Alberto Toni - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Alberto Toni

foto di Dino Ignani sito www.dinoignani.net
Alberto Toni
E’ nato a Roma nel 1954. Negli anni '80 ha partecipato a numerose letture e ha pubblicato sulle più importanti riviste di poesia: Arsenale, Nuovi Argomenti, Prato Pagano, Tabula (con una prefazione di Amelia Rosselli). Ha esordito in volume con  La chiara immagine (Rossi & Spera 1987, premio speciale opera prima L'isola di Arturo - Elsa Morante). Sono poi seguite altre raccolte, tra cui:  Partenza  (Empirìa 1988);  L'apparizione (Schema Poesia 1992);  Poesie per Patrizia  (Tipografia della Pace 1993);  Dogali  (Empirìa 1997, premio Sandro Penna);  Liturgia delle ore (Jaca Book 1998, premio internazionale Eugenio Montale);  Teatralità dell'atto (Passigli 2004, premio Pier Paolo Pasolini); Mare di dentro, Puntoacapo Editrice 2009; Alla lontana, alla prima luce del mondo, Jaca Book 2009, (finalista Premio Brancati, Premio Camaiore, Premio Dessì); Democrazia, La Vita Felice 2011; Un padre, in Almanacco dello Specchio 2010-2011,  Arnoldo Mondadori Editore . Dal 1984 al 1989 ha collaborato alle pagine culturali di  Paese Sera . La sua poesia, come scrive Alberto Bertoni nell’Almanacco dello Specchio,  Arnoldo Mondadori Editore , 2009, si muove dentro una "radice comune", configurandosi come esperienza di una religiosità laica, dentro gli avvenimenti della storia e un vissuto privato. È anche autore di teatro: Gabriele! Gabriele!, prima rappresentazione al Teatro Politecnico di Roma con la regia di Giuseppe Marini, 1997; del 2003 il monologo in versi Donna su una poltrona rossa, (Editrice Ianua). Ha tradotto, tra gli altri, testi di E. Dickinson, T. S. Eliot, M. Leiris. Scrive di critica letteraria su periodici e quotidiani.
Le Parole
La bellezza che non possiamo possedere ma solo catturare con lo sguardo, misteriosa e inaccessibile è lì: dentro un verso, dentro un tramonto, nel mare impetuoso che ci si muove dentro. La poesia di Alberto Toni è questo ricordo,  questo accesso respinto al suo segreto, questo legno di fortuna, un punto quasi invisibile nel nulla, ma l’unico che ci può ancora sorreggere e salvare.


da: Alla lontana, alla prima luce del mondo (Jaca Book, 2009)

La fonte
C
he altro desiderare se non lo sguardo
di matrona regina, infernale alla fonte?
Non risponde a nessuno, ma si volta
a cercare il bersaglio per trafiggere
a caccia di amori da consumare in fretta.
Più che matrona sembra la porta
dell’Aldilà, bocca feroce di profumo
di selva. O la Ninfa vedesse e si riducono
certi uomini raggianti alla politica
e vincitori quando impastano la bocca
di promesse segrete e perfide!
Applaudono al teatro i tragici
e loro ne sono specchio fedele,
inconsapevoli della verità.
Morti resuscitati al varietà
e le speranze tradite di chi ha riposto fiducia
nei loro discorsi. Amore sale in cima
al colle per guardare la città dall’alto,
che possedere la coppa di vino degli amanti,
l’arte musiva, il cenacolo della poesia,
gli eventi e le faville, i letti caldi e accoglienti
nella notte invernale. Il suo profilo
di pietra è stampato sulle statue gloriose,
i cani vi trovano riparo, i ladri fuggono
inseguiti da sogni di riscatto, il pianto
alla fonte illuminata dalla luna piena.

dall'Almanacco dello Specchio ( Mondadori , 2009)

Un padre
a prima vista dimenticato.
La foto da ragazzo, il fisico
agile, un nuotatore. E sullo
sfondo quelle vaghe rovine,
quell’ansia d’altri tempi,
un fiato appena di novità
nello sguardo. La città dei
sogni, l’alta guardia che
spezza in due il giorno, rifà
tesoro della giovinezza. Cos’era,
se non scendere piano piano
nella strada, con gli altri a un turbine di sguardi?

da: Mare di dentro (puntoacapo, 2009)

1
Abbi fede. Tieni in vita la conchiglia
e il sasso
per me qui rinchiuso in città. Ti vedo
sparire di tanto in tanto, poi torni
con un nuovo messaggio di sole

2
Giunsi al duetto preparato, con l’onda
di folla
i remi abbandonati sull’acqua ferma.
La testa, niente di nuovo, io fermo
nell’insenatura senza pensieri. Io fermo
ad aspettare che la notte mi portasse consiglio.
E l’acqua ancora ferma e stagnante,
il caldo afoso e nessuno con cui parlare.

3
Piove a dirotto e là sullo scoglio
dei miei segreti c’è tutta la solitudine
del mare. Sì eccomi piccolo e solo
mentre mi giri intorno, amore. Sai
la fatica delle parole che ritornano
a frotte nei giorni della conta e del
destino segnato. Inseguo l’altra faccia
della medaglia, la lieve incrinatura
del legno.

4
Prendi, prendi la mia mano,
è scivolata e non so più dove
potrò rifugiarmi. La mia mano,
potresti darmi un legno
di fortuna,
contenere la mia paura.

da: Democrazia (La vita felice, 2011)

1.

Hai un’idea dei morti? Il bollettino dell’una dovrebbe già parlarne.
Vuoi che in un’ora li contino tutti?
Non lo riveleranno mai, credi a me, mai.
Uno almeno di quei bestioni lo avranno abbattuto?

                      Beppe Fenoglio, Primavera di bellezza


Mettiamo che qualcuno sorprenda
il volo degli uccelli, il cielo, stizzito,
stremato, come le altre cose, una
corazza, carcassa a tenere il giubilo,
la fine dell’offensiva.

All’inizio sembrava il colore più certo,
un cremisi, ma adunco nel becco, o
un opale come l’ala o una soltanto
delle due. Di sotto, la sciarpa al vento,
il berretto.

Una vittoria, nelle strade non c’era
più quell’odore di stantio, rimanevano
a braccia aperte, una protesta, un’idea
finalmente qui scriviamo la parola
buona.

La bontà dedicata all’eroe nell’atto
supremo, il figlio che ritrova il padre,
con lui scrive la legge, la ritaglia a
misura d’uomo, come non mai, una
fonte.

La legge scritta, ma prima ancora
quell’idea di proteggersi,  alla luce,
prima ancora sorreggersi e poi per
gli altri rimasti indietro nella truppa,
radi.

Nel fango, esterrefatti, andiamo
a raccoglierli, vuoi vedere la mia
giacca a brandelli e ciò che resta
come in un museo di solitudine
e di guerra?

A turno, la parola, da nord a sud
in assemblea, anche le madri, ciò
che resta in un giorno qualsiasi
in una primavera appena cominciata
e bella.

Pulire la strada, rassettare, prendere
la parola, perderla, dividere, tacere,
il tonfo, la gamba che fa male, ora
mi fermo e ascolto, ora che tutto è
deciso.

Quando scende la notte sui tetti e
tutto è fermo, lì non basta, non
serve, non altro spirito che fermare
la diaspora e scendere a patti in
ombra.

L’ombra, così che dai raccolti non
sembri imminente il dolore raccolto
in conversazioni interminabili. C’è
ancora tempo, anche il braccio fa
male.

E’ soltanto un’abrasione, la fronte
scotta, qualcuno è fuggito, difficile
riprenderlo, poco importa, succede
spesso e il cielo è livido, forse sa
di noi.

Qualcuno diceva che la salvezza
ha bisogno del fuoco, le madri
in gesti di stizza verso i soldati
che non capiscono. Dentro la
tenda il puzzo è insopportabile.

Urina e filamenti di tabacco,
tentennamenti un sonno che
non ha fine, senza sogni particolari,
la scala per il paradiso, a questo
nessuno ha pensato.

Il grido sulla collina, nessuno è
salito per guardare, potresti dirmi
quanto manca alla stazione, ai
collegamenti, agli incroci, prima
che sia tardi?

I cartelli lo dicono chiaro: qui
nessuno può pensare che la  divisione
dei compiti sia eludibile, si tratta di
mettersi d’accordo tra le lacrime degli esclusi e i
giochi solari dei bambini, quelli, sì, sono veri.

L’acqua scarseggia, allora qualcuno diceva
di tirare a sorte, ma i più non hanno risposto.
Vedi di non restare indietro con i conti, ne
va della sopravvivenza se vogliamo essere
credibili.

Bussa alla porta la carta
vincente. Domani ci spostiamo,
ma è l’assemblea in ultimo che
decide, i malati non saranno un
problema.

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