Francesco Dalessandro - La Mia Poesia

La Mia Poesia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Francesco Dalessandro

foto di Dino Ignani sito www.dinoignani.net
Francesco Dalessandro

nato nel 1948 e dal 1958 vive a Roma. Dopo gli esordi su rivista (in particolare, su "Le porte", n. 2, maggio 1982, con una nota di Francesco Tentori, e su "Discorso diretto", quaderno 5, 1983, con il poemetto Divergenze), è stato uno dei fondatori e redattori della rivista di letteratura "Arsenale", diretta dal 1984 al 1988 da Gianfranco Palmery. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: I giorni dei santi di ghiaccio (con una nota di Elio Pecora – Barbablù, Siena, 1983); L’osservatorio (Caramanica, Marina di Minturno, 1998), finalista "premio Dario Bellezza", V Edizione, 2000; Lezioni di respiro (Il Labirinto, Roma, 2003), segnalato al "premio Attilio Bertolucci", I Edizione, 2004 e finalista "premio Frascati", 2004; La salvezza (Il Labirinto, Roma, 2006); Ore dorate (Il Labirinto, Roma, 2008); Aprile degli anni (Puntoacapo, Novi Ligure, 2010); Gli anni di cenere, (Associazione culturale ‛La Luna’, Sant’Elpidio a Mare, 2010), con un’incisione di Michela Sperindio, e Primo maggio nel Pineto (Stamperia d’arte Il Bulino, 2012) con disegni di Silvia Stucky, oltre a varie edizioni d’arte. Ha inoltre curato e pubblicato cinque libri di traduzioni: Wallace Stevens, Domenica mattina; Elizabeth Barrett Browning, Sonetti dal portoghese; Gerard Manley Hopkins, I sonetti terribili; George Gordon Byron, Il sogno e altri pezzi domestici; John Keats, Sull’indolenza e altre odi (tutti per Il Labirinto, Roma, rispettivamente 1998, 2000, 2003, 2008, 2010). Altre traduzioni, su rivista: dal latino (Giovenale, Orazio, Ligdamo e Sulpicia), dall’inglese (Shakespeare, Andrew Marvell, Isaac Rosenberg e Kenneth Rexroth: una scelta delle sue Poesie d’amore di Marichiko è sul n. 19, luglio-settembre 2010, di "Fili d’aquilone", rivista sul web) e dallo spagnolo (José María Alvarez, Francisco Chica, Ana Rossetti, David Pujante, Eloy Sanchez Rosillo, Pere Gimferrer). Nel 2012, ha ripubblicato, con Moretti & Vitali editori, una versione rivista e modificata de L’osservatorio, con una testimonianza di Attilio Bertolucci e il saggio, Il destino di ognuno, di Gianfranco Palmery. Cura il blog Poesie senza pari
Le Parole

La poesia di Francesco Dalessandro guarda ma non rimane ferma, cammina per vie nuove e antiche che c’incidono dentro, il calore pallido del sole che punge.
La sua e' una poesia leggera e garbata, che aleggia tra i colli e li chiese della citta' immortale, che incomparabile, diventa la musa per la sua piu' bella poesia.


da LA SALVEZZA (Il Labirinto, 2006)

COPPIE
                        Cartagena, ultimo dell’anno 1987                                                                                                           
Una giovane coppia dal crocchio
a concilio sull’estrema
punta dell’Arsenale spicca un
volo radente sulla tremula
baia – poi si separa: il maschio
si tuffa argenteo
dardo sui verdi flutti pilucca
l’acqua riascende chiama
la compagna; lei
vira in
rapido slalom tra sartie
di barche dolcemente
ondeggianti al riflusso
della marea, gli giunge sul fianco
destro l’incalza lo invita
a un gioco
amoroso di tuffi sul filo
d’estri leggeri, in punta
d’ali planando su una cala
della rada; qui nel
primo cerchio dell’ombra
si dànno di becco –
poi con pigro
slancio tornano in seno
alla famiglia.

                  Anche la coppia
che il fuori tempo dei giorni
festivi avvicina e
divide ecco, spenta la sera
nel paseo solitario
e leggero, torna al colloquio
fervido per la Calle
Mayor – spinta a una notte
di pura lussuria all’ansiosa
lena dei sensi al colpo
risolutore.


GLI UCCELLI
Tre, sappilo, perfetti
uccelli a quest’amore che
ci contiene, nuovo, ad ali
tese, vennero: l’upupa
calunniata e bellissima che ci
sorprese a una curva in un tardo
pomeriggio di sole; prim’ancora
le tortore brune: sui tetti
grigi, le sentivamo tubare
a ogni risveglio; infine
la coppia di gabbiani
che rase l’onda bassa
e svanì all’orizzonte dietro
Punta Marina, il venti
marzo, domenica
mattina.



da L’OSSERVATORIO (Moretti e Vitali, 2011)


I – L’OSSERVATORIO

1
Torna, Musa, coi mattini brumosi e torbidi d’autunno
coi vapori dai fossi dalle forre
fumiganti gli odori aspri i colori
densi del parco la luce come il cuore
intermittente; torna con lo scialo
dei platani sui viali coi voli di passo sull’oro
delle foglie; torna con la foschia –
tenue sudario disteso pigramente
sopra i tuoi colli, mia mortale
città, sull’acqua fosca dei tuoi fiumi
letali – col sole temperato di settembre
che la scioglie; torna, ritorna col passo
frettoloso che guida ai sottovia
della metro all’aria aperta col primo
nubifragio di fine estate – code
e ingorghi inestricabili di traffico
impazzito –, con l’ansia la pazienza
ai versi necessaria col loro lineiforme
stratificarsi, frecce scagliate dritte
al bersaglio  
                    «ora non posso, se mai
fu possibile prima, esaurirmi in un fuoco
di lirica passione sfolgorare
in un brillio di breve e fatale
intensità (sebbene è vero l’esatta
misura sia di dieci dodici versi
o tutt’al più un sonetto come O dolce
selva solitaria
perfetto di Giovanni
Della Casa), ho bisogno di un verso
liquido che fluisca naturale
con forma e suono acconci che narri districando
il groviglio dei sensi, di un senso
semplicemente chiaro nemmeno verità
ma ipotesi del vero che sia
ricco senza effusione e scarno senza
povertà: questo m’è necessario»;
                                                      che ne sia
capace o lo creda tu torna, mia Musa, col fresco
della sera col rosa della rosa ottobrina e solitaria
tornata a rifiorire nell’aiuola feconda del cortile
(dove si godono il calore della terra le mattine
umide due gattacci, l’indolente invecchiato fulvo maschio
e la femmina furba giovanilmente inquieta che mi guarda
diffidando e sfidandomi); col rosa fuoco torna
dell’occaso la sagoma oscura del parco le luci
del Forte, le prime a vedersi, e le finestre accese
su Pineta Sacchetti – avamposto borghese popolare
di Primavalle proletaria – dal fondo della curva
nascoste dai filari verdecupi dei pini dalle spente
acacie macchiaiole lungo i bordi del fosso e della  
strada, immerse nell’indaco notturno che spaesa
il reale

– infine, Musa, vieni con l’affanno del nuovo
o la quiete serena che dà la tua franca
parola.


5
Perché l’ora mattutina tra le sette
e le otto regala discendendo Monte
Mario corrusco nel freddo nell’aria di fine
novembre pungente un pensiero di morte,

chiaro ma così vago e trasognato
da somigliare alla foschia fluttuante
sui profili dei templi delle chiese
su San Pietro e l’intera torbida mortale

città, da sembrare irreale?


II – STAGIONI DEL BASSO MONDO

compleanno
uno sperpero di luce alle finestre                                           
aperte: l’alba, il chiarore nella stanza
più interna della casa si fa ombra
devota: ristoro al risveglio, prolunga
il torpore dona calore i sensi
già svegliandosi fervidi al risorto
affanno della colpa del pensiero,
pungolo al nuovo giorno poi che l’ora
beata e casta di perdizione e perdono
svanirà presto nel pigro e sensuale
prolungarsi di raggi fra tagli di persiane
scolorite, svolta rapida al mattino
in cui forma diversa potrà avere forse
la vita, non atteso e non temuto giorno
in cui migliore sembrerà l’avvenire,
svettante fiamma cremisi di speranza
e rimpianto –
                     pietà, pietà dell’ora, dèi
generosi e famigliari protettori
del compleanno, pietà del tempo e dei
miei passi drogati di sonno, sia pace
in questo giorno dell’anno
in cui l’amore non è eccesso ma fiorito
tabernacolo e vacanza
                                   se in tanta
derelizione mattutina appiglio
di fede non c’è, né pentimento
che possa sacrificare ai quarantuno
anni di passione e morte, né cuore
o fiore da acquistare o conquistare
col solo merito di sguardi innamorati,
né giunto il tempo che su pascoli
amari ci strina la passione, tormento
dei sensi, potrò scegliere l’amore
che l’illusa speranza del sole
marzolino, estremo inganno, ai vetri
impolverati regala, se domani aprile
acqua sul fuoco getterà invernale
tornerà l’aria o l’umor nero i freschi
e nubilosi giorni opprimerà

anniversario
del mattutino dolo stella, maligna                                            
e sola ancora brilli quando il primo
raggio invade la penombra e nella stanza
alligna come la vite che nell’imo suolo
alla nemica sua cugina edera viva acqua                              
d’amore e luce di speranza contende o rade
tardive rose nell’aiuola e nel giardino
al sole appena tiepido aperte proclive
alla passione dei sereni ultimi giorni
di maggio: nel maggiore anniversario chiara
la beltà ne godranno le tue assorte
pupille e arse lo sguardo l’interna
pena che prepara la loro vespertina
pudica morte avvertirà nel raggio
che le avvolge e dora, vita che si arrende
all’amore e alla realtà della sua santa
consumazione


III – L’AZZURRO DEL CIELO

...
Dorme, lei – lei che non dorme
mai quando i suoi cattivi
pensieri l’opprimono e inquieta
si gira e rigira nel letto, rancori
profondi ne turbano il sonno, ora dorme
forse paga del pianto che la notte piange
dietro la persiana abbassata la finestra
ben chiusa forse invece sopraffatta
da una stanchezza che perdona e addolcisce
anche l’ansia, perduta in un suo sopramondano
sogno; chi insonne soffre il proprio
dèmone attende l’alba il lucore
di un’aurora lontana che fra nembi
vuoti trovi una via rischiari le borgate
più remote le vie di popolari
periferie, che a lei doni il risveglio
presago di una domenica di pace
e di lavori domestici, a me il sonno
torbido e breve del mattino l’ozio
fra tavolo e giardino la solerte
necessità

...

IV – MARE DELLE PASSIONI

7 (UNA MUSA)
La mia solita febbricola, una musa
casalinga e privata
così poco mondana ma non priva
di civiltà trastulla
la noia con le fragili forme di un’ansiosa
felicità, e con la tenera rosa ottobrina
ritorna la smania di vivere l’amore
giovanile la grazia perduta di un’età
passata, il tardivo pentimento la pudica
speranza, illusione nevrotica di un cuore
già stanco e incubo quieto d’ogni nata
mattutina dilezione, ma la sorte
solitudine adduce mentre calco claudicante  
le scene di un mondo di nuovo avviato
all’autunnale sperpero di vita al desiderio
di morte, malinconica attesa che è carne
di futura mestizia carità che non consola,
nel giorno nato uguale e diverso diversa-
mente amato, l’inverno mio teatro  
e osservatorio quando a sera anche l’inganno  
mattutino si svela rivelandosi volgare
avanspettacolo giostra corteo funerario,
la verità rivelata e corrotta una profana
ascesa ai più infimi abissi del divino
amore, tempesta preparata a redimere
il deserto, una mano due tese a toccarsi
a tentare fortuna: cosa resta da volere
e da scrivere?


9 (SIRENA)
Avverrà in questo terso mattutino
cielo di novembre dopo i morti anche la mia
redenzione? la vite risanguina sul viale
vena il verde del muro lo insanguina
la siepe incurabile muore, vacillante
volontà mi sospinge dopo mesi, una sirena
dopo l’altra clamanti insistenti vocalizzi,
nel fresco mattino sereno a fare versi:
clemente quiete nel giardino assolato
e solitario dopo il sonno e la notturna
pioggia, indugio in minuzie ma non devo
disperare se immagini sfocate coglie il miope
sguardo: un nido caduto guscio vuoto
annerito dall’acqua gocce-luci sui tralci
dell’edera brillanti verdi tenere o dorate
escrescenze aghi e foglie la pozza l’invaso
d’acqua morta e liquami il filare dei lauri
il rastrello e la forbice l’erba tagliata,
una lumaca vi traccia scie d’argento,
la giornata si scalda le nostre tartarughe
passeggiano caute sulla terra umida
il traffico scorre, una piena anche la nostra
vita, passano cirri e stagioni noi restiamo
abbandonati nei giorni deserti rubricati
nelle vecchie istantanee di un album
che a sera la mente risfoglia, l’età è mondo
e passato una pozza d’acqua scura
dove trote argentate crescono i ricordi
nuotando e ingrassando sfuggenti
l’esca e l’amo del presente della mia
poesia.


da APRILE DEGLI ANNI (Puntoacapo, 2010)


I – IN FORMA DI NUVOLA DI PIOGGIA

9.
Oh mattini fragranti di dicembre
(che aprite il cuore ravvivando
la brace del segreto e i due segni
della sua gloria oh passeri) perché
il mondo è una triste palude
e fango dove sguazzano lieti
solo miseri vizi e perdute
speranze? (verrà primavera torneranno
i teneri passeri sui prati
fioriti del mio desiderio?) perché nere
acque sempre trascorrono in crudeli
gorghi di affanno oh bei mattini

fragranti e freschi di metà dicembre?


II – ORE LEGGERE

4.
I tuoi piccoli favi di bionde
api offrivano miele alla mia
poesia. Al tuo seno di sogni
colmo la pioggia recitava il breve
poema del possesso.
                                Oh, l’inverno
infuriava nei vicoli sordidi
del porto, città verticale, e noi rientrammo
fradici.
             Amore, avevi i blue-
jeans inzuppati ma l’erba
sul tuo ventre era di un prato
a primavera.


12.
Così passano eventi, la gloria
duratura del cielo e dell’amore.
Così l’ultima foglia e la stagione
cadono morte sulla terra con reciso
spasimo ed ogni cosa poco prima
brillante…
                 Con blande con
discordi mosse nel precipite buio
abisso (quando l’estate prima-
vera avrà ucciso e dormiremo l’uno
dell’altra ignari oh con turbata
diffidenza) anche noi discenderemo.
Che la morte sia del tutto
naturale mi sgomenta che dal suo
sonno neanche l’amore si possa
risvegliare…

III – APRILE E GLI ANNI

*
Sì, è vero, accadde. In un giorno già lontano:
quella data segnò il tempo e divise la storia.
Era aprile era un giorno di sole dopo il freddo
e la pioggia. In un luogo ben vivo nel tempo:
i suoi piedi toccavano il suolo lo stesso che tutti
tocchiamo indossava un vestito simile ad altri   
vestiti di altre donne lo sguardo pungeva
e i capelli cadevano al vento: il tempo sfogliava
calendari non scordava un minuto camminava
nel tempo era il tempo concesso alla mia ansia
era un verdetto di chiare di semplici parole.
Quel che disse che lei disse, oh in una lingua
con grammatica e storia, era vero ma sembrò
menzogna se ancora non ci credo non ci credo…


8.
Ti guardo e vivo dentro mondi
lievi fragili. Il tempo misura
la vita in anni giorni ore minuti
ma un minuto può essere un secolo

una vita un amore. Mi riparano
tetti. No, nubi cieli. Ancora meno,
aria nulla. E non cammino in terra
non calpesto più il suolo ma volo.

La vita è breve e leggera scivola
via senza scie né impronte
e se vuoi condividerla non devi

cercare orme o ricordi ma lievi
ombre le labbra gli occhi il palmo
della tua mano, perché là io vivo.


**
Com’è egoista l’amore! Ah come inabissa
il mondo in un vuoto di cieli in un vuoto di spazi
siderali! Tra rovine di stagioni tra crolli
di muri di colonne di templi di dottrine
e idee esso muove i suoi passi. Qui la trama
di secoli si spezza qui la storia guarda indietro
ripensando il futuro. Nell’occulta segreta
ansia dell’ieri e del domani nel sangue
del presente nel crollo dell’ordine dei fiori
delle nuvole dell’ombra nel silenzio del perdono
e della pietra nel computo sterile del fato
scivolando in abissi trionfanti di sconfitte
verso il nulla del caos del non ritorno noi
potremo amarci – come prima del mondo della sua

mondanità.


IV – CANTI PIÙ INCERTI DEL CANTO

4.
Guarda oh guarda, cara, questo mio
corpo che a braccia vuote per lunghi
anni restò sognandoti e i freschi
tuoi colli a me vicini
                                   – ai risoluti
miei occhi insaziati consenti allo smarrito
loro sguardo l’aprirsi ora del bianco tuo
prodigio con notturne scie di cadenti
stelle tra le dita, piacere dei futuri
giorni lauta meraviglia, e al cuore
sazio leveranno come tremendi fiori
veloci ricordi i primi giorni di prima-
vera
         – con lenta e cauta mossa sulle
tue rosse labbra oh pingui
visioni.

9.
Torni e non sai che il tuo ritorno
è mio mancandomi tanto che senza
te un’ombra un fantasma
                                           – torni ma
non sai con quanta smania il tuo bruno
corpo che sul candore la più lunga
settimana ha bruciato di pensieri-desideri
di me voglio e nel fango delizioso
sentirmelo affondare e gli occhi-stelle
vedere accesi nella notte per tanto
desiderio che ne hai
                                   – sei tornata
ma non sai niente, che domani io mi
muoverò sulla strada del tuo corpo
sentendo i muscoli espandersi-stringersi
piacevolmente intorno a me toccando
la curvatura io del tuo profondo
scialo di svolazzanti piccoli oh
passeri il buio sarà turbato – e
bruni sul bianco dove anche tu verrai
con te riposeranno e io pensosamente
fra i tuoi ginocchi.


da LEZIONI DI RESPIRO (Il Labirinto, 2003)


I – CRONACHE DELLA LUCE

*
alla tua fiamma appartiene la luce
del pensiero quando al risveglio spazia
acuminato quando concilia o produce
la consumazione del tempo i sensi sazi
                                                                                                               
poi che il segno la trama o delinea
come l’opera di un ragno il progetto
severo del fuoco quando affina
il legno intagliato e ne tempra il difetto
                                                                                                               
sono file filari di parole solchi e vene
nella terra arsa dell’anima che incisi
si fanno ordito e trama aeree nivee
                                                                                        
scie nell’azzurro del cielo rotonde rive
salate del mare forme che se le svisi
perdi presto come tracce nella cenere


*
Traslucente al mattutino primo
lucore l’aria è lo specchio in cui misuro
e peso le offerte del nuovo mese: l’oro
vecchio della memoria e il metallo brunito
di un verso a lungo scarnito dalla punta
secca della matita l’ottusa lena e la boria
del mare i sassi levigati, contrappeso
a un futuro diverso e disadorno, un altro
anello nel cuore del pino la promessa
di nuove fioriture di rinascite…
illusioni elusive e vane regole invano
seguite, incapace d’ironia ti sei messa
su una cattiva strada mia
poesia –

               comunque vada la verità
e il suo rovescio hanno un destino già scritto
segnato dal ritorno a casa dove ancora
il muro di verde d’anno in anno più alto
e fitto impedirà l’evasione il salto eliso
domestico o nostra caienna volontaria
deriva o secca "ma l’amore coltiva e
cura i suoi confini: il giardino la rosa
canina la siepe di lauro la sua
mondanità" – fiore proteso sull’infimo
abisso del mondo spolpato fino
all’osso e arso il verso come stella
alpina sopravvive alla mia
siccità.


*
"Berryman scrisse innamorato una centuria
e più di sonetti audaci appassionati –
suo modello Petrarca, un caso dubbio
secondo Pound – e li tenne per vent’anni
nell’incuria dei cassetti clandestini
come l’amore che vi era raccontato…"
anch’io (m’ero ripromesso di non scriverne
più) più per caso che per amore ne ho fatti
alcuni (doppi come ha due facce ogni umana
realtà: cuore e ragione corpo e anima
acqua e fuoco, così si dice) un colloquio
"o un conflitto?" con me stesso l’aspetto
estivo e fervido d’una cosa maturata
durante l’inverno l’aprirsi d’una porta…

"una scorta devota ai recessi della tua
mente (il poeta lui stesso stupisce del suo
ardire), come un’ospite inattesa si siede
e fa colazione insieme a noi sarà questo
la poesia? capire se il divario fra idea
e forma è dovuto a fortuite coincidenze
a fortunate interferenze a un disturbo
del pensiero o della visione; la tua prima
estate di vena dopo il Miles e un inverno
reticente, hai infilato i tuoi versi come i grani
di un rosario: a quale scopo?" non l’avevo
premeditato: furono il mio trastullo
e riposo dopo le calde mattine
sulla spiaggia le nostre soste per la spesa

come comuni villeggianti all’Ossostore.


II – LEZIONI DI RESPIRO

*
la mente innamorata di un’idea
la corteggia finché la possiede
e genera l’amore che con sete
di conoscenza in silenzio s’iddia

nel vuoto mondo (nessuna via
di perfezione gli è chiusa ma vede
allontanarsi ogni giorno le mete
più alte e il desiderio – lui medea

di sé – l’uccide ancora innocente
col tossico acre dell’indifferenza
e dell’errore), un mondo senza

salvezza dove apre ali di cera
l’idea e s’invola nell’aria leggera
sedotta dalla luce della mente

che la consuma, disperatamente


IL FUTURO DELLA POESIA
Olandese volante alla deriva sull’azzurra
corrente sera di giugno e cielo cieco
come il nostro appartenerci "quando il Bene
ci abbandona, l’Amore, e la vita non consente
variazioni… è il suo stile" tra l’edera
e i lauri del giardino i tuoi testardi
animali sensitivi s’interrano aspettando
l’acqua le foglie tremano non meno
sensitive più verdi degli anni "se non hai
cuore se non hai fede non potrai
più scrivere… tu lascia che il passato
il passato si giudichi da solo –
ti domandano versi sul futuro: qual è
la prospettiva?" l’occasione fa il poeta


su lui pesa la grazia di un passato ancora
vivo e domani e domani è come un morto
giudizio poi che natura e arte
hanno virtù… "ma non sono mai state
virtuose" e la trama sospesa la perfetta
tessitura della mente cattura quel che sa:
età e mondo "un poeta annoiato
mentre sceglie quali versi lasciare
ai suoi posteri pensa al futuro?" – pre-
visione: una busta sigillata con le ultime
volontà: DA NON LEGGERE PRIMA DELLA MIA
MORTE –  gracchiando la cornacchia il nero
uccello serale preannuncia quelle nubi
oscure apportatrici di pioggia, noi sedendo

e conversando le osserviamo
avvicinarsi…


POMERIGGIO E SERA
Saranno queste cicale insaziabili di luce
e di sole – così esperte nell’uso
del loro strumento – sarà la stridente
melodia sempre uguale ma variata
nell’effetto – solo canto o richiamo
d’amore? – sarà il caldo pomeriggio
a destare il rimpianto sarà l’afa della casa
provocante una strana prostrazione,
sarà l’arte naturale del dolore – insinuante
anche in ore serene il ricordo e il rimorso –
sarà il suo peso lieve e insopportabile
questo studio d’insanabili incertezze
a darmi forza a permettermi nell’ora
in cui il giorno morirà di non morire ma scrivere?

III – LA SIRENA-INFANZIA

*
la disperata mente se dispera
di sé affida idee e altri affetti
al cuore che li rianimi e le inerti
ragioni ne ravvivi come cera

e cenere del mondo perché certi
giorni quando più forte l’afferra
il desiderio e l’ansia si rivela
compagna del dolore benché resti

vigile quanto più l’amore esalta
la volontà di sofferenza il fiato
le manca,
               però tenera si scalda

tanto è innamorata quando guarda
indietro al tempo che se n’è andato
e tratta le ombre come cosa salda


LATTE E SONNO
Nevicava. Cadeva anche la notte
su case e strade e al lume delle prime
lampade i fiocchi sembravano gocce
di miele trasparenti. Nella buia
cucina ardeva un fuoco sazio. Latte
caldo e sonno bevevo a una schiumosa
tazza mentre mia madre che cuciva
e raccontava storie era ai miei occhi
torbidi perché da stanchezza chiusi
rosa e blu nel riverbero del fuoco
e nelle tenebre fredde oltre la scala
che ora avrei salita per andare
a letto e per sognare anni futuri
fiorire presto di bellezza e d’ansia.

Nasceva da innocenza o impudicizia
puerili il turbamento che bambini
cugini scoprivamo in quei mattini
di neve e gelo quando appena usciti
dal sonno infreddolita mi stringeva
e toccava aspettando che le tazze
schiumose e calde della colazione
fossero pronte? Se in quelle carezze
non c’erano intenzioni né malizia
perché scaldando il latte sulla stufa
nuova dalla cucina "non toccatevi!"
nonna intimava? Se era solo il primo
ingenuo incanto perché quel piacere
intenso e breve mi tremava dentro

come paura?


ATTESA DELLA NEVE
Ma il pianto come potrà redimere
l’ansia semplice che tutti ci prende –
se ogni cosa svanisce nelle tenebre
bianche ammassate ai vetri illuminati
e contro i muri soffocanti porte
e finestre finché tutto avrà perduto
aspetto e consistenza – per primi
noi bambini che sazi di parole
pronti al sonno traditi da paure
nuove e inconfessabili aspettiamo
madri e zie per dormire paghi appena
della loro presenza e del sorriso
pietoso che regalano spegnendo
lumi e lampade prima di lasciarci?


Era attesa la neve: quando scese
prima timida lenta poi nel vortice
di tramontana – i fiocchi gonfi spinti
contro i vetri scoppiavano con lampi
cristallini – quietò attese, speranze;
per natale era attesa, per il fuoco
che ardendo legna umida e fascine
avrebbe rischiarato notte e piazza
le tenebre oltre croce e campanile –
e mentre il fumo acre brucia gli occhi
quale avvenire io tutti avremmo visto
figurarsi nella fiamma o alla bianca
luce fredda e nel cuore farsi brace
viva per altri fuochi, altri affanni?

IV – FIGURE E OMBRE

*

la mente innamorata quando mira
indietro al tempo ormai andato
sale scale lunari nella sera
umida e lasca cerca le perdute

ombre mentre il vento le spira
contro e strappando fogli a un caduto
calendario s’ingola e s’infessura
nei riposti dell’anima in un cupo

abisso di dolore intellettuale
perciò freddo e abitato dal male
di cattivi pensieri avvelenato

da un’aria d’omissioni e pentimenti
vani se il senno svanirà coi sensi
e lunatico o alieno o stralunato

sulle gobbe lunari non sarà trovato                                        


DIARIETTO FAMILIARE

                                                                1984-85   
I
L’ora offuscata di un gelido giorno
d’aprile andato senza soprassalti:
la tramontana non si dava pace,
la sentivamo nel cortile interno
battere le persiane e nell’aiuola
sferzare i lauri le ortensie i gerani
e il pino nano sotto la finestra,
né le piantine fiorite in ritardo
sembravano poterla sopportare,
dalla mia ansia era nata una fallace
propaggine di calma tra fatica
e riposo, Laura bambina di otto
o nove anni sedeva alla sua panca
davanti a me disegnando tranquilla:

un prato di montagna due figure
donna e bambina erano ferme e assorte
guardavano lontano forse a chi
le chiamava dall’ombra poi che il sole
era già basso e nascosto alla vista
dava riflessi ai vetri di una casa
rossa al pozzo a uno scivolo a una pazza
altalena o alla pioggia che rapida
s’avvicinava scendendo dai monti
dietro stormi di rondini alle gronde
dei tetti dove intanto la luna
sorgeva pallidissima… Io ero
nuovo e rinato dentro la mia ansia
che si esauriva in muta esortazione.


II
Creatura mia leggera, ecco tornata
la stagione che tanto sospirammo
nei lunghi giorni gelidi d’inverno;
volubile e cangiante, primavera
è come il tuo sorriso di bambina
o l’umore che oggi ne disegni
in pioggia gronde rondini fratello
sole e sorella luna, tu e tua madre.
(Se siete voi le due figure ferme
sul prato perché io non sono al vostro
fianco? E chi guardate così assorte
avventurarsi o perdersi lontano
uscito dalla vista dietro il filo
del tetto? A cosa, a cosa stai pensando?)

E che pensi di chi ti siede – intento
a pensieri segreti tanto poco
adulti tanto più sentimentali
per un poeta che oggi dal dolore
i suoi succhi distilla come l’ape
il nettare dai fiori – di chi intento
più di te al tuo disegno ti siede     
dietro quando ti volgi e lo guardi
seria senza sorridergli? E perché
ora alle tue figure aggiungi il male
umano di quell’ombra che s’allunga
sui giochi e sulla casa e li minaccia?
Di chi è la figura fuori vista
a cui l’ombra appartiene che vi volge

le spalle e s’allontana? E dove va?

da ORE DORATE (Il Labirinto, 2008)

DEDICA
Quale ora tiene aperta la finestra,
versa luce dorata sul giardino
fiorito mentre il giorno s’incammina
a passi lenti lungo fiume e viali
cittadini, la nuova primavera
rinverdisce, la vite americana
trasuda nuova linfa e la mimosa
spinge i suoi rami appesantiti fino
ai vetri impolverati?
                               Inizia il nuovo
giorno che misura la tua età
(e la mia nella tua) come un’isola
nella corrente degli anni, nel fulgore
del sole, maturando si fa forte
ancora dei sogni, lo nutrono   
gesti intenzioni sguardi, la vertigine
del desiderio e quella tenerezza
frutto dell’abitudine che sempre
sarà il nostro conforto: quel domani
che amandoci sperammo, Dora, è l’oggi.


TRIUMPHUS CUPIDINIS
Più sussurro che voce erano i versi  
il trionfo di un eros che non conobbe
mai resa appagandosi solo se gli occhi
voraci si saziavano – complice la luce
matura del primo pomeriggio penetrante
dalle tende semichiuse nella camera guscio
vuoto in cui l’amore si accuccia nei giorni
estivi – del tuo corpo bruno di sole acre
di sudore e di sale quando stremata «lasciami
riposare» pregavi ma convinta e vinta
dalle carezze che la lingua ai tuoi golfi
umidi e colli prodigava ti piegavi
e ti aprivi per accogliermi ardente
brace languente cera…

IL RISVEGLIO
Il sonno si smarrisce sulla soglia
trasparente dell’alba, si risveglia
un altro giorno al rumore feriale
del traffico arrembante sulla nera
curva che falcia il parco dove i cani
si rincorrono liberi, al frastuono
dei clacson impazienti, delle voci
invadenti che imprecano e disturbano
dalla strada o dal parco, dei richiami
delle cornacchie tra i rami dei pini,
del chioccolio della badante slava
che aiuta la padrona e l’accompagna
in bagno o che si lava, col contorno
dei soliti rumori: l’acqua aperta,
il ticchettio dei suoi tacchi sonori,
il trillo della sveglia, poi lo squillo
del telefono, il «pronto!», quel vocio
stridulo, mentre in alto gli operai
salgono sui ponteggi, ecco ripreso
il lavoro, ora penso.
                                 Ma non apro
ancora gli occhi, m’avvicino sfioro
il suo fianco col fianco la sua gamba
con la mia: basta questo, trascolora
la notte in un mattino d’esiliata
solitudine ed ore tutte d’oro
s’annunciano agli occhi assonnati
se aprendosi a un sereno senza nubi
e pioggia avrà il celeste sole e aria
pungente per accoglierci se uscendo
insieme andremo per le strade, lenti
i suoi passi nel fulgore di vetrine
e specchi (ma che cosa, dio del vento,
sussurrerai all’orecchio della nube
che come un bianco otre verserà
lacrime di dolore o di dispetto
sul parco sulla strada sul giardino
quando nel pomeriggio cibo e amore
avremo consumato e sarà presto
e sarà tardi per il sonno?).
                                        Intanto
il traffico si acquieta e dalla strada
tace il rumore, l’eco delle voci  
degli operai dai ponti s’allontana,
la donna slava è uscita, nel silenzio
che piove in casa m’alzo: lei è sveglia
ma chiusa come un pugno in mezzo al letto
indugia nel tepore: ha freddo? ha ancora
voglia di sonno. So quel che dirà
appena alzata: «no, non ho dormito
neanche un’ora stanotte, solo all’alba
ho preso sonno… ma poi quei rumori
feroci, assurdi!»
                         L’ansa di silenzio
s’è schiusa presto ed è ripreso cupo
l’andare consueto e assonnato
del traffico feriale: ah, ma se invece
improduttive saliranno le ore
di questo giorno di febbraio freddo
ma chiaro e lasceranno ansia e salive
arse nei tuoi pensieri, solo in lei
spera per la salvezza, solo lei
avrai che accenda il fuoco nel tuo petto
e il suo respiro per tenerlo vivo  
ancora e ancora…, penso.
                                           Ora il mattino
nasce con questa fede e questo coro
profano di rumori che accerchia
la casa e il risveglio mettendo
ansia nell’aria azzurra che rischiara
dolcemente la stanza e nei suoi occhi

ancora chiusi al saluto del giorno.


Torna ai contenuti | Torna al menu