Cinzia Demi sceglie... - La Mia Poesia

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Cinzia Demi sceglie...




Giorgio Caproni





Poeta, critico e traduttore nasce a Livorno il 7 gennaio 1912 e muore a Roma il 22 gennaio 1990, dopo aver vissuto diversi anni a Genova. Qui frequenta il conservatorio per lo studio del violino e ottiene l’abilitazione magistrale. Le sue prime raccolte escono per l’editore genovese Emiliano degli Orfini: Come un’allegoria del 1936 e Ballo a Fontanigorda del 1937. Nel 1939 si trasferisce a Roma dove vive d’inverno mentre trascorre la stagione estiva a Loco di Rovegno, luogo dove incontra la moglie Rosa Rettaglia. Partecipa alla guerra e alla resistenza e come lavoro diventa maestro elementare. Collabora a diversi giornali e riviste con poesie e saggi critici, racconti e traduzioni. Nel 1956 viene pubblicata la raccolta Il passaggio di Enea che raccoglie la sua produzione poetica fino a quel momento. Escono ancora per la poesia: Il seme del piangere del 1959; Congedo di un viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee del 1965; Il terzo libro e altre cose del 1968; Il muro della terra del 1975; Erba francese del 1979; Il franco cacciatore del 1982; Versicoli del controcaèroni del 1969; Tutte le poesie del 1983; Il Conte di Kevenhuller del 1986; Res amissa (postumo) a cura di G. Agamben del 1998. La raccolta da cui è tratta la poesia di cui voglio parlare è Il seme del piangere, che viene pubblicata dalla Garzanti nel giugno del 1959 e che si compone di due sezioni: una contiene Versi livornesi, l’altra contiene Altri versi e Imitazioni. Imitazioni contiene a sua volta poesie tradotte e personalizzate da Jacques Prévert, Guillaume Apollinaire e Federico Garcia Lorca, mentre la sezione Altri versi ha al suo interno alcuni componimenti che, per il periodo in cui vennero composti, sarebbero potuti apparire ne Il passaggio di Enea, (alcuni di questi sono infatti dei primi anni Cinquanta) ma Caproni decise di includerli ne Il seme del piangere in quanto nacquero per eventi legati alla madre Anna Picchi, o si legarono all’ambientazione livornese.

Poesia Scelta

Ultima preghiera
A
nima mia, fa' in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nei buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un'altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un'altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando:
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come
ho scordato il portone)
da un capo all'altro la via,
da Cors'Amedeo al Cisterone.

Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d'erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all'erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accostati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mormorale all'orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch'io e il mio rimorso
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D'altro non ti richiedo.
Poi, va' pure in congedo.


Le Parole

Ne Il seme del piangere è la figura della madre a dominare l’universo poetico di Caproni: è Annina che, attraverso una sorta di "stilnovismo alla maniera livornese", rivive con levità in questo canzoniere di stampo cavalcantiano, prima come fanciulla, poi come sposa e madre. Intorno a lei la Livorno popolare e gioiosa di primo Novecento, rievocata con rimpianto dal poeta.
Ma la particolarità del canto dei Versi livornesi - la parte della raccolta appunto dedicata alla madre - sta nel fatto che Caproni sembra risolvere il problema del tempo (fondamentale per ogni poeta, per ogni pensatore. Pensiamo a Sant’Agostino, alla sua idea del tempo: egli dice che: passato e futuro non esistono in sé, ma solo e sempre come presente, nell’animo umano.
Nella memoria è il presente del passato, nell’attesa il presente del futuro…ma è soprattutto nell’attenzione che si concentra il presente del presente, così la riflessione sul tempo diventa un momento essenziale dell’autocomprensione dell’io che rende l’uomo consapevole dei suoi limiti e della sua condizione di creatura, libera e intelligente… perché è proprio nel presente, nel qui e ora, che egli riflette ) delineando l’immagine di una famiglia che resta eterna nella mente di ognuno.
Egli rovescia così il tempo stesso della vita della madre, del figlio e del padre al di là dei loro ruoli: la madre si fa fidanzata, il figlio si fa padre per accompagnare nel futuro gli anni che il poeta stesso non potrà vivere. E’ come se Caproni avesse voluto descrivere, al di là della memoria, un reale tempo dell’anima che in modo ampio ci fa comprendere il pensiero, l’azione e l’amore.
Ed è in questi versi che il poeta - sempre alla ricerca del proprio se stesso e della propria anima - concentra sulla figura della madre, che non c’è più, tutti i suoi sforzi in questa direzione.
Se vogliamo è anche in questo contesto che possiamo pensare alla "classicità" di Caproni: la sua visione, attualissima, risiede in questo canzoniere di amore filiale che non si arrende alla caducità dell’uomo ma, senza ignorare la morte, cerca di comprenderla attraverso la riflessione e la creazione che deve dare anche un segno di continuità per le generazioni che verranno.
L’anima del poeta - diversamente dal poeta stesso che invece è ormai vecchio e stanco - trasporta il lettore in una dimensione di giovinezza che diventa come un altro tempo vissuto in un viaggio impossibile, quello nel passato che va oltre la morte.
La Livorno dove ritorna l’anima è quella dell’infanzia (dove egli ha vissuto cioè i primi dieci anni di vita, prima del trasferimento a Genova) e l’Annina di questi testi è una donna giovane, una fidanzata.
Caproni dunque, dicevamo, risolve il problema del tempo capovolgendo la situazione del rapporto madre-figlio e mostrandoci non il suo ricordo della madre vecchia ma quello di lui ormai vecchio che va a ritrovare la madre giovane, usando l’anima come intermediaria di questa ricerca, trasferendo su di lei il proprio desiderio di tornare anche lui stesso giovane al tempo in cui lo era la madre.
E’ in questo modo che si compie il viaggio, che il poeta può trasformare il tempo ormai passato in uno spazio concreto e misurabile, scindendo in due il proprio essere.
In questa strutturazione inversa del tempo, avviene l’accadimento poetico dove i vivi invecchiano e si avvicinano alla morte mentre i morti ringiovaniscono e rivivono una vita che sembra più vera di quella dei vivi stessi.
Così avviene che più il poeta si allontana dalla propria infanzia e diventa vecchio e più l’immagine della madre diventa quella di una giovane donna: la "figurina" di Annina - c’è una prevalenza nella descrizione di diminuitivi e vezzeggiativi - si trasforma in mito di gioventù e di vita stessa.
Le due invenzioni, di una madre eternamente giovane e di una città eternamente rimasta uguale ai tempi dell’infanzia del poeta (la Livorno popolare), ci rendono un quadro fuori dal tempo dove la protagonista resuscita e rivive in una città intatta per incontrarsi e riconciliarsi con gli affetti del poeta stesso che tuttavia, proprio per questo, non esiterà a congedarla da sé.
Nascono allora le rime baciate o alterne, come a rievocare un riflesso che appare e scompare dall’infanzia, ma senza farsene carico in prima persona. Sarà infatti l’anima, come detto, a ritrovare e consegnarci il corpo di Annina, la sua figura snella e sarà l’aiuto della preghiera a permettere questo incontro.
A questo punto serve anche ricordare però il commento di Giorgio Agamben, significativo per sgombrare la mente da equivoci interpretativi rispetto alla "splendida invenzione" caproniana (come la definisce Mengaldo) dell’uso della ballata cavalcantiana per celebrare il rapporto d’amore con la madre-giovinetta.onologica della figura di Annina e della sua Livorno.
Il compito poetico non viene compreso a fondo se si guardano questi versi nella prospettiva psicologica e biografica della sublimazione incestuosa del rapporto madre-figlio: in essi c’è invece una mutazione antropologica che si compie.
L’amore compie il suo rito - come detto - in una soluzione temporale (e non solo spaziale come per gli stilnovisti) incontrando il suo oggetto in un altro tempo e per la prima volta. Per questo non si può parlare di incesto: la madre è veramente ragazza che il poeta fidanzato ama, ma egli non appartiene all’uomo edipico perché scavalca gli ordini cronologici della stirpe, facendo ricongiungere le due figure, oltremodo, alle porte dell’inferno dove la madre e la giovinetta si confondono tra di loro per poi fondersi.
Dice Agamben che Anna Picchi muore come la Beatrice dantesca, non come individuo, ma a dimostrazione dell’inconciliabilità di due mondi che si urtano. La definizione di "poesie familiari" (come definì Cesare Garboli le poesie del Pascoli) non si addice a Caproni che opera inversioni temporali e scambi filogenetici tra le gerarchie familiari riuscendo, a differenza del Pascoli a trasfigurare la famiglia edipica (esperimento fallito a S. Mauro) in una valenza di antropologia progressiva dove la poesia è capace di mostrare tette le verità.

Cinzia Demi




 
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