Gabriele Marchetti - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Gabriele Marchetti


Gabriele Marchetti
Nato a Lecco il 2 luglio 1979.
Diplomato all'istituto magistrale, laureato in lettere moderne alla Statale di Milano con una tesi di filologia romanza sulla letteratura arturiana; autore di tre raccolte di poesie (Urla nell'acqua, 2013; Il paese, 2014; Libro d'ore, 2014) e di un romanzo (Il vento e il mare, 2013); presente nell'antologia Cervo Bianco, 2014.
Suoi saggi e testi sono presenti in molti blog.


Le Parole

La poesia odierna sembra soffrire di molte malattie. Essendo fatta da persone, è naturale che risenta dei mali di questo mondo.
Ma questa estrema permeabilità del poeta al suo tempo è dannosa: la poesia deve stare (e quella vera lo fa) al di là dell'oggi, lontano dal presente, dal fatto di cronaca gridato. Deve aspirare ad una sorta di atemporalità.
Così come dovrebbe staccarsi da certi schemi, da certe mode che vanno per la maggiore; soprattutto, dovrebbe rigettare quell'attaccamento morboso al quotidiano, quella lente d'ingrandimento che i poeti continuano a gettare addosso al minimo, al dato insignificante, con cui riempiono pagine e pagine altrimenti destinate a restare bianche per la loro minimezza.
La sensibilità non deve essere spinta dal testo; essa deve già esserci, come caratteristica fondamentale del poeta. Suggerire al lettore che sentimenti provare, ad esempio dicendo qua e là amore, odio, felicità, etc., è come svelare in anticipo chi è l'assassino.
Lo sforzo deve toccare al lettore. Al poeta spetta solo la parola.

Poesie

Immagine
Labbra, le tue, increspano di vento
la distesa delle acque, tra il fogliame
che respira la verde luce, infranta
mentre l'immagine annega o rimane.
Il dio del fiume oggi è un tronco sfatto
dal gelo di lunghi inverni tremendi:
qui viene a bere una volpe, ogni sera,
stelle riflesse dai gorghi più fondi.
Tra rocce chiare e la cenere grigia
penzola lunga dai rami una treccia,
quando per caso l'estate ravviva,
bruno bracciale fatto di corteccia.
Se l'occhio risale, offeso al ricordo,
ad ubriacarsi di estrema bianchezza
nel sole che inombra il cielo lontano,
la foglia si ferma, rotta in magrezza.
E ci assale alle spalle, d'improvviso,
nel sapore di terra che è nell'aria
(di là dalle balze viene la notte),
il verso tremante della riparia.

Il Fauno
La tua pelle perlea che piano prostra
nella calura estiva,
come spenta, è il dolore che si mostra.

Al riparo dei rami, la cascata
punteggiata di viva
ruggine si smagrisce, disseccata.

Nell'ombra cerula dei vecchi ontani
ho visto il Fauno nudo
rincorso come per gioco dai cani.

Il cielo è stroscio di luce che annera
(perché ancora mi illudo?),
buttato come straccio sulla sera.

Il raschìo delle volpi
Il raschìo delle volpi
spazza il terreno, cancella le impronte
lasciate cadere da un lieve passo
nell'estate che infosca.

Sull'acqua specchia il sole
incerto di ogni agosto, squama argento
dalle piume arlecchine del gruccione,
se lascia l'arbusteto.

Rimbatta fino al fiume
il balenante tuono, fragoroso
sulle cime, nell'odore ferino
della sera che inchiara.

Scheggia
Sei scesa alle acque dorate,
dove il fuoco che consuma nel cielo
i giorni lunghi di torrida estate
finisce a rompersi in scheggia
della sera che più fresca rameggia.

Di te non ricordo molto,
forse nemmeno l'immagine esatta,
il sorriso che portavi sul volto:
il ritmo cessa delle onde,
mentre intorno scuriscono le sponde.

Stelle
Ho seguito, una sera, le impronte
scavate per caso nell'erbatura:
fino ai frassini, che pallide fronde
agitano a schermo della calura

(il bosco sibila, calato in ombra) -

le stelle chiare, piangenti ametiste,
e i salici dalle trecce annodate
hanno lasciato che giocassi, triste,
con gli ultimi bagliori dell'estate.

Nel labirinto
Nel labirinto brunito dei bronchi
il rumore del mondo non arriva -
ali sparse tra i tronchi
i tuoi capelli, la tua veste estiva

non scampano alla carezza che torce
questa fuga in un lento incespicare,
tra le spoglie già marce
di betulle lasciate ad imbiancare.

E ti trovo che piangi sui ginocchi
scarabocchiati dal rovo puntuto,
quella luce negli occhi
estinta, come chi troppo ha veduto.

Ma quando dico il tuo nome, la voce
mi muore piano nella bocca amara,
in quel silenzio atroce
che fa la sera sulla strada chiara.

Come figlia di un vento dispettoso
riprendi in fretta la corsa interrotta -
il cielo limaccioso
sulle colline lentamente annotta.

Ridi, luna, e voi stelle luccicate
ma fin troppo lontano dal virente
squallore dell'estate
solitaria, luccicate per niente.

Ottava
L'ora smunta che il crepuscolo inostra
non dura mai oltre la scabra, lucida
sagoma delle montagne, ma mostra
il vuoto della vita che conduci.
Somigliante alla morte, questa giostra
che illumina la notte con le luci
di un allegro carnevale diffonde
in cerchio un ridere di voci bionde.

Emma
Scura, la falce d'ombra
è scesa sopra il bosco.
Il disco pallido del sole spezza
il colore delle foglie, le tenta
coi resti della brezza.
Dove il fiume rallenta,
tra le radici nere
dell'ontano, Emma siede sola
a contare e ricontare le sere.

Il ramo che si schianta,
incidendo il silenzio,
ha una nota più triste nella voce.
Spaventati dalla calma interrotta
e dal grido nell'acqua,
gli uccelli si rimbrottano
e scappano al riparo
nel groviglio viola delle fronde,
nel buio delle foglie tutte d'oro.

La luna che cancella
ogni altra luce scivola
via, sbrindellata dal temporale.
Emma conosce il dolore, una traccia
nell'erba blu al mattino,
la notte che l'abbraccia -
le briciole dorate
svanendo la guidano più lontano
fino ai cancelli bianchi dell'estate.

Sulla riva
L'onda
scava la riva, i castelli di sabbia
che portano conchiglie bianche e nere
sulle torri, come allegre bandiere.

Tace
il lungo mormorare della spiaggia,
i bambini guardano l'aquilone
che si alza limpido nel solleone.

Corre
verso il mare una ragazza, ridendo
della vita per quanto è breve, strana,
o rimpiangendo un'estate lontana.

Sale
lenta la marea, sommerge il cielo
che infuoca dopo il pomeriggio biondo,
spegne le ceneri rosse del mondo.

Nel giardino
L'orizzonte triste della primavera
di là dal cancello chiuso, tra le statue
su cui si disegna una lebbra dorata
che inganna gli uccelli -

il nero dei pini dove si nasconde
assieme al suo cane una triste bambina,
e resta in disparte se nel sole passa
un lento funerale -

docile restare del vento di maggio
nel paesaggio stinto, che sfuma distante,
pallida e malata si muove la mano
come a salutare.


 
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