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Enrico Testa

Enrico Testa
E' nato nel 1956 a Genova, dove insegna è professore ordinario di Storia della lingua italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova. Dottore di ricerca in Scienze letterarie all'Università di Pavia e ricercatore di Linguistica italiana presso l'Università per Stranieri di Siena dal 1991 al 1998. Dopo Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988), ha pubblicato da Einaudi le raccolte poetiche In controtempo (1994), La sostituzione (2001), Pasqua di neve (2008) e Ablativo (2013). Sempre per Einaudi ha curato il Quaderno di traduzioni di Giorgio Caproni (1998) e l'antologia Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000 (2005). Tra i suoi saggi: Lo stile semplice. Discorso e romanzo (Einaudi 1997), Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento (Bulzoni 1999), Montale (Einaudi 2000), Eroi e figuranti. Il personaggio nel romanzo (Einaudi 2009), Una costanza sfigurata. Lo statuto del soggetto nella poesia di Sanguineti (Interlinea 2012).  Ha inoltre pubblicato (nell’ambito universitario) volumi sulla lingua della novella del Quattro e Cinquecento, sul romanzo otto-novecentesco e sulla poesia del Novecento (in particolare Montale). Ha tradotto dall'inglese High Windows di Philip Larkin. È stato visiting professor all'Università di Aarhus in Danimarca e membro di commissione finale di dottorato di ricerca alla Sorbona-Paris III. Ha partecipato a convegni in Italia e all'estero. Ha fatto parte di numerose commissioni della Facoltà di Lettere ed è stato presidente del corso di Laurea specialistica in Letterature e Civiltà moderne per il triennio 2005-2008 e vicepreside della Facoltà di Lettere e Filosofia per il triennio 2008-2011. I suoi campi di ricerca sono soprattutto: lo studio del parlato in prospettiva diacronica e nei suoi rifacimenti letterari, l'analisi della lingua poetica e narrativa del Novecento e l'indagine sui risvolti stilistici e compositivi della categoria del personaggio romanzesco.
Le Parole
Il viaggio, il rimpianto, l’assenza, il passato, la perdita, la natura, il paesaggio; sono molti i temi che la poesia di Enrico Testa sostiene attraverso un linguaggio che coglie la varietà del mondo, disunito nelle sue molteplici apparenze.
Il valore che riesce a dare alle parole, spesso rappresenta il candore della necessità umana che cerca nell’esistenza, qualcosa di superiore e alto che penetra nell’universo e si dissolve nell’indaco del cielo.



da  Pasqua di neve (Einaudi 2008)

*
«
Arcadia» diceva il cartello stradale.
Ma nessun pastore nei pressi.
Pecore sì, brade
e in divagante marcia
su verdi-brune colline levigate
dal rullante tornio dei secoli.
Miracoli in vista, zero. Per fortuna.
Già alta la luna nel cielo
- il cielo che la parola invoca
e che subito lascia
sola e vuota nell'indaco


da Ablativo ( Einaudi 2013)

*
di preghiera in preghiera
e di speranza in speranza
(grandi come pulci, ma petulanti)
siamo finiti in questa foschia
che nasconde tranelli e dirupi

*
non portava notizie di nessuno
l’ape che ti punse la mano
nel camposanto di Dego;
ne richieste di preghiere
o di suffragi e neppure
una momentanea attenzione
rivolta ai nostri passi.
Era solo un capriccio della natura,
una stizzosa manovra dell’insetto
incattivito dall’afa

*
a distanza abbaiare di cani
regolari rintocchi di campane.
Piu vicini, condominiali crolli
idraulici e il ronzio di televisori
ancora accesi dopo la mezzanotte.
Immobili nel letto
si va ora in visita in case abbandonate
scacciati subito come clandestini
dai nuovi residenti:
volti conosciuti o truci
che queruli chiedono ragione
di fatti ignoti.
In diversi saettano tra sonno e veglia
nel cosmo presepiale della mente...
Il solaio si spalanca
in sconfinati corridoi bianchi:
uffici introvabili
camerate d’ansia
dove affiorano medici sadici
crudeli amici ostili cose...
Intermittente sullo sfondo
tenera fedele disossata
una voce
e, dolce nella notte lunare,
un lontano profumo di rose

*
sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio

da  In controtempo ( Einaudi 1994)

*
l'impassibile serenità del mistero
se ne infischia di ogni aspetto fiero:
mi tiene tacendo in iscacco
mentre guardo alla pagina
e a chi, dietro le righe, si agita

quando le sirene marittime
traversano la notte
si fa la figura del matto a credere
che suonino per le nostre lotte




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