Daniele Bollea - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Daniele Bollea

Daniele Bollea

Nasco nel novembre 1945, a guerra finita, da Giovanni Bollea e Renata Jesi. In famiglia conobbi molti artisti e scienziati. Presto mi sono sentito pittore e scultore incoraggiato da Mirko e Marino Marini amici di famiglia, la poesia l'ho appresa da mio fratello che ammiravo e temevo, per me era un reduce di guerra; la sera prima di andare a letto recitava Omero, Eliot,.. poi giù botte che sapevano di guerra, forse per via di queste ultime mi sono tenuto lontano dalla poesia malgrado una bellissima lezione di Umberto Saba tutta per me.  La scienza mi veniva da papà e dagli amici e parenti di mamma fisici e matematici. La religione dal misticismo di mia madre che mi raccontava che ero nato con l' annunciazione, cosa di quei tempi, pare, non così rara tra le madri ebree di quei tempi. Tutta la mia vita l' ho dedicata a ricucire una idea di mondo insopportabilmente spaccata in due, per fare questo dovevo prima possedere la cultura dei miei tempi per potermi porre i problemi di sempre sulla vita e la morte, possibile che un primitivo lo potesse fare e io no, che la cultura ci allontanasse dall'essere colti? Adolescente trovai, in questo, il sostegno di Enzo Monferrini e di Ennio Flaiano così preoccupato dal progressivo affermarsi di tanti imbecilli specializzati ma corsi il rischio e studiai fisica. Fui Astrofisico con qualche successo ma quando fu chiaro che la creazione continua, che l'autoorganizzazione è possibile che l'Universo non è prevedibile, che non siamo più costretti a cercare altrove libertà cosa che aveva condizionato l'arte per secoli e spezzato in due la cultura, entrai in crisi e non volli più continuare, tanto più che avrei dovuto vivere la mia crisi all'estero e che l'astrofisica se la sarebbe cavata benissimo anche senza di me e inoltre che il riflesso culturale di quanto avveniva non interessava nessuno. La crisi duro tre anni, avevo moglie e figli e fui dato per perso finché non mi misi a dipingere e detti uno sbocco all'immaginazione. Lo sapevo fare benissimo anche se da tanto non lo facevo; così rapidamente avanzai di galleria in galleria e d Si viveva, allora, un ritorno alla pittura e fu un periodo felice. Ero alla biennale nell'82 e nelle maggiori fiere, ma nell'86 dai musei giunsero sul mercato artisti già blasonati con quotazioni altissime, la selezione era stata fatta altrove, capii di non aver capito niente del sistema dell' arte e che capirlo richiedeva una specializzazione a parte, continuai a dipingere ma non a professarmi pittore; una idea di mondo nuova forse non poteva passare di li. Durante una malattia che mi impediva di dipingere scrissi diverse poesie, Valentino Zeichen e Gregorio Scalise le collaudarono e me le fecero pubblicare, seppure con un infelice titolo ("Fammi veder le stelle" Campanotto editore 1993). La seconda raccolta la pubblicai nel 2000( "Prendere terra". I Quaderni del battello ebbro, Bologna, con prefazione di Claudio Damiani,) la terza nel 2008 (" Lathe biosas-Vivi nascostamente", Galata edizioni Genova, con prefazione di Massimo Morasso) Un itinerario il mio, trasversale alle professioni dettato dalla necessità di formulare una idea di mondo dotata del nitore della scienza ma capace, come il mito, di accogliere in una maestosa cornice la vicenda umana. La cornice : un Universo non schiavo di leggi ma libero di seguire i suoi principi primi mosso da profonde spinte, un Universo vivo che si muove nell'imprevedibile come noi e che ovunque sorga un problema avanza creando soluzioni. Dalla scienza proviene il linguaggio e le nuove metafore con cui ritrovare ed esprimere le verità spirituali di sempre, per questo la poesia è l' arte che meglio può tentare questo passo.
Le Parole

La poesia di Daniele Bollea è fatta di parole magiche che nascono nel silenzio dove prima della logica abbitavano l'armonia del cosmo, ed il mito.
La trama quindi, con cui l’anima giunge a cogliere l’essenza delle cose è  un insieme di simboli, che il poeta giunge a farci toccare, prima ancora che noi riusciamo a comprendere la parte d'ignoto che ogni simbolo possiede.

Poesie da "L'anima ricorda"

La parola magica
C
ome nacque la parola che si staglia
da fondi di rumore naturale
che fece del silenzio la lavagna
su cui si associarono le parole?
poesie di sillabe?
echi d'emozioni primordiali?
canti del se riflesso in ogni cosa ?
Un nome e compariva l'immagine
del figlio che non torna, del padre dipartito,
un racconto sembrava un film a colori.
Tale magico potere aveva la parola
che non potevi fare a meno di seguirla
così come al richiamo di un anatra a migrare
si levano le compagne in volo.
Chissà che non siano state proprio le cose
vive nella mente universale
a farci pronunciare il loro nome
e il cosmo per primo a parlare
e noi con lui a pensare ad alta voce.
Grandi frasi come costellazioni di parole
hanno descritto terra e cielo
e intessuto mitici serti
a dare maestà alla tragedia umana
a vincer la paura della morte.
Ed era ancora il Cosmo a rivelarsi a noi:
piovvero dai cieli magici racconti
storie di dei pianeti nei regni zodiacali,
quasi fosse il firmamento
il disco fisso della memoria
e l'indicibile vuoto che in noi desta
un vapore saturo di gesta
oltre che dell' io sono
l'androne maestoso.
Non potevamo allora dubitare
né chiederci cosa fosse il mondo
che a noi si presentava e che eravamo
era la fede il senso del reale,
il cosmo il nostro cuore,
e le parole la voce del signore.

Luna libera
Per quale legale analogia
solo perché so in formule il tuo moto
dovrei pensarti schiava,
incatenata all'orbita,
e a questa assimilare il mio cammino
di attonito pastore rassegnato.

No. Per me sei  vagabonda smemorata,
che sempre in campo aperto s'avventura,
ma la terra da un fianco la richiama.
A questa luna voglio somigliare,
a questa libertà che c'è in  natura,
che è quella di seguire principi primi,
mossi  soltanto da profonde spinte.

Mia vasta casa
Mi annienta lo stellato
la terra è grano sperso
e io, o sono niente
o tutto l'universo.

Ma quando di notte
guardo il cielo e con le stelle giro
mi lascio dentro il nulla e l'infinito
e su questa terra mi distendo e vago.

E' l'anima
questo sferico chiostro
e il nulla e l'infinito porto dentro
come il chiostro il giardino e la fontana.

Mia vasta casa
che non pesi addosso
dentro hai la terra e tutto il firmamento
veste leggera da sentirsi indosso.



La sincronia sacra

    Le mani

Guarda le mani,
l'una è attore e l'altra spalla,
sposi uniti da un solo copione
pappagalli in un canto d'amore.

   
Gli stormi
Guarda gli uccelli che volano in stormi
sono tanti ma vola un essere solo.
Grande consiglio di tenere ali,
che non soccombe allo sparviero
né si perde trasvolando i mari.

    
La Ola
Giunge il volere del gran consiglio
forte, come negli stadi l'onda della ola.  
Ma chi sente l'onda
che dal mio volere giunge alle mie mani.
La tromba
che suona il silenzio dei tulipani?
La voce
che ritma lo stormo controvento?

    
Il canto nascosto
C'è un canto nascosto nella vita
che ti  fonde in un essere solo,
chi lo sente sa ch'è il suo destino   
e fa la sua parte d'un gesto divino.   
Nasce da un seme che canta
un animale una pianta.   
In un cuore che batte è il regno dei cieli,
ma da fuori vedi solo un muscolo pulsare.

   
Il sovrannaturale
Dentro la tua vita viceversa,
basta una felice coincidenza
una premonizione
uno sguardo fatale
e soffia il sovrannaturale.
Ma è solo quel canto nascosto
che prova ad accordare vita e mondo
come uccelli d'uno stormo
è la natura che continua a creare.

    
Il volto di dio
D'altronde solo da lì
da dentro il tuo destino   
giungi al lembo estremo
dell'universo che avanza
all'onda di piena dell'evoluzione
e la natura vedi in faccia
e scopri che ha il volto di dio
e il fianco di foresta
di cielo, di sangue,
di mare in tempesta.

Vita concisa di Andrea Alviti
Va a scrutare i disegni di Dio benedetto
oggi che se gli viene un cuore con un difetto,
lui che lo ha creato non si rassegna
e tesse in te il sapere e lo rammenda.

Mamma sta tranquilla: se non torno…
starò con gli angioletti in girotondo.
Otto volte sei tornato cuore aperto,
subito in piedi cipressetto svelto.

Aiutavi tua madre a far la casa bella,
vento che pulisce andando a spasso.
In sala, diceva mamma, vai con "Vaporella",
e tu le rispondevi: bello che fatto.

Ogni tuo giorno poteva essere l'ultimo,
e tu, cuore vissuto, lo vivevi al meglio,
buono e pulito come la tua maglia,
pronto a partire quando Dio comanda.

Si avvicinava un'altra operazione
eppure hai continuato a vivere perfetto
e sei caduto, in divisa, servendo colazione
a un passo da diploma e da scudetto.

Ricordino i parenti e gli amici in veste nera,
che ti hanno seppellito in questa terra,
di vivere come te leggeri e santi
che mai li vorresti cuori affranti.


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