Francesco Dalessandro sceglie... - La Mia Poesia

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Francesco Dalessandro sceglie...





Gerard Manley Hopkins







Studiò a Oxford, dove si convertì al cattolicesimo (1866). Nel 1868 iniziò il novizato fra i gesuiti; nel 1877 ricevette gli ordini. Fu attivo come sacerdote e predicatore a lt Londra, Oxford, Liverpool, Glasgow. Nel 1884, all'università di Dublino, ottenne la cattedra di letteratura greca. Morì in Irlanda, paese in cui si era stabilito come insegnante per obbedienza ai superiori religiosi, ma sentendosi esule e nostalgico dell'Inghilterra e degli amici inglesilt [1]. Le sue liriche uscirono solo nel 1918, postume.La più famosa e lunga è Il naufragio del Deutschland (The wreck of the Deutschland, 1876). Interessanti sono anche le più brevi, quali La grandezza di Dio (God's grandeur), Il gheppio (The windhover), Variopinta bellezza (Pied beauty), I pioppi di Binsey (Binsey poplars), Primavera e autunno (Spring and fall), Scritto sulle foglie della Sibilla (Spelt from Sybil's leaves). Da segnalare anche i cosiddetti «sonetti oscuri», nei quali il poeta manifesta la sua fede tormentata. Si può considerare uno dei poeti più audacemente sperimentali della letteratura anglosassone. Fu ritenuto dalla critica dell'età vittoriana ed edoardiana come un eccentrico e soltanto dopo l'esperienza di Ezra Pound e di lt Thomas Stearns Eliot è stato in pieno riconosciuto come grande sperimentatore e innovatore del linguaggio poetico.

Questi testi sono tratti da internet (sito Wikipedia)

Poesia Scelta

Primavera e Autunno

(SPRING AND FALL)

a una bambina

Margherita, ti rattrista
che Goldengrove perda le foglie?
Le foglie, come le cose umane, con i tuoi
freschi pensieri tu le curi, puoi?
Ah, ma il cuore indurendo via via  
più freddo a quella vista non spende
un sospiro, anche se mondi di foglie
frantumate giacciono morte spoglie;
però tu piangerai e saprai perché.
Ora, bambina, non importa il nome:
le fonti del dolore sono uguali.
Né la bocca, o la mente, aveva detto
ciò che il cuore sentiva e l’anima intuiva:
per il danno cui l’uomo è nato,         
per Margherita, per te stessa piangi.

Versione Francesco Dalessandro

Le Parole

Il 1880 è un anno di transizione per Gerard Manley Hopkins: ha trentasei anni, da tre è stato ordinato sacerdote, ha già composto Il naufragio del Deutschland e La perdita dell’Euridice, che ora sappiamo essere i suoi poemi più complessi e famosi.
Dopo vari e brevi incarichi in diversi luoghi passa alcuni mesi a Bedford Leigh, cittadina industriale vicino a Manchester, della quale scrive che «vi sono circa una dozzina di fabbriche e miniere; l’aria è satura di fumo e vapori; ma la gente è generosa».
È un breve periodo felice al quale segue l’assegnazione alla problematica parrocchia di san Francesco Saverio, a Liverpool.
In una lettera dell’anno successivo racconta la dura esperienza vissuta in quella città; scrive a Bridges: «non puoi immaginare quale schiavitù dell’intelletto e del cuore sia vivere la mia vita in una grande città»; la conseguenza,  precisa subito dopo, è l’inaridirsi della vena poetica. «Il lavoro in parrocchia a Liverpool è assai stancante per l’anima e per il corpo e mi lascia poche briciole di tempo. C'è del merito ma poca Musa», comunica a Dixon.
Tuttavia, nel corso dell’anno scrive tre belle poesie; le prime due (Felix Randal in aprile e Brothers in agosto) nascono da sue dirette osservazioni durante il lavoro in parrocchia; la terza, la più bella e complessa (qui, anche nella mia traduzione), Spring and Fall, è «un piccolo componimento scritto lo scorso settembre tornando da Lydiate», scrive ancora a Dixon, e «non si fonda su nessun accadimento reale», ma nasce come riflessione sulla condizione umana.
Il tema della specie umana come generazioni di foglie fu introdotto per primo da Omero (Iliade VI, 145-149, e anche XXI, 462-466), ripreso da Mimnermo e da Virgilio (Eneide, VI, 305-312), più tardi da Dante (Inferno, III, 112-117) e, seppur con minor forza, da diversi poeti moderni (il russo Tjutčev, Shelley nell’Ode to the West Wind, Lamartine, Leopardi nella sua piccola Imitazione, poi Rilke, Giacosa e Ungaretti).
Ognuno di questi poeti, nel corso del tempo, ha ripensato l’antico tema a suo modo, introducendo variazioni di tono, ovvero privilegiando, nella similitudine fra gli uomini e le foglie, la caducità o la brevità della loro vita, la loro dispersione, ma anche la rinascita e il rinnovamento.
Fra moderni e contemporanei, ma all’altezza dei maggiori antecedenti, Hopkins s’inserisce con questo breve monologo drammatico che non si fonda – ce lo ha spiegato il poeta stesso, ricordiamolo – su un accadimento reale e nel quale non solo di stagioni si tratta: la situazione e i personaggi sono invenzioni drammatiche.
Una bimbetta vede un bosco spogliarsi e le foglie cadute ai piedi degli alberi la rattristano fino al pianto; chi l’ascolta dovrebbe rassicurarla dicendole che non c’è motivo di piangere, perché altre foglie torneranno sui rami la primavera ventura; ma non può, o non sa farlo, perché il vero motivo del pianto, la fonte (spring) unica d’ogni dolore e sconforto, che la caduta delle foglie solo ricorda e rappresenta, è la caduta (fall) originaria che, per l’umanità, sancì un destino ben più tragico di quello delle foglie.
Perciò, non è per esse che Margherita piange, ma più drammaticamente per se stessa, per la precarietà della vita umana.

I versi, strutturati come in una filastrocca infantile, esprimono, con l’apparente semplicità e limpidezza, l’oscura, terribile verità di un destino irredimibile, di una dannazione senza riscatto.
Francesco Dalessandro

 
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