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comprendere le ragioni dell’ESSERE

Comprendere le ragioni dell'Essere

Se vogliamo comprendere le ragioni dell’ESSERE dobbiamo andare molto indietro
nel tempo e ritrovare nel filosofo Parmenide i primi ragionamenti e
riflessioni. Parmenide fu il primo a sostenere la superiorità dell’interpretazione
razionale della realtà a scapito dell'interpretazione soggettiva dei sensi.
Entrò in polemica con il pensiero di Eraclito e il concetto di divenire, il
quale sosteneva, infatti, il continuo mutare delle cose da uno stato all'altro,

da uno stato di essere qualcosa a uno stato di non-essere più un qualcosa.
Eraclito entrava in una contraddizione logica, in quanto se l'essere è, il non-
essere non è. Secondo Parmenide, la realtà intesa in senso eracliteo era falsa,
in quanto si lasciava ingannare dai sensi, l'unica entità esistente è l'essere,
aldilà di ogni percezione soggettiva. Parmenide contrappone l'essere assoluto al non-essere assoluto. Tutto esiste,
ed è impossibilitato a non esistere, in quanto il nulla non esiste per sua
stessa definizione.  Parmenide dice che, se davvero vogliamo rimanere entro il sentiero della
verità, dobbiamo affidarci solamente alla ragione, tutto ciò che appare ai
sensi è falso. Se vi è contrasto tra verità sensibile e verità di ragione, la
verità è quella fondata sulla ragione. Ecco il primo principio: la ragione come consapevolezza è l’atteggiamento
mentale per comprendere la realtà, per approfondirne la natura e saperne
cogliere i reali contenuti.  
Successivamente, anche Platone affronta il tema dell’ESSERE e lo concepisce
non più staticamente contrapposto al non-essere, ma ipotizza una loro parziale
convivenza. L'Essere, secondo Platone, è strutturato in forma gerarchica: a un
massimo di Essere corrisponde un massimo di valore morale, rappresentato
dall'idea del Bene. A mano a mano che ci si allontana dal Bene, però, si giunge

a contatto col non-essere. L'uomo, secondo Platone, si trova a metà strada tra
Essere e non-essere. Per spiegare la situazione paradossale in cui si trova
l'uomo, egli introduce una differenza tra ESSERE ed ESISTERE. Platone
concepisce l'esistenza come un ponte sospeso tra essere e non-essere. Da
sottolineare, comunque, che in Platone l'Essere non è qualcosa che si ricava
dai sensi, né è dimostrabile tramite un ragionamento: esso si trova al di sopra
del percorso logico-dialettico, ed è accessibile unicamente per via di
intuizione. Il sistema filosofico aristotelico, invece, si basa e nasce dal concetto di
essere. L'essere, dunque, per Aristotele, è analogico ed è rappresentabile in
dieci modi che sono le categorie.
Rispetto a Platone, in cui era prevalente la dimensione soggettiva, Aristotele
si preoccupa di definire l'Essere da un punto di vista più oggettivo ed
empirico. Tuttavia, al pari del suo predecessore, Aristotele considera ancora
l'Essere accessibile solo per via intuitiva: esso non può diventare oggetto di
dimostrazione, né è ricavabile dall'esperienza sensibile. I due filosofi, in
modi diversi ci dicono che il massimo di essere corrisponde al massimo di BENE.
Un concetto estremamente importante perché nel significato di Bene si
associano tutti i valori “migliori” ovvero quelli condivisi dall'uomo come
individuo e poi dall'uomo come comunità.
Si potrebbe perfino affermare che il cammino e l’affermarsi dell’Essere deve
necessariamente corrispondere alla crescita del Bene come valore.
Allora come mai il mondo non è più cresciuto lungo questo cammino ?
Abbiamo affermato che associati al significato/contenuti del Bene erano
associati i valori della comunità umana.
Quindi, diminuendo i valori, diminuisce il contenuto dell’essere e l’
allontanarsi dall'Essere avvicina al NON-ESSERE.
Per comprendere meglio il divenire o più semplicemente il modificarsi del NON
ESSERE, quindi della perdita progressiva dei valori, dobbiamo giungere al
pensiero filosofico di Erich FROMM.
Fromm propone all’uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie: o
quella dell’Avere, dominante nella società consumistica di oggigiorno, o quella

dell’Essere, cui la nostra stessa società dovrebbe aspirare.
Appare chiaro che il filosofo disprezza profondamente la modalità esistenziale
dell’Avere, che ha sì indotto l’uomo a possedere le cose, ma ha anche fatto sì
che le cose possedessero l’uomo.
Tale concezione, basata sul moderno assioma “Io sono ciò che ho”, trova il suo
fondamento nella proprietà privata (dal latino “privare”, portare via ad
altri).
Questo tipo di proprietà è ormai diffusissimo, infatti, anche se vi sono
persone povere che non godono di proprietà nel senso effettivo, cioè di
capitali e immobili, nella nostra società industrializzata non esiste uomo che
non possegga e miri a conservare qualcosa, anche se in misura infinitesimale.
Ciò appare più semplice se si considera che il sentimento di proprietà, così
come lo intende Fromm, non riguarda solo le cose inanimate, ma anche le
persone, i sentimenti, le idee, le credenze e le abitudini.
La gente rincorre questo atteggiamento quasi ossessivo usando e abusando dell’aggettivo possessivo MIO, dicendo, ripetutamente, “mio padre”, la “mia famiglia”, “la mia salute”, le “mie abitudini” e così via.
Comportamenti, naturalmente, non condannabili ma che denotano un continuo
esercizio mentale al bisogno di possesso. Questo atteggiamento, come conseguenza, ne introduce un altro ben peggiore. Il
bisogno di possesso, nella società contemporanea diviene atteggiamento
consumistico che dilaga e che coinvolge l’intera comunità. “L’usa e getta” si
basa ormai su un noto circolo vizioso: acquisizione-possesso e uso transitorio-
eliminazione-nuova acquisizione. Fromm insiste sul fatto che, continuando su questo sentiero perverso, si andrà
incontro all'alienazione, un effetto capace di mutare radicalmente i rapporti
dell’uomo con i suoi simili, con il lavoro, con le cose e con se stesso.
In poche parole, la corsa sfrenata a “ciò che è bello” creerà come diretta
conseguenza una società dove l’uomo ha perduto il predominio ed è possessore
solo di una personalità fittizia. Un’ipotesi di società “mentalmente sana” è realizzabile solo se l’uomo si
riconoscerà nel modello esistenziale dell’Essere, smettendo, così, di essere
alienato e diventando protagonista della propria vita. In tal modo l’uomo potrà
anche ristabilire rapporti di pace e solidarietà con gli altri, rinunciando ad
espandere “quantitativamente” il proprio IO e liberandosi da ciò che possiede.
Allora come si posiziona il concetto di APPARIRE nel pensiero umano? La
ricerca del bello, nel senso più generale, apre le porte al concetto di
APPARIRE, quasi come approdo malefico dell’uomo verso una civiltà in continua
disgregazione. Allora la domanda che sorge spontanea è questa:
“L’ESSERE vale più dell’AVERE ? L’ESSERE vale più dell’APPARIRE ?
In teoria tutti riconoscono che è così. In pratica molti si contraddicono con
i propri comportamenti. Allora l’APPARIRE prende il sopravvento.
Questo perché valori e concetti non vanno predicati, ma trasformati in pratica
di vita: operazione sempre possibile se ci sono persone pronte a fare di questi
valori una ragione e una scelta irreversibile, disposte a diventare coscienza
critica e ben individuabile riferimento culturale.
E’ una bella sfida, soprattutto in una civiltà che non ama riflettere troppo
su se stessa e dove l’attitudine alla riflessione e all'autocritica non è
certamente uno dei suoi tratti distintivi.
Allora tutto è perduto ?
Il mondo non cambia mai in modo rapido e radicale, ma alcuni segnali
potrebbero essere riconosciuti come incoraggianti nell'abbandono delle grandi
città verso comunità più piccole e più vivibili.
Il mondo industriale ha bruciato risorse, uomini e cose, ma non ha portato la
felicità. Troppi i “danni collaterali”. La speculazione ha spazzato via società
e persone portando povertà e miseria a vantaggio di pochi, sempre più pochi e
infinitamente più ricchi. Non abbiamo camminato lungo il valore dell’uguaglianza e dei valori condivisi,
ma lo sforzo maggiore è stato quello di privare molti di tutto a favore di
pochi. Non è necessario rincorrere le parole del Vangelo per comprendere il senso e
il significato di questa realtà ormai sprofondata nel NON-ESSERE.
La teoria economica che ha imperversato negli ultimi quarant'anni, ovvero O CI
SI ESPANDE O SI MUORE, sta portando invece alla morte della civiltà.
Riscoprire i valori dell’UOMO come ESSERE fondamentale della realtà, è la
ricetta alla quale dobbiamo guardare con fiducia.
Continuando così, questa non sarà più solo un’opzione, ma diventerà SCELTA
necessaria e forse obbligatoria di vita, se vorremo, domani, vivere ancora.



Diego


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