolo di schiantarci si sente dentro e fuori, dentro la nostra sorte, drammatica e innocente, che non si riesce più a deviare.
Fu questo e solo questo che capii leggendo la tua poesia, e questo bastò per farmi uscire dalla gabbia di vetro a schemi immaginabili e prevedibili, per tornare libero a vivere fuori.
In quel mondo, dove cacciare o essere cacciati è solo una probabilità, che a volte va contro ogni logica e previsione, ma che succede e basta.
E quindi, alla fine non resta altro che una preghiera, un miracolo da attendere, che a volte contro ogni previsione, contro ogni logica, riusciamo solo a toccare prima che ci accada.
La tua poesia fu questo, un’esperienza comune da vivere in solitudine, un miracolo che forse non accadde, ma che mi toccò profondamente l’anima, rendendo i pensieri più limpidi e leggeri, che mi fecero di nuovo respirare la libertà semplice dell’aria azzurra.

A. L.

Poesia
Il Fischio

(parla il guardacaccia)

Non credo che questo sia il fischio del bracconiere.
C’è troppa nebbia.
Comunque (qui son le carte)
Finite voi la partita.
Io (potete continuare a bere anche per me)
conosco, né posso esimermi,
quello ch’è il mio preciso dovere.

Qualsiasi richiamo nel bosco oda insolito,
uccello o altro agente che sia,
devo andare a vedere.
Porgetemi per cortesia,
è lì a quel chiodo,
il fucile ed il mio cartucciere.
Intanto (scusate: ci vuole, col freddo che m’aspetta)
Lasciate ch’io mi versi ancora
-ultimo- quest’altro bicchiere.

Nel vino, a saper ben vedere, c’è scienza – c’è illuminazione.
Ma voi, senza una ragione al mondo,
voi perché ora ch’io sono pronto,
e il cuore già ho fatto allegro,
ancora voi mi state a guardare a quel modo,
quasi con l’aria di chi sospetta qualcosa,
né si vuol pronunciare?

Vi vedo, o m’inganno, tremare,
agli angoli, la bocca?
Amici, posso anche sbagliare;
ma questo, comunque, vi dico,
e una volta per tutte:
Temere fuori il nemico
È cosa,    prima ancora che vile,
a parer mio troppo sciocca.
Porgetemi anche le cartucce e rimettetevi a bere.
Dovreste almeno sapere
che quando s'è avuto una piuma sul cappello,
e in sorte stivali e gabbana verde,
per non dir altro si perde
il tempo, pensando alla morte.

Piuttosto ( ne parleremo insieme, qui, al mio rientro)
ficcatevi bene in testa quanto ancora vi dico;
che vale temere il nemico fuori,
quand'è già dentro?


Al diavolo perciò la paura,
giacché non serve, Tanto,
in tutti noi non resta -sola-
che la certezza già da tempo in me sorta:
chi fabbrica una fortezza intorno a sé,
s'illude quanto ogni notte chiude,
a doppia mandata la porta.

Lasciatemi perciò uscire.
Questo Io vi volevo dire.
Per quanto siano bui gli alberi,
non corre un rischio più grande di chi resta,
colui che va a rispondere
al  fischio della foresta.



 
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