Gilberto Sacerdoti - La Mia Poesia

La Mia Poesia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Gilberto Sacerdoti

Gelberto Sacerdoti
E’
nato nel 1952, laureato in  filosofia  all' Università di Bologna, ha poi conseguito la laurea in Lingua e letteratura inglese all'Università di Roma. Vive fra Venezia e Roma, dove insegna Letteratura inglese presso l' Università di Roma Tre .  Si e’ occupato di poesia del Novecento e di Shakespeare. In particolare ha scritto due libri sui suoi rapporti con Giordano Bruno: Nuovo cielo, nuova terra. La rivelazione copernicana di "Antonio Cleopatra" di Shakespeare, Bologna, il Mulino, 1990; e Sacrificio e sovranità. Teologia e politica nell'Europa di Shakespeare e Bruno, Einaudi, Torino, 2002. Di Shakespeare ha inoltre tradotto i Poemetti (Garzanti, Milano, 2000). Per quanto riguarda la poesia del Novecento, ha tradotto un saggio di W.H. Auden (Gli irati flutti. L'iconografia romantica del mare, Venezia, Arsenale, 1987, ristampato da Fazi Editore, Roma, 1995); un libro di poesie di Stevie Smith, (Il cinico bebé e altre poesie, Donzelli, Roma, 1996); e un libro di poesie di S. Heaney (Veder cose, Mondadori, Milano, 1997)  Ha debuttato nel 1978 con la raccolta di poesie Fabbrica minima e minore ( Pratiche), con cui nel  1979  ha vinto il  Premio Mondello  per l'opera prima poetica. La sua seconda raccolta, Il fuoco, la paglia(Parma, Guanda,1988), è stata finalista al  Premio Viareggio . Nel  2001  ha vinto ad ex aequo il primo premio per la Poesia con la sua raccolta Vendo vento (Einaudi) al  Premio Nazionale Letterario Pisa . Attualmente sta lavorando alla Tempesta (di cui sta curando una traduzione per la UTET), e in particolare a un'analisi che mette in particolare rilievo il contesto essenzialmente "politico" della prima scena. Un primo risultato è il saggio La tempesta della Tempesta, in Con le ali dell'intelletto. Studi di filosofia e di storia della cultura, a cura di F. Meroi, Olschki, Firenze 2005
Le Parole
Tenendo fermo il punto che la sofferenza cosmica dell’uomo può essere interpretata in mille forme diverse, Gilberto Sacerdoti lo fa in un modo tutto suo: tra l’ironico e il ragionamento piu’fluido, portandoci a farci affrontare consapevoli e coraggiosi la vita, anche quando goffi e pesanti non riusciamo piu’ ad attraversarla.
Graffiamo, rompiamo, procuriamo e ci facciamo del male; a volte il dolore ci coglie di sorpresa, a volte basta una poesia, una poesia di Gilberto Sacerdoti per farci ancora sentire... il dipanarsi chiaro della giornata di festa.


Da Vendo Vento (Einaudi,2001)

Penna
Dieci anni fa, a dicembre, ero seduto
dove, è dicembre, son seduto adesso.
C’era un sentore chiaro di natale
che dava al sole caldo un gelo terso,
gli scrosci di campane a mezzogiorno
sembravano un regalo generale.

Ho ricomprato il libro che leggevo,
lo leggo adesso e tutto sembra uguale;
c’è il sole, il libro, il tavolo, il natale,
gli strilli dei gabbiani sul mercato
che chiude all’una e butta via i rifiuti...

E c’è il regalo, perché son dieci anni
che non sentivo, tiepido e modesto,
un fil di voce dipanarsi in gola
come lo sento dipanarsi adesso.

Macbeth
Sono un topo senza coda,
una bolla della terra,
un donna con la barba;
la mia nave è un colabrodo,
vendo vento e ammazzo il sonno,
strappo i pollici ai piloti,
e le palpebre al cervello.
Bello è brutto, brutto è bello.

Miele nero
Cos’altro fanno se non ciò che han fatto

le ammirabilissime farfalle
con le ali gialle sul lillà fiorito

o le api pingui di dolcezza estratta
da rose aranci melograni timo,

i tre mosconi neri scalpiccianti
nel cuore marcio di quel crisantemo?

Lucertola
Il sigillo di neve sopra i coppi,
custodi di chissà che transazioni
fluite in un Eufrate senza intoppi
tra cielo e terra, squaglia; il sole indugia,
la luce indaga la partita doppia
d’argilla squadernata sopra i tetti.

Se è demotico è più arcaico di Rosetta,
invano nel mio miele aguzzo gli occhi.
E l’ispettore con la coda mozza,
minimo dei sauri, non si cura
di dire cosa legge. Lo facesse,

lo farebbe con lingua biforcuta.

Preghiera a S. Giorgio
Pungila, penna, oro del pennino,
bisturi bello, alabarda ardita,
pungila tu l’ameba irrancidita
che avoca a sé (me) me. Fammi mattino
sedimentato questa notte infetta,
mosto rimescolato che fermenta
dentro la mente, e sotto, e mi tormenta.

Giorgio, San Giorgio, parti lancia in resta,
spurga, prosciuga, sana, cauterizza;
spalanca i vetri, lascia entrare il vento,
stracciami questo e inizia un altro foglio.
Fammi sentire nel, del, con l’immenso,
tanto lo sono anche se non lo sento.
Quello che cola giù dal ventre rotto
usalo pure come fosse inchiostro,
ma scrivimi, ammaestrami, maestro.

Prière d’artiste
Fammi toccare piaghe
dispensa orrore, Padre

bombarda questa noria
svariandola di Storia

dissetami di vino
pigiato da Caino

parami incontro Marte
il forte forte forte

riscuotimi con morte
e poi vedrai che Arte.

Esaù a Lucca
Non so perché, ma so che se c’è un suono
che più degli altri a me suona italiano,
questo è lo scampanio delle campane.
E così appena il mezzogiorno scocca,
specie col sole, a pasqua o per natale,
mi si sovviene, non so, l’Umbria o Lucca,
e insieme un che di vago e di letizia
un po’ leggiadra, un poco francescana
e italica e romanica e cristiana,
anche se la realtà non lo autorizza.

Queste poi le fa ancora più campane
che su dalle finestre sotto esali
un forte, onesto odore di lenticchie.
E mentre la campana picchia e picchia
io per quel suono, sole, e caldo odore
ingentilito svendo genitura.

Rimescolato!
Oh propensione adamica
a nominar le cose,
come sprigioni edenica
dal libro aperto al sole!

Autore, mi rimescoli,
sopra i tuoi
dicta pascolo
e rumino e rimugino,
ma quando quasi diafano

del tuo trifoglio puro
per colmo di chiarore
mi sento, sì, sicuro
che d’ora in poi così —

ahi che non dura l’ora,
ahi che ispessisce ancora
la torbida mistura
dell’egopacità.

Sant’Autore, mio Poeta,
mio Filosofo Beato,
fammi
restare
rimescolato!

Pioggia d’agosto
Il porfido era sempre più rovente,
la lingua e gli occhi secchi per l’arsura.
Poi rombi e tuoni truci e altisonanti,
ma di spettacolari scrosci niente:
svanita la promessa assieme all’ira
il porfido era ancora più rovente.

Il giorno dopo, da un modesto grigio,
senza lacerazioni del silenzio,
senz’altro annuncio che più intenta quiete,
giungeva giù dal cielo sul selciato
una falange innumere di perle
filanti, leggerissime, iridate.

Bevuto è bello aver avuto sete
fumava muto il porfido estasiato.

Walt Whitman

("To the Sun-set Breeze")

Vecchio, sudato, solo, dalla porta
aperta gli entra nella casa vuota,
con un sussurro e fresche, fresche dita
(«meglio che la parola, i libri, l’arte»),
la brezza del tramonto, nel tramonto
invalido dei suoi 71 anni.
E sente i grandi laghi freddi a nord,
le praterie, i due oceani, le foreste,
il vento del pianeta nello spazio,
e al vento chiede chi è che parla, cosa.

Nell’intervallo muto tra la prima
lettura e la seconda, steso all’ombra,
un lungo, forte brivido alla schiena.
E quando ricomincio — «Ah, sussurrante,
qualcosa, invisibile, ancora...» —
all’improvviso scroscia nel silenzio
quello che ai pioppi fa scrosciare il vento.

Settembre
Due rasoiate al cielo
e l’afa irrancidita,
squarciata, è furia, sferza,
acqua gelata, vita.

Muore, esausto, agosto,
sventrato dallo squarcio;
nasce settembre: è fresco,
madido, nuovo. Scroscio

mirabile, concedi
tanto spedito spasmo
siccome al macro al micro —
anch’esso esausto — cosmo.

Compleanno
Il secolo finisce, ho quarant’anni,
domenica, campane, delle palme.
Uguali il sole equanime e gli inganni
necessarissimi di due millenni.

«Grande è, più grande, più più grande ancora,
e già il pensiero asporta la paura
che in così immensa ed assolata sfera
possa esserci per me, senza
hybris, Ira.»

E detto questo, e inteso, adesso intendo
gioirne. Sopra l’antenna un merlo
sollecita con l’ugola un tramonto
cui non può non seguire un altro giorno.

Evolviti, dispiegati, qualunque,
adunco che ti estingui dopo adunche
vicende, figlie d’altre. Non son stanche,
non possono, né
tyke, né ananke.

Non è nel dispiegarti che consisti,
nell’aver fine che, mutato, resti?
Gela, ispessisce il sangue. Ascolto. Insisti,
grande, più grande dei tuoi, tutti, guasti.

Hopkins e Adriatico
Leggo, ausculto, scruto
dentro lo scritto il rombo
compresso dal poeta
inglese, gesuita.

Lo scritto-scrigno scricchia,
sforzato. Erompe, esplode:
naufragio, sferza, spine,
incudini. In carole.

Traballante, tramortito
lo richiudo: azzurro muto,
dune lisce, sole mite,
mare piatto, qui da me.

Liscio, azzurro, fragile
Adriatico mio amabile,
non a tremare, gemere,
induce il sole, te.

Però, scrigno temibile,
sonetti angloterribili,
per turbini, per grandine
la chiave apre, c’è.

Dicembre
Azzurro nudo, gelo, in cielo c’è
         dicembre.

Soltanto gelo, cielo, sole e,
         altro, niente.

O meglio: loro solo in tutto che,
         trasparente,

brucia di gelo, tace, effulge. È, cioé,
         splendente.

Funerale veneziano
  «...
Come il grano, che soltanto
  quando muore poi germoglia,
  così anche per la spoglia
  del fratello, adesso in Cristo.
È Lui la Via, la Verità, la Vita...»

  Esce il carro con la bara
  fuori al sole sfavillante;
  passa in quel preciso istante
  col suo carro uno spazzino.
Procedono appaiati fino al molo.

Tuoni
Tuona. E allora? Forse s’è squarciato
mai qualche velo, da che mondo è mondo,
per fulmine, diluvio, terremoto?
È mai colato il puro sull’immondo?

Ma intanto tuona, eccome, e c’è la luce
dove altrimenti è tenebra, e rimbomba
tutta di bòtti la gran botte truce
in cui fermenta il mosto della tomba.

Ed ecco, è già finito, e neanche piove,
è buio pesto come prima. Scocca
dodici colpi il campanile. Dove

altro che qui com’era ancora tocca
vivere, morire e non capire?
Non lo capisco. Lo volevo dire.

Piazza I
«
Oh, fuori piove, piove,
e io sto per dormire;
ma tu, pioggia che cadi,
ti prego, non finire.

Riempi le gronde, i tubi,
seguita a grondare,
a me cadono gli occhi,
ma tu non ti fermare.»

Volevo dirlo ieri...
mi sono addormentato;
lo spleen nelle pozzanghere
me l’ha rammemorato.

D’altronde son ben vivo,
il cielo s’è lavato
e un gatto lingua rosa
si abbevera al mio piatto.

Poi si apre l’ombrellone
¾
sole, ombra di vetro:
Come una tenda in Libano...
E la matita? Un cedro!

Piazza II
Asfalto molle, sole forte, marzo
di nuovo già a metà come quaranta
volte ha già fatto da che sono qua.

La sedia quasi affonda, o lo potrebbe,
anzi dovrebbe, addizionasse quante
volte mi sono già seduto qua.

Metto radici o affondo nell’asfalto?
Questo il quesito che rigiro a marzo
mentre mi siedo, mi risiedo, qua.

Altana
La bianchezza incantatrice
della nebbia che mi dice
«dì ch’è bianca la mia luce»
mi seduce, mi seduce.

Le campane a metà giorno
scampananti tutto attorno
che ripetono «è il tuo turno»
riconciliano con l’Arno:

la mia lingua nella bocca
d’improvviso non è secca;
sento il bianco che trabocca,
scrivo ciò che dentro detta.

Mare
L’acqua del mare
è noto si muove
la puoi non guardare
ma sai che non muore

così mi ci siedo
accanto e non guardo
e mentre l’ascolto
stropiccio del nardo

apro un bel libro
lo guardo e non leggo
sarà pure bello
però non lo reggo

perché parlerebbe
l’uomo che muore
il che mi farebbe
male ma il mare

sciacqua e non parla
vive e non  muore
dunque non leggo
ascolto il rumore.

Non è solo il resto che resta

    O saldo amor del presente
    Nella vita che importa non sei niente

                 Rebora

Che si autocertifichi e sciolga
la crosta in osmosi maliosa
da-in cui lei, medesima cosa,
penetra-irraggia è ben triste.

Perché — non è vero? — non resta,
è il resto che resta e che pesa,
che schiaccia, che vince, ed arresa
la cosa, è lui che si incista.

E anche se poi, in percentuale
calante per quanto e per quale,
riguizza la cosa, rimuore,
minuti lei, lui anni d’ore.

E allora? Che sia stata è male?
Non è solo il resto che resta,
resta anche, nel plesso, in testa,
un timido, immobile, no.

La verità
Stava nascosta dentro il libro intonso
che maturato anni sul ripiano
si spreme solo, adesso che l’ho aperto
come per caso, in realtà per testardo
corteggiamento obliquo, lungo, inconscio.

Jinglebell
Sarà stata qualche guglia
qualche sesto troppo acuto
a forare la muraglia
dove adesso c’è l’imbuto

da cui colano
aquae multae e
monta lezzo sublunare,
interscambio di sospiri e
pianto amaro più del mare?

Ah mi sento circondato
son malato di millennio
son decrepito e non nato
balbettante e cacasenno!

-Il futuro? Non esiste
è già un po’ che è cominciato
mi dispiace, non sia triste
se lo vuole c’è il passato.

-Il passato? Non esiste
mi dispiace è terminato
ma non deve essere triste
c’è il futuro che è iniziato.

Ah lo spirito tedesco
come affonda nelle stelle
dalla testa mi esce il teschio
non sta più dentro alla pelle.

San Gerolamo lo afferra
se lo guarda bene in faccia
e lui pronto: «Età del ferro!»
San Gerolamo lo abbraccia.

E però da
pretz a prezzo
che declino, che caduta!
Sì sì sì sì sì disprezzo
ma la colpa chi
l’ha avuta?

O è il solfeggio della broda
annotato in crome stelle
che ti soffi nella coda,
serpe, flauto d’ossa e pelle?

Oh mio dio, dio mio la storia
le radici che hanno sete
il rumore della noria
la bonifica del Lete.

Due millenni? Trentaquattro

vite d’uomo in fila indiana
cioé per l’occhio dell’albatro
una media carovana.

Goccia goccia stalattite
sdilinquisciti in un cono,
sì con l’asma e la pleurite
va all’inferno il vecchio Crono.

Goccia goccia stalagmite
sali sù sù fino al Trono
là dirai: sono di Dite,
come dite voi «perdono»?

Stalattite stalagmite
se farete una colonna
a metà tra Trono e Dite
troverete una Madonna.

Se l’olivo è già olivastro
è possibile l’innesto,
cioé giovarsi del disastro
mantenendo il palinsesto?

Dalla foglia alla radice
come da radice a foglia
sale linfa scende luce
e tu stesso sei la soglia.

Dunque fotosintetizza
tieni aperta la tua porta
la radice non è vizza
se la foglia non è morta.

E se la radice vive
è possibile l’innesto?
Inserentur suae olivae
quando non sarà più incesto?

Bruchi bachi vermi e tutti
voi entòmata in difetto
al momento siete brutti
ritornatevene a letto.

E anche tu reimbozzolato
bene al caldo laborioso
ricorreggi il tuo trattato,
il
De Corpore Glorioso .

Non ci riesci? Si può sempre
attribuirlo all’Avversario!
Non è il mese di dicembre,
la vigilia dell’Acquario?

Scrivo in verde per sperare
ma non c’erano altre penne,
siamo ormai quasi a Natale
sento il fiato delle renne.

Picchia intanto disperato
il battacchio la campana,
pentolone rovesciato
con battacchio in forma umana.

Riflessi
Queste costellazioni sparpagliate
sull’acqua che le incarna ed incarnate
le inghiotte per dar carne ad altre ancora,
la rétina che strascica a fior d’onda
le pesca e spicca alla feconda valva
prima che il grembo si rinserri in tomba.

Felice facile infinita pesca
di lucci tumultuanti in una rete
gonfia di luce rutilante e inquieta,
che presto eccedi argani e stoccaggio,
che presto invoca l’accecata stiva

la scure della palpebra sul raggio!

Pardes
Un giorno, più del solito invasato
di suffumigi oracolari interni,
fui certo di sapere che sapere
non è una vetta per gustare abissi
aperitivi e poi cenare a valle,
ma un altopiano d’aria rarefatta
da cui non si desidera il ritorno
godendo intimità cogli astri eterni.
Pensavo che i polmoni, acclimatati,
avrebbero inalato l’alto vuoto
con tanto gusto che l’idea di valle
m’avrebbe fatto accaponar la pelle.
Adesso eccomi qui, con una flebo
appesa al braccio sotto enormi stelle,
ognuna un bianco globulo di ghiaccio
che attende d’introdursi nella vena
in infiniti emboli a catena.

Pacifico
Ogni trentina di secondi circa
un’orda urlante rancorosa d’ira
accumulata nell’enorme corsa
dall’altro continente a questa costa

s’avventa a sconquassare un già da sempre
squassato nulla di piattezza e sabbia
denominato terra. Fa spavento
sotto uno stesso cielo tanta rabbia.

Adriatico
Scroscia lontano
talmente piano
che quasi pare
che non sia mare.

Ma se sto attento
oh se convince!
Come lo sento
come mi avvince!

In un istante
c’è
solo mare,
per un istante
il resto scompare.

No, che anche il vento
in quel momento
prende a soffiare:
oh se lo sento!

Tanto che stento
a separare
fiato da vento
vento da mare.

Ah, non mi dire
«tanto non dura»:
scrivo e respiro
da quasi un’ora.

Dentro fuori dentro
Sole, ottobre, dentro niente
che scintilli e punga tanto
netto, freddo, acuto quanto
questo fuori risplendente,

questo mare incandescente,
questa sabbia rastrellata
da una bora ingentilita
ormai brezza e non più vento.

Ma per quanto inali a fondo,
resti fuori e non ritorni
finché non sia morto il giorno
ben sepolto dal tramonto,

resta fuori il fuori e il dentro
resta dentro. Ci rientro.

Costanza premiata
Scavo scavo e cosa trovo?
Un cartello — «Torna indietro».
Vade retro, "torna indietro"!
 Ho scavato e scaverò.

Scavo ancora e cosa trovo?
Un cartello rovesciato.
Lo raddrizzo — «Ben tornato».
  Ohibò.

L’assurdo? D’accordo!
Si balocca ad ammucchiare
ore sopra mucchi d’ore
sulla spiaggia Metamare?
Non ho niente da obiettare.

Il suo mucchio non ha forma,
si disgrega e lui ritorna a
riammucchiarlo senza norma?
Ha il diritto, non mi turba.

Non ritiene di fornire
spiegazioni del suo agire,
divulgare fini o mire?
Faccia un po’ come gli pare.

Chi son io per giudicare,
io creatura, lui creatore?
Si diletta di vacare?
Vachi e s’abbia in più il mio amore.

Vuol l’assurdo? Son d’accordo,
SON D’ACCORDO,
SON D’ACCORDO!
(Certo, spiace che sia sordo…
Sarà in grado di apprezzarlo?)

Torna ai contenuti | Torna al menu