Antonella Anedda - La Mia Poesia

La Mia Poesia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Antonella Anedda

Antonella Anedda
E' nata a Roma nel 1958, ed è poeta e saggista. Si è laureata in storia dell´arte moderna e ottenuto la borsa di studio di Alta cultura presso la Fondazione Cini. Ha insegnato presso l´Università di Siena-Arezzo e presso il Master di Anglistica dell´Università La Sapienza di Roma. Attualmente è docente presso l’Università della Svizzera italiana. Dopo il libro di esordio Residenze invernali (Crocetti, Milano 1992; premio Sinisgalli Opera Prima, premio Diego Valeri, Tratti Poetry prize) ha pubblicato le seguenti sillogi poetiche: Notti di pace occidentale (Donzelli, Roma 1999; premio Montale nel 2000), Il catalogo della gioia (Donzelli, Roma 2003) e Dal balcone del corpo (Mondadori, Milano 2007, vincitore dei premi Dedalus, Dessì e Napoli). Nel 2012 è uscita per Mondadori la raccolta Salva con nome, per la quale le è stato conferito il premio Viareggio-Rèpaci. I suoi versi sono tradotti in varie lingue ed è presente in numerose antologie. Tra i saggi si ricordano: Cosa sono gli anni (Fazi, Roma 1997), La luce delle cose (Feltrinelli, Milano 2000), La lingua disadorna (L’Obliquo, Brescia 2001), Tre stazioni (LietoColle, Faloppio 2003), Come solitudine (2003) e La vita dei dettagli (Feltrinelli, Milano 2009).Traduttrice di poeti classici e moderni, ha curato un’antologia di poesie e di prose di Philippe Jaccottet, Appunti per una semina (Fondazione Piazzolla, Roma 1994) e, sempre di Jaccottet, La parola Russia (Donzelli, Roma 2004); sue traduzioni sono raccolte nel volume Nomi distanti (Empirìa, Roma 1998). Ha collaborato con varie riviste e giornali come "Poesia", "Nuovi Argomenti", "Linea d’ombra", "Il Manifesto". Dal 2011 tiene la rubrica "Isole" sulla rivista online "Doppiozero".
Le Parole
La poesia di Antonella Anedda sa parlare senza sgomento, della solitudine e del gelo, del disagio e della precarietà , riuscendo a curare le ferite e a liberare le parole che per paura tratteniamo dentro.
Il suo rigore essenziale e preciso diventa respiro forte, poesia, specialmente quando nel mondo inquieto di calma apparente, riesce a far intravedere la forza che ci spinge a resistere dall’instabilità dell’esistenza.
Il respiro dei suoi versi, quelli più belli, a volte entrano nel dettaglio sfuggito, allo sguardo,  facendoci sentire  un’altra persona,  capace di rinascere dentro quel modo duro e concreto della nostra adolescenza, che oggi agognatamene ci manca.


Nomi
Qual è la parola per dire che non si hanno più sentimenti
negativi verso chi ti ha ferito?
Perdono, mi hanno risposto. Ma io volevo, al contrario, parlare
del rancore.
Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.
Ogni giorno c’è una parola nuova di cui non ricordo il senso
e il cui suono tintinna un motivo percepito a brani
familiare una volta, ora perduto.
La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,
provo rancore, perdono chi prova rancore, mi perdono?
C’è un alfabeto incomprensibile, un linguaggio dimenticato.
I nomi ruotano privi della loro materia fin dal mattino.
Come chiamare la stoffa bianca che il vento muove davanti
alla vetrata?
Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.
Lei, cioè io, tende a cosa?
Qui so rispondere: tendo alla terza persona
alla grazia sperimentata una volta sola
di un dolore sdoppiato e spinto fuori
poi fissato, ascoltato perfino nello scroscio delle lacrime
ma da un’altra me stessa
capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra.

Giudica tu ora chi parla:
"I nomi la confondono eppure la sua attenzione si è moltiplicata, lo sguardo si è fatto prensile, capace di rischiarare il pensiero: vai verso la morte. E mentre nota la macchia di oleandro contro l’edera ecco il secondo pensiero: come guardare meglio, come raccogliere quel dettato dal silenzio. E mentre resta immobile ecco il terzo, ultimo pensiero: può sopportare la perdita, può non catturare".


L'aria è piena di grida
P
ensi davvero che basti non avere colpe per non essere puniti,
ma tu hai colpe.
L’aria è piena di grida. Sono attaccate ai muri,
basta sfregare leggermente.
Dai mattoni salgono respiri, brandelli di parole.
Ferri di cavalli morti circondano immagini di battaglie
Le trattengono prima che vadano in un futuro senza cornici.
Cosa ci rende tanto crudeli gli uni con gli altri?
Cosa rende alcuni più crudeli di altri?
Le crudeltà subite e poi inghiottite fino a formare una guaina
con aculei sul corpo ferito?
O semplicemente siamo predestinati al male,
e la vita è solo fatta di tregue dove sostiamo
per non odiare e non colpire?

In una stessa terra
S
e ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera -
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

Parla l’abbandono
Quanto profonda scorre la vena dell’abbandono?
Ci sono giorni in cui vaga con il cappotto sul pigiama.
L’infelicità è scandalosa.
È così colpevole che non può avere commerci con il corpo.
Lo guarda con distacco. Si avvolge nel cappotto
e dorme come un feto. Il freddo è benvenuto.
Il corpo è solo un tetto.
Non esistono nomi, né desiderio, né sesso.
“Come lumache” bisbiglia.
Il bavero di pelo copre occhi e orecchie.
Addormentandosi la sua testa fende l’aria
naviga in sogno lungo i cornicioni di pietra.


a Sofia
19,11,1993
D
avvero come adesso, l’ulivo sul balcone
il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo
nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo
quando gli anni saranno rami
per spingere qualcosa senza meta
nelle sere in cui altri
si guarderanno come oggi
nel sonno – nel buio
come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.
Piego il lenzuolo, spengo l’ultima luce.
Lascio che le tue tempie battano piano le coperte
che si genufletta la notte
sul tuo veloce novembre.


Musica
Non sono nobili le cose che nomino in poesia:
stanno sotto il palato, attente, coscienti solo del caldo
ignare della lingua.
Se ascoltano, sentono il moto, l’onda di un’eco
che porta rosse lettere, destini, e un turbine di voci
smarrite – come sempre – in ciò che è cupo e cavo.
Dunque di nuovo dico: alberi – anzi – platani
attirati dall’acqua e sostenuti ai bordi dalle pietre.
Questo sì è difficile: cantarne piano il miracolo
quel peso nella luce, quell’ombra
che s’incrocia col tempo e divampa sull’odore del prato.
Tutto è corpo che l’anima raggiunge con ritardo
ma sfolgora l’autunno in un cantuccio e la parola si forma
con il ritmo che deve: a grumi, a vuoti
a scatti, dentro i secoli.
E non è la musica che dici, ma un rombo di stoviglie, di grandine

che batte contro i muri.

III (da Residenze invernali)
Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l'ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.

Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare.

Torna ai contenuti | Torna al menu