Franco Buffoni - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Franco Buffoni

Franco Buffoni
E' nato a Gallarate 1948, vive a Roma. Esordisce come poeta nel 1978 su Paragone presentato da Giovanni Raboni.  è un poeta, traduttore, giornalista pubblicista e professore ordinario di Critica Letteraria e Letterature Comparate. Ha insegnato nelle università di Parma, Bergamo, Milano IULM, Torino. Attualmente e' professore ordinario di Critica Letteraria e Letterature Comparate presso l'Università degli studi di Cassino. Dal 1989 è direttore della rivista sulla teoria e pratica della traduzione poetica «Testo a fronte» e dal 1991 è curatore dei Quaderni italiani di poesia contemporanea, pubblicati ogni due anni.  Ha pubblicato diverse raccolte di poesie e romanzi. Le sue opere sono state incluse in varie antologie di poesia italiana contemporanea. Ha tradotto tra gli altri  Keats, Donald Barthelme, Robert Fergusson, George Byron, Coleridge, Rudyard Kipling, Oscar Wilde, e Yeats.
Le Parole
Qui riportiamo alcune poesie tratte dall’Oscar Mondadori Poesie 1975-2012 dove e' stata raccolta tutta l'opera poetica di Franco Buffoni. Una raccolta di versi asciutti ed essenziali che parla del mondo e dell'uomo che ancora non vi si e' adattato: «se il mondo non è stato creato per l’uomo e le sue esigenze, allora tocca solo a noi uomini fare sì che non ci siano più vittime della storia…»
Questo imperativo etico, questa celaniana volontà di "porsi a fianco" e' quello che ci piace di piu'  di questa raccolta, di questo materiale lirico che riesce a guardare dentro di noi e a raccontare, da un altro punto di vista, anche la nostra storia.



Madre
Quando eri ancora adulta
Prima di rimpicciolire
Ti lasciavo sola volentieri,
Dovevi espanderti e io non mi vedevo
Nei tuoi spazi.
Poi per davvero ebbi l’occasione
Di fare attenzione alle tue forme,
Al loro chiudersi, e i tuoi spazi
Presi a difendere, meno li occupavi
Più li presidiavo. Finché non mi è restato
Che un batuffolo con voce da proteggere
In una ipotesi di spazio.


Di Leopardi

“La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui
e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro,
possono ancora e potranno eternamente tutto”


Di Leopardi che ritorna col pensiero a Roma
Dalle pendici del Vesuvio: “Anco ti vidi /
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade /
che cingon la cittade”. Desolazione per desolazione,
Naturale per intellettuale, deserto per deserto…
Di Leopardi suddito dello stato pontificio
Liberale clandestino in ideologico isolamento
- Il ridicolo e il grottesco delle Operette
Per eccellenza armi illuministiche
Contro antropocentriche metafisiche -
In quell’angusto regno del silenzio
Dalle mostruose tipologie censorie
Che fu il governo della
Reverenda Camera Apostolica.
Roma desertica.

Le lingue delle madri

Da tre anni qui a Roma ho un compagno
Turco, di etnia curda.
Comunista, torturato in galera,
Conosce gli uomini e la vita divora, quando può.
Qui a pranzo da me in giorno di Ramadan
Mangiò di tutto e con buon appetito.
Poi non so come fu ma gli chiesi
Di mamma e fratelli, di casa.
Li sente una volta al mese, quasi sempre chiamando lui:
“Ieri sera ha chiamato mia madre,
Per dirmi di non mangiare di giorno e di pregare”.
E tu perché mangi? Perché ho fame.
Poi facemmo l’amore molto bene
E alle tre tornò ridendo a monte
Testaccio dai compagni.

Quella sera da solo a letto lessi Gwyneth Lewis
Che nel Cyfweliad a’r Bardd
- L’interrogatorio della poetessa -
Ricorda le sue letture di ragazza:
Leggevo storie di scrittori inglesi
Nascoste tra le copertine gallesi.
Funzionò per un po’, finché la mamma
Trovò Dick Francis dentro il Bardd Cwsg
Una sera dopo il tempio. Fui sgridata,
Picchiata. Era una donna pura:
Una lingua per tutta la vita.

Non doveva imparare l’inglese Gwyneth Lewis
Perché la mamma voleva il suo bene.
Ricordo che il venerdì santo
Non perché avessi fame
- In casa mia non si digiunava
Ma si osservava il magro - mi comprai
Un etto di prosciutto crudo
E lo mangiai ai giardini. Fui avvistato e la mamma
Ne ebbe tanto dispiacere:
Perché fai queste cose? Non vuoi bene a Gesù?

Gay Pride

“E il caffè dove lo prendiamo?”
Chiede quella più debole, più anziana
Stanca di camminare. Alla casa del cinema,
Là dietro piazza di Siena.

Non si erano accorte della mia presenza
Nel giardinetto del museo Canonica,
Si erano scambiate un’effusione
Un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra.
Parlavano in francese, una da italiana
“Mon amour” le diceva, che felicità
Di nuovo insieme qui.

Come mi videro si ricomposero
Distanziando sulla panchina i corpi.
Le scarpe da ginnastica,
Le caviglie gonfie dell’anziana.

Quella sera, come smollò il caldo,
Passeggiai fino a Campo de’ Fiori,
Pizzeria all’angolo, due al tavolo seduti di fronte,
Giovani puliti timidi e raggianti
Dritti sulle sedie col menù sfogliavano
E si scambiavano opinioni
Discretamente.
Lessi una dignità in quel gesto educato
Al cameriere, una felicità
Di esserci
Intensa, stabilita. Decisi li avrei pensati sempre
Così dritti sulle sedie col menù.







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