Antonella Bukovaz - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Antonella Bukovaz

Antonella Bukovaz
E’originaria di Topolò-Topolove, borgo sul confine italo-sloveno, nelle valli del Natisone. Lì ha cresciuto le sue figlie e scritto poesie che sono confluite in un libro, "Tatuaggi", edito da Lietocolle (2006). Dal 1995 ha partecipato a diverse rassegne di arte contemporanea in Italia e in Slovenia; dal 2005 si dedica  prevalentemente alla poesia e alle interazioni tra parola, suono e immagine in forma di lettura, videopoesia e video-audioinstallazione. Ha realizzato i suoi lavori collaborando con i musicisti Sandro Carta, Marco Mossutto, Hanna Preuss, Antonio Della Marina, Teho Teardo, Massimo Croce, Antonella Macchion. Per "Storia di una donna che guarda al dissolversi di un paesaggio" ha vinto il Premio Antonio Delfini 2009. Ha scritto per il teatro il poema breve Maipiù-Nikoliveč rappresentato al Cankarjev dom di Ljubljana, al Teatro Miela di Trieste e alla Gekken galery di Kyoto. Suoi versi sono pubblicati su riviste web e cartacee (il Verri, Alfabeta, in Pensiero…). Nel 2011 ha pubblicato al Limite, editore Le Lettere, con dvd (video di Paolo Comuzzi, musiche di Antonio Della Marina), è uscita nell’ Antologia Poete a nord est, Ellerani editore e nell’Antologia Einaudi Nuovi poeti italiani 6. Del 2012 è la pubblicazione del librino koordinate per pulcinoelefante e del cd Casadolcecasa per Ozky-esound. Sue poesie sono tradotte in sloveno, tedesco, inglese e francese. Collabora alla realizzazione di Stazione di Topolò-Postaja Topolove. Insegna, in lingua slovena, nella scuola bilingue di San Pietro al Natisone.  Vive a Cividale del Friuli. (buk.anto@gmail.com)
Le Parole
Quella di Antonella Bukovaz è l’intonazione di una voce, che stinge e dilaga i confini del nostro senso di tentare d’essere in un altrove, che continuamente ci sfugge.
Il limite, la linea che ci separa dall’orizzonte più prossimo, è solo il continuo trasformarsi di un paesaggio che continuamente rinasce e germoglia, invadendo con la sua forza: misteriosa e profondissima, l’identità del nostro passaggio del "nostro resistere" confinati in un’area  circoscritta del modo.


L’ONDA

È imbarazzante questo sentire
si sgrana nel rosario degli alberi
spinoso e denso – così impulsivo
mette un seme che immediato germoglia
come le felci invade il sottobosco
del mio resistere.
E tutto per il solo suono delle campane!

Il suono riguarda
l’origine e all’origine rimanda
per questo l’incontro con la vibrazione
- cominciato nell’oscillare del battaglio
delle campane di Svet Štuoblank -
è una resurrezione.
Prima di colpirmi così intensamente
si è infilato sfilacciandosi tra i rovi
arcuati cresciuti a celare i muretti
dei sentieri e i filacci si sono dispersi
ognuno copia in potenza del suono intatta
e in acutezza. Ha cavalcato gli anni delle scarpe
bucate del mattone caldo sotto la coperta
in gimkana tra le litanie serali
in vigile attenzione ai leternoriposo.
E’ inciampato nella sua elasticità
all’incrocio delle deformazioni
provocate dal tempo ai volti e ai pensieri
come fosse il cavo di acciaio teso
sul bosco per la consegna dei tronchi.
Ha la calma di un cecchino quando mira
all’ombelico delle mie figlie e nell’intervallo
ondeggia nella valle sparendo e riapparendo
mentre portano ignare il suo seme.
E poi ha bucato tutte le voglie
quelle di andare e andare
trasformate in colabrodo umorale
che sparge impotenza all’ombra dei faggi
ha caricato nel cavo dell’onda
quella me stessa di ogni età perché precipiti
dall’alto della sua gravità. Ora è qui
mentre scendo il sentiero
balza su di me e intorno sgocciola
la vite primaverile – nella quantità
che è quella della mia poesia – a disegnare
una traccia verticale alla terra.


IL PROIETTILE
Sei stato lungo la vita fermo in uno stesso luogo
incantato dall’effetto che il suono vibrante -
dell’appartenenza nei suoi effetti speciali quotidiani
- ha sulla mente umana e così ha avuto il tempo
di prendere bene la mira con calma e senza fretta
approfondendo gli studi di balistica e l’arte del respiro
per concentrarsi e ti ha preso in pieno.
Il suo luogo di osservazione è il marmo dei davanzali
il sangue dorato dei martiri la nostalgia
di luoghi identificabili la ferrovia dismessa
l’amore eterno e l’inferno della simulazione
si confonde tra gli amici d’infanzia e spalma
alcuni oggetti a caso di colla e mai più
potrai dirli non tuoi e intanto prende la mira.
Non si cambia mai d’abito e ha un’unica
posizione che non prevede tradimento
se lo sgomento penetrasse nelle polveri
sarebbe un far cilecca dopo l’altro.
Ama e provoca i bagliori della lontananza
le voci che non può sentire teme
i perfezionisti e la mancanza a destarli.
Del crescere aspetta il tempo più sicuro
che ognuno dedica alla propria individuazione
e spara come a prede inchiodate alla necessità
semplice del cielo.

Camerardente
N
ello sciame quantico
quanti siamo? Affondiamo
sempre più nella lingua
deglutiti da boschi d’alfabeti
si emerge a cercare calma
ci tiene a galla
un confine mai divelto.
Una corruzione inesorabile accompagna la crescita
e la parola
confine tra uomo e uomo
da questo abisso
risalire sarà una guerra
fino alla conchiglia delle mani
a scoprire una perla dal brillio del latte
pronta a esplodere o, nel peggiore dei casi
a perdere splendore
fino a ingrigire e spegnere
anche la luce intorno.
Dicono che sono caduti – i confini
ma com’è possibile? Erano tutt’uno
con le carni dei vicini e le ansie
da finitudine imperfetta
e la materia della lontananza!
Si è vissuti in un coagulo eroso
dal protendersi di opposti versanti
dalla notte delle strategie
da un misurato marasma.
Si è sopravissuti in sanguinaccio di identità.
E ora questa notizia!
……
Quindi ciò che sento è la presenza
di un arto fantasma?
Alla luce del desiderio del desiderio
sono evidenti le storture dello sguardo
i crampi alla percezione del reale
mentre il rimpianto dei confini
- poggiati su cuscini – di raso
è un’ode di cinque o sei versi
lungo i quali so schiantarmi e ricompormi
alla penombra della loro camera ardente.
Ho tenuto tra le mani il mio osso
ora non posso più respingermi
ma rischio di lasciarmi annegare
in questo che è il mio riflesso
e sembra mare.

L’INSEGUIMENTO
Si spalanca la finestra chiamata da un temporale
risucchiata dalla nuvolaglia nera in fuga dal vento
e nel varco si spalanca lento – e cade – lo sguardo
scorre di filo in filo d’erba e lungo orme
ormai invisibili ma ancora parlanti
e seguirle è un gioco da animali
a caccia di cibo per il gioco dei cuccioli
e siamo già lontani dalle soglie consuete
dai davanzali invalicabili e inutili.
Gettato alla fine delle orme – un ponte
per attraversare non acque mansuete
o grigi gorghi ribollenti
ma una fenditura che porta dritta
al cuore discontinuo della terra
ma noi si passa oltre questo richiamo
e andiamo – di ponte in ponte resistendo
alla madre e alla sua bocca fitta
di denti e di lingue pendenti come sentenze.
Seguono arrampicate a mani e piedi nudi
su alberi dalla corteccia parlante
e salti di ramo in ramo mentre ascoltiamo
la voce della linfa che ci detta geografie verticali
impraticabili che non mancheremo di affrontare.
L’ultimo salto dura molti anni sospesi
su un atterraggio definitivo che mai avrà inizio
e nello spazio di quell’attesa
continuo è lo studio che tende il collo
e consuma le diottrie a ridurci
ricercatori mentre siamo avventori
affezionati all’unico dispensatore di futuro
osi mettere una bancarella nello spazio
sospeso di un salto. Un acquisto si può fare
barattando differenza con ripetizione
desiderio con parola d’ordine
ma ogni volta il rischio è restare
con un surrogato tra le mani a miniare
se stessi sul calco di una moltitudine
ignara e indifferente. Dietro la bancarella
una pista di terra battuta e lungo i bordi
cartelli segnaletici un po’ consumati
decifrabili solo da chi sa già la meta.
Srotolata la pista dalla pianta dei piedi
verso montagne inanellate le une nelle altre
confrontiamo i versanti e le cime come
se da una differenza così evidente
potesse scaturire una forma altrettanto indubbia
e senza imbarazzo farne veste a coprire
uno – nessuno – la moltitudine indecente.
Una volta nel folto del bosco – la nudità
illumina l’entrata della galleria a portarci
sul versante orientale dove parlano una lingua
che diremo non nostra e ci diversificherà.
All’uscita della galleria ci trascina via
l’acqua di un fiume che nasce al momento
che rende liquido il tormento e porta
altrove la corsa all’ombra che si sposta
sempre più in là. Nel mondo subacqueo
le intenzioni dei gesti simulano danza
e si potrebbe prendere dimora finalmente
facendo coincidere forma e sostanza.
Ma non c’è pace nella definizione
e il vento spazza l’intralcio acquoso
sostiene lo sguardo e lo porta in alto
e potrebbe – questa nuova posizione
individuare la materia esatta e portare
a una esatta identificazione personale
non fosse per il cedimento delle ali
e la caduta a precipizio di Icaro
che tutti riporta con i piedi per terra
e un ordine tra le creature e le illusioni.
Comunque la norma è stata consolata
e la necessità affilata e l’idea della vita
resa più sfarzosa e svincolata la provocazione
e ogni cosa avrebbe potuto essere la cosa vicina
o un’altra cosa ed essere la stessa cosa
e ogni granello spostato è una variante interessante
variamente indagabile e preziosa.
Non cercavo nulla – solo in se stesso
quel cercare a spirale che è moto innato
come il volo per il pesce volante.

dalla sezione: tatuaggi
*
non sto in piedi e la terra non manca
io però cerco un'altra materia
a sostenere la geografia che porto
tatuata sotto la pianta dei piedi

*
come  la  terra  emana l'intimo odore dalla zolla  divelta
offro il mio fianco
e attendo un gesto affilato
che apra un  solco
dove aspirare e raccogliere la mia esalazione più segreta

*
dove curva e finisce la terra di sera
dal celeste il cielo si arancia
come fosse naturale sfumatura e sintesi
nei gelidi giorni della merla

*
del prato mi piace l'orlo
dove sfrangiano i cespugli
al limitare del bosco
       come i pizzi di una sottoveste
       il vento li solleva
       in un frusciare di vespe

dalla sezione: in cucina

*
è impossibile quando si cucina
comporre altri versi

*
ogni giorno sgrano
per le mie figlie un melograno
ne raccolgo le perle in due ciotole
mentre osservano impazienti
Ripro qui una poe dal poe casa gen con dall’autricee imparano a contare

dalla sezione: sulla mano e sugli scontrini

*
scrivo sugli scontrini della spesa
al rosso dei semafori
sulla mano mentre parlo
sui bordi bianchi del giornale
mentre aspetto il pulmino delle bimbe

poi metto tutto insieme
e questo mi risana
metto un po' d'ordine
taglio elimino
come passasse il camion
della nettezza urbana

dal poemetto: casa doce casa

*

È una fatica
restare sensibili alla luminosità debole.
Il peso è enorme per palpebre così sottili
quasi trasparenti — quasi a offrire l’occhio
invece che a proteggerlo
eccitarlo alla sensibilità della presenza
continua e dilatante della luce.
L’impalcatura della palpebra è un aquilone
e l’aria di tutte le ombre
lo spinge verso la sera
a essere membrana che allaccia
il nostro buio a quello della notte.
La mia casa
è una casa
in cui nessuno
si sente a casa
un avanzato stato di imbarazzo che a spirale
avvolge e fa rabbrividire — come a custodire
una reazione naturale del corpo
quando null’altro lo sostiene
nel suo essere solo.

Bacio stancamente ogni angolo e ogni spigolo come un rito a imbonire divinità iraconde indifferenti e permalose a seconda della Luna e del ciclo mestruale: sangue intatto scampato al sacrificio per sgocciolare devoto lungo i corridoi d’entrata.

La mia casa
è una casa
in cui nessuno
si sente a casa
c’è una stanza che si sta costruendo da se
di mattoni rosicchiati e scaglie di marna
di parole avanzate — cementate a scintille
e impazienza e mancanza di cura.
È una stanza circolare o forse
ovale e c’è anche un angolo
che regge la smania del fondopagina
pochi istanti prima di girarla
di leggerci la cicatrice del desiderio di un evento
anche assurdo o grottesco o drammatico
o anche solo desolato:

uno spostamento d’asse
una furia di cambiamento
una ribellione di geografie
manie di possesso
chiusure spalancate e altri ossimori
qualcosa – dentro.
Io la guardiana — io la custode – io resa insana.

Per te che esci
e per te che torni
la casa non sarà mai più la stessa
sbatte la porta giorno e notte allo stipite scheggiato
tu che entri al mio fuggire
tu che esci alla mia attesa.

Fisso la geografia che porto tatuata sotto la pianta dei piedi sullo zerbino d’ingresso.
La gatta lascia una pantegana in dono alla soglia.
Dalla soglia della mia casa lancio un osso al cane.



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