Giancarlo Sissa - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Giancarlo Sissa

Giancarlo Sissa
E' nato a Mantova nel 1961. Vive a Bologna. Francesista e traduttore, suoi racconti e poesie sono comparsi su numerose riviste. Come poeta ha pubblicato nel 1997 Laureola (Book Editore, postfazione di Alberto Bertoni) Premio Opera Prima città di Sondrio, nel 1998 Prima della tac e altre poesie (Marcos y Marcos, prefazione di Giovanni Giudici), nel 2002 Il mestiere dell’educatore (Book Editore, postfazione di Alberto Bertoni) Premio Ceppo d’Argento Pistoia, Premio Caput Gauri, finalista Premio San Pellegrino, nel 2004 Manuale d’insonnia (Nino Aragno Editore, postfazione di Roberto Galaverni) nel 2008 Il bambino perfetto (Manni Editori, postfazione di Antonio Prete). È presente in diverse antologie fra cui L’occhio e il cuore, poeti degli anni ’90 (Sometti, 2000, a cura di Mauro Ferrari e Alberto Cappi), Il pensiero dominante, poesia italiana 1970-2000 (Garzanti, 2001, a cura di Franco Loi e Davide Rondoni), Le parole esposte, fotostoria della poesia italiana del novecento (Crocetti, 2002, a cura di Niva Lorenzini), Poesia della traduzione (Sometti, 2003, a cura di Alberto Bertoni e Alberto Cappi), Parole di passo, trentatre poeti per il terzo millennio (Nino Aragno, 2004, a cura di Raffaele Crovi), Trent’anni di Novecento (Book Editore, 2005, a cura di Alberto Bertoni), La linea del Sillaro (Campanotto, 2006, a cura di Matteo Fantuzzi), Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, 2008, a cura di Enrico Cerquiglini e Luca Ariano), Calpestare l’oblio (Argo, 2010, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini). Le sue poesie sono tradotte in diverse lingue europee. Per Gallo et Calzati Editori ha curato nel 2004 Poesia a Bologna, raccolta di scritti autobiografici di diversi autori. Ha collaborato come diarista e attore con il Teatro delle Ariette. Dal 1999 conduce corsi e  laboratori di scrittura creativa e autobiografica in Italia e all’estero.
Le Parole
La poesia di Giancarlo Sissa, è quella che cerca dentro l’evidenza delle cose, l’innocenza dell’infanzia, parlandoci con  un linguaggio diverso, da quello del desiderio e della brama. Anche se sa perfettamente che la sincerità è impossibile,  la sua poesia riesce a farci comprendere con sguardo disincantato, ciò che ci accade intorno, sussurrandoci ipotesi diverse da quelle che sappiamo prevedere.


Bologna: Notte
Tutto li fa ridere tutto
a notte fonda in modo villano
e fintamente divertito forse
più forte e invano li morde
d'angoscia il cane della vita
sicché ridono gridano… poi
finalmente s'abbuiano in un vicolo
senza uscita nel petare furente
del loro motorino… poco
dopo resta il loro niente
il vuoto dell'inesistenza
un fumo di benzina e il vuoto
che li dispera più di prima.
                                                
Inedito

da "Il mestiere dell’educatore"

*
Posso giocare a calcio
per ore con i bambini
e sentire quasi amore
per lo sgambetto per la finta
o il tiro a rete persino
per il loro afrore
e resistere alla sete
urlare torna, fallo, marca,
non devo spiegazioni
in fondo come loro intento
a sudare le mie tentazioni
o bere a collo dalla bottiglia
appena riempita alla fontana
ma solo a partita finita,
posso togliermi la camicia
e inginocchiarmi sul pavimento
a spingere una automobilina
su una pista di cartone
inventare una stupida canzone
e sentirmi contento
o aspettare la merenda
alzare il dito ammirare
sfinito il caso della pallina
da ping pong in equilibrio
sul dizionario di francese
placare risse, asciugare offese
recuperare dal bidone
il quaderno di matematica
fare finta di capirne d'informatica
sentire quando il dolore
si fa lato scosceso della realtà
guardarli in faccia con lealtà
ascoltare le madri, stringere
la mano ai padri ogni volta
stupito di non avere mai capito
perché se mi sento vivo io
con i loro ragazzi loro
debbano poi lamentarsi sempre
di mille cazzi

*
Guarda
l'eleganza della rondine
il ciglio non scordato
negato il sorriso a un batticuore
o il movimento dell'anima
quello improvviso - e lieve -
nella pioggia che non sa farsi neve
libero in fondo a un cielo
- e che strana morte
l'aver sperato forte -

*
E non si entra due volte
nello stesso cuore
a riposarsi stremato
negando lo sguardo
varcando i confini
d'ogni plausibile perdono

e quali sono e quanti
gli strumenti di precisione
che rilevano di secondo in secondo
la rabbia la collera inespressa
quella che scava il tumore
che lo coccola
nel suo vago di terrore

e il miracolo fata
o il peccato d'averci creduto
tu lo chiami amore


*
Oggi nove maggio novantasei
non lo so dire che leggo poesie
e solo senza piangere mi commuove
quest'alba che in luce spezza
il sangue scheggia degli occhi
che ronza in un suo ghiaccio
e la voce che non dice trema
aspro vagliando un suo rancore
di rimorsi e d'ore - come sul muro
un graffio - che resta - e un nulla
lo cancellerebbe infine - a esserne capace -
ma poi resta in questa luce d'ospedale
oggi. E fa male.

da "Manuale d'insonnia"

Abisso
Quello che mi interessa è l'abisso
iniziale, non quello definitivo, quello
qualcuno lo chiama paradiso, io sto
nel vortice dell'ombra invece
che ruzzola a un buio vento
le foglie sul ciglio della statale
e in silenzio ascolto il nostro male
- questa notte vorrei sognare
immobile l'aratro della morte
non avere conosciuto vino mai
o diversa sorte, resuscitare
una pianticella di fagioli
seminata da bambino -

Come un cane
Come un cane che si scrolla
dal pelo l'acqua della notte
cui si accarezza il muso
ma disgusta poi la bava
delle lotte soprattutto
se nello stabilimento
si consuma il nome atroce
del fallimento e nel percorso
elettrico di arterie tendini
e di vene brilla il solito
povero odore di rifiuti
smalti e ulcerate saldature
postmortem inchiodato
a una penombra purgatoriale
di sciopero generale
che ai gas d'autunno vibra
e trema tramanda ancora
e in vita muore rimuore
e si spolpa appunto come
un cane che fra l'erba fruga
e fra le merde del giardino
la sua mappa del destino

Senza vanità
Eppure avevi detto - non in chiesa
piuttosto buttatemi in un fosso e basta
che tanto fa lo stesso - e invece
tradito dal vino dalle carte dall'amore
stordito in un letto d'ospedale
asso di bastoni a ricordare i nomi
dei figli rifiutando l'estrema unzione
- via i preti! fuori dai coglioni! -
in un sussulto anarchico sorriso
irriverente di liberazione il ciglio
levato a sbeffeggiare la conversione
sul confine della vita e della morte
strana, stranissima sorte - Garibaldi
mi chiamavi - e proprio in chiesa
ti hanno portato, uno solo dei tuoi figli
non è entrato, cocciuto in un silenzio
orfano d'ascolto e di riposo... il solo
a capire che forse un po' stronzo eri
ma libero, fra tanta ottusità, e
se mai c'è Dio, al suo cospetto
senza vanità

NOTA: La poesia fa riferimento alla morte del mio nonno paterno, Carlo Sissa, ma è da intendersi come dedicata anche al mio nonno materno, Roberto Visi. Il primo anarchico, calzolaio e poeta; il secondo comunista, falegname e violinista. Giancarlo Sissa



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