Alberto Masala - La Mia Poesia

La Mia Poesia

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Alberto Masala

Alberto Masala
Sardo, vive a Bologna. Poeta e traduttore, agisce in contesto internazionale nei principali luoghi della poesia e dell'arte. Da anni sperimenta in concerto con musicisti di varie provenienze. Nella scrittura usa diverse lingue. Pubblica in Italia, USA, Francia. È in raccolte e antologie in Italia, Francia, Spagna, Germania, Ungheria, Russia, Albania, Bosnia, USA, Iraq. Ha tradotto Jack Kerouac, Judith Malina, Lawrence Ferlinghetti, Serge Pey, Peppinu Mereu. Ha diretto progetti d'arte in Europa (Berlino, Amsterdam, Salonicco, Bologna, Asuni). Nel suo percorso anche performance, teatro, cinema, radio (a RAI Radio3, per Storyville, ha curato le serie su Tom Waits e Allen Ginsberg. Bibliografia essenziale
. per Joseph Beuys con R. Barbanti, L. Bolognesi, A. Roca. Montanari,
1998
. Mediterranea con le foto di Massimo Golfieri. Il Maestrale,
2000.
. Proveniamo da estremi (libro+CD) con Fabiola Ledda e Antonio Are. Erosha/ETL
2002
. TALIBAN, i trentadue precetti per le donne, ETL,
2001.
- Bilingual edition translated from the Italian by Jack Hirschman and Raffaella Marzano.
- ETL/Suoninversi (seconda ed. 2007, terza ed. 2012).
- Traduit de l’italien par Ambre Murard. France. N&B éditions,
2003.
. In the Executioner’s house, Transl. by J. Hirschman, Berkeley, USA: C.C. Marimbo, 2003
. Geometrie di libertà, Con Luca Panzavolta e Antonio Barocci. ZONA,
2004.
. Alfabeto di strade (ed altre vite), il Maestrale 2009 - (2^ ed. 2011)
. Paesaggi d'Autore, racconti brevi con Marcello Fois. Diabasis 2010
. Geometrie di libertà - terza scrittura,
saggio con A. Giammei e M. D'Amico. Il Maestrale 2012
. Alphabet of the Streets (and Other Lives). Transl. by Jonathan Richman, J. Hirschman
   and Giada Diano. In  uscita negli USA (2013).
. Ha composto l'opera jazz Mercy Mercy Mercy scrivendo anche le ritmiche e gli
  andamenti. (Produzione originale per Santannarresi  jazz 2011).
Le Parole
La poesia per Alberto Masala è la ragione della differenza, è il grido che s’infrange contro le barriere ipocrite del senso comune.
E’ La voce che apre gli spazi ai lati inespressi del disagio, del sogno, della banalità travolgente del male.
Il ritmo, la testimonianza che la sua lirica possiede, fa respirare una libertà nuova, che  ci fa riconoscere e scegliere di vivere in amicizia con gli altri che sono diversi e soli.


Poesie

A Pier Paolo Pasolini

In ricordo di Carlo Giuliani, Francesco Lorusso,
Giorgiana Masi, Federico Aldrovandi, Stefano
Cucchi…

Quaggiù nell’assenza dei poeti
in queste strade a loro sconosciute
mi sto adattando agli ultimi presagi
.
Solo. F
inisco i versi. Ascolta il suono…
il grido del nemico nell’orecchio.

Ascolta… guarda…
quando evoca i riflessi di tragedie
non ha colpe lo sguardo…

Quaggiù nell’assenza dei poeti
il potere è vigliacco nella storia.
Poliziotti che corrono sfrenati
senza una pausa, per frenesia infinita.

Che vista hanno negli occhi?
Da dove sono nati? Hanno una madre?
Tu ne cantavi la semplicità.
Dimmi… lo chiedo a te…

La povertà
ne malediva le
generazioni, tu
li chiamavi
ragazzi
con accorata tenerezza cieca.

La rabbia è la paura di miseria…
È soggezione d’ignoranza…


Cresciuti in spazi stretti
nel nulla imprigionato che si scontra
con le pareti del suo stesso nulla,
costretti in repressioni familiari
di città epilettiche e razziste,
di dottrina dell'ordine e bisogno,
di religione e fanatismo ostile.
La radice cristiana mai estirpata
in loro sta, pietrificata, inerte.

Hanno avuto una madre?

Madri vili…
i volti modellati da un destino
che così può sfamare le apparenze
del giudizio che avanza confortante
e che valuta e impone la misura.

Madri mediocri…
i volti oppressi, addestrati a ubbidire,
a spostare all'indietro le parole,
soffocare l'urgenza di irruzioni
ed espellere i resti dell’amore.

Madri servili…
Volti d'argilla, quando il tempo è un velo
che acceca nella triste assuefazione
la noncuranza per chi è condannato
o sia infettato da un semplice male.

Madri feroci…
Volti domati, schierati sullo sfondo
della scena, tra squilli di fanfare,
che ripetono insulti ad alta voce
e sparano agli estranei, e invocano la legge.


Vili, mediocri, servi…   feroci
i loro figli colpiscono altri figli
come orda di bestie
come branco famelico che sbrana
ogni preda isolata.

Quando vanno trionfanti a devastare
saziati dalla loro stessa lingua
livida di fascismo e manganello...
domandati che madri abbiano avuto.

Qui ancora ci illudiamo in ribellioni
bisbigliando la stessa cantilena
con litanie imprudenti, che da anni
cominciamo da capo all’infinito
mentre qualcosa di finale pesa,
risuona e batte sulla città Superba
a cui lavarsi non pulirà le tracce.
Il suo paesaggio ne riascolta il suono
Genova, incancellabile per sempre.

Qui non ho vie di fuga: resto
visibile…
  evidente…   differenza…
Ancora non ci siamo allontanati.
Il mio scrivere si getta sulla vita.

Vengo dalla terra di Gramsci.
Proprio lui ci ha insegnato che la lotta
può somigliare alla felicità
e l’incertezza rivoluzionaria
ci nutre i dubbi dell’intelligenza.

Oggi
è coperta di sale questa terra
dove anche gli operai
si son fatti traditi e traditori.

Quaggiù, nell’assenza dei poeti
resto, sospinto da inverse traiettorie.
Un poeta bastardo, o con la schiena rotta,
non si riscalda al loro conformismo.
Resto: sebbene quel pensiero ti abbia ucciso
uccidendoti ancora.

Nel tribunale
col crocefisso della legge al muro
lo chiameranno
equivoco, il futuro.


Bologna, 19 ottobre 2012


da Alfabeto di strade (ed altre vite), il Maestrale 2009

siamo pronti a parlare perché…

noi abbiamo rifiutato l'accoglienza
noi trascuriamo le necessità
noi siamo stati accusati di sperare
noi siamo stati tentati/provocati
noi abbiamo segnali stabili
interfacce in collegamento col sangue
distinguiamo le voci e le tonalità nello scenario di tranelli subliminali
negli intervalli dell'informazione ascoltiamo parole senza ritorno
trasportiamo il cervello dissidente dentro la realtà dei prigionieri
e speriamo che non abbiano prove sufficienti
volentieri ammettiamo poesia e profezia
ma divinare non riguarda dio
ma conosciamo le frontiere da passare
dove si vende identità a basso prezzo
dove i relitti poetici sbiaditi mi hanno contagiato di noia
noia mortale con forti conseguenze
ma non sappiamo mantenere separata la passione
corpo
non ti abbandono corpo
neanche quando
mi sovrappesi sulla propria essenza

ma continuiamo
ma continuiamo

e viviamo la responsabilità di amare
e non ci manca amore sconfinato
anche se nessuno ci conforta
anche se saremo scoloriti di fatica

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

imitando l’abilità delle bestie
il passo spaventato di un animale braccato
il silenzio di preda
perché non crediamo alla chiamata

ma continuiamo

perché non mutano dinamiche assassine:
perché il fascismo ha violenza che conosci
perché mangia sputando
morde dissennato
vomita bile
mastica veleno
argomentando emana trascendenza
o sibilando mostra autorità
quel periodico nodo/dove stringe
non tollera esclusione
ed è tutto già pronto
condanne carcere e catene
ed anche la tragedia ripetuta
e dover obbedire

ma continuiamo
ma continuiamo

perché paghiamo ricordando

ma continuiamo

perché cerchiamo di non stare senza fiato

ma continuiamo

perché chiunque ci potrebbe rifiutare immunità

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

e qui vedere la differenza

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

ed è la strada per tornare nel deserto

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

e andiamo
ancora
perdendo
queste
parole

febbraio ‘97



A Gilberto Centi



"Una cosa sola era certa, perché inequivocabile: eravamo giovani.
Per il resto di noi risultava soltanto la pervicace proiezione mentale dei Vecchi Geometri del Tempo circa una condizione estranea che credendo di capire si ostinavano a spiegare. Poi dal fastidio passai al sorriso.
Ci 'pedinavano' annotando i nostri 'segnali' che diventavano dissertazioni sulle terze pagine e gli special televisivi. Ci definivano per possederci e nell'ovvia impossibilità della riuscita, come defraudati, caparbiamente si avventuravano in zone intravviste solo dall'aereo. Così quando scendevano e si inoltravano in piazze, strade e vicoli perdevano l'orientamento, aggravando il loro stato confusionale, utilizzando le sole mappe in loro possesso: quelle 'fuori corso' del loro tempo.
Così mostravano a noi quel che non eravamo, irriconoscibili, con radi agganci alla realtà, complessivamente stravolta.
Talmente lontani non se ne accorgevano. Nella convinzione non dico d'averci sfiorato ma d'essersi calati in un'età dell'Oro e del Buio che non gli apparteneva. Eravamo un colorito allarme avanzante, con suddivisioni manichee neanche tra buoni e cattivi.
Leggevano in aramaico quando noi scrivevamo in cirillico."


(Gilberto Centi, 1995)







tu ci hai lasciato un segno
e non andrà perduto *


la sera sta indossando veloce
una notte già insonne
trascinando nel naufragio di una luce
fissa e televisiva
i nostri occhi offesi

amico mio
non ti porto notizie confortanti
avevi visto giusto
purtroppo l'ipnosi ha funzionato
e non gli basta catturarci vivi
vogliono farci scrivere
e perfino cantare come loro

le finestre sprangate
tutte le chiese aperte e funzionanti
le strade chiuse tutti i ponti crollati
i matti ritornati nelle gabbie
ed attorno i turisti
della democrazia

resta qualche sperduto dissidente
una scintilla estranea
un fuoco che rifiuta l'invito
e si muove infiammando con spinta irriverente
intimiditi incendi inadempiuti

già consumati in fretta
troppo in fretta


e la città li vide
ma non ne riconobbe il passo



questa città si assonna si abitua si distrae
e va con la sua solita prudenza
o contrasta e contrae
con l'angoscia di peste
che vorrebbe da sempre allontanare
in cerimonie di dimenticanza
come con te... lo sai... o con Patrizia...

ogni particolare è già previsto:
distendendo catrame sui sentieri
li si trasforma facilmente in strade
e tutto scorre via nelle cloache
senza infangare chiese né vetrine

dunque la patria è questa?
un feroce paesaggio inospitale
che confonde impunito i suoi ricordi sfuocandone le orme
che li conserva come sedimenti con strati di menzogna
sempre dimenticando e sottraendo
finché con la realtà
ne inghiotte anche le tracce più innocenti

dunque la patria è questa?
non la nostra Gilberto
in tempo l'avevamo restituita
scandendo
le parole ad una ad una
scampando alla sua scena
a quel ritmo automatico incalzante
al frastuono assordante dell'orchestra

questa città si applaude
nel suo stesso teatro d'ovvietà
mangia la propria morte
e non smette di urlare novità
sfidando anche la nausea e questa
nebbia
annusa... senti? puzza di carogna



se non ci sarà altro da ingoiare
mangeranno la nostra biografia
hanno già cominciato...


addestrati a lanciarci nell'amore
attaccavamo sempre corpo a corpo
però non sapevamo prevedere
l'urto del paradosso armato
che non lasciava trasformare in sogni
i nostri tentativi di coscienza.
E loro combattevano per soldi...


vi prego - disse - non soffiate
a me piace tenere il passo incerto
farmi ubriaco e le certezze
trattenere in lisergico equilibrio
aggrappate alle corde dei miei dubbi


la verità che ci abita lo sguardo
è negli occhi sbarrati sugli abissi
mentre l'affanno che ci crepa il cuore
accumula ossessione di distanza
il dolore che spezza lo taciamo
oppure lo chiamiamo volontà
per vicinanza per assimilazione


ma tu piuttosto... dimmi...

la morte
è quel trasloco triste dalla forma
alla composizione di una fine
dove andiamo a raggiungere dei nomi?

lo so, lo so...
oltre non si fanno progetti
ma...
dove avviene il congedo?
in quale fine necessaria? in che teatro?

infine:
noi sognamo la morte...
ma la morte... ci sogna?


7/09/07






* il messaggio nella segreteria telefonica di Gilberto diceva:
"Seiquattro quattrootto cinquecentotrentuno. Lascia un segno. Non andrà perduto".



Prose liriche


da Mediterranea Il Maestrale, 2000

Cagliari


Discendo dalla nave in un archeologico mattino di sole di settembre di fronte al cieco arrampicarsi saldamente di Castello in questo impassibile geografico ideale.
Siamo arrivati e da qui finalmente osserviamo lontano.

Cagliari, ora noi siamo mattina insieme, a quella stessa distanza dal sole dove le voci si staccano cercando altre forze, altre ragioni per assorbire altra vita in un forsennato ed indolente battersi a morte anche nei passi abituali stanchi di cosa troveranno dopo.

Partiamo deportando queste salde visioni perché conviene seguire l’andatura andando nei luoghi inaccessibili dove l’intelligenza è ben nascosta.
Torniamo avendo dimostrato l’inganno di una nebbia piena di gente dove nemmeno agli animali permettono di correre.

Dimmi come ingoiare questa lingua di partenze.
Il s’agit de l’exile, l’odiosa ingiuria che diventa coraggio di non subire mortificazioni per poche Italian lire maledette.


Attenta, Cagliari... attenta...

non credere a quest’uomo quando cammina pronunciando parole da europeo

è così che alimenta un avvoltoio


non credere a quest’uomo quando cammina attraversando campi di guerra

è così che alimenta un avvoltoio


non credere a quest’uomo quando cammina descrivendo la storia... acuta... dolorosa... eccetera...

è così che alimenta un avvoltoio


non credere a quest’uomo quando cammina dalle nostre parti ariano armato di dei bianchi

è così che alimenta un avvoltoio

non credere a quest’uomo che innalza case inabitabili da cui esce raramente

è così che alimenta un avvoltoio


non credere a quest’uomo che ha trapiantato ai nostri padri polmoni di miniera

è così che alimenta un avvoltoio


non credere a quest’uomo che ti ha costretto alla lingua e alla parola di un padrone

è così che alimenta un avvoltoio

pero cuando se atreven a olvidar che vacillando da generazioni facendo dondolare conoscenza e corpo noi sappiamo ballare queste danze che cominciano sempre progettando forti simboli di pietra duratura in strade immaginarie costruite in un tempo illuminato che sono dove a volte ansimando ci rechiamo e dove solo il ritmo ci trattiene e da dove sempre ritorniamo a restituirci la nostra sorte traboccanti di sogni descritti in ogni vento


che il vento ha stabilito di voler allontanare


è per diversità che si resiste
ma non ci sono appigli di realtà

solo di volontà

nasciamo in minoranza
ma si possiede amore


Vieni qui

A contemplare il passaggio dei secoli sulla costa

le massicce distese di interminabili scogliere di roccia levigata o scritta in geroglifici di pietra e sabbia bianca e l’acqua limpida anche sotto e in fondo palme lontane e sottili come dita di una mano di sabbia che indica orizzonti fino al mare



Vieni qui

dove anche le voci hanno radici e prendono colore

le voci religiose delle donne anziane avvolte in un oscuro canto sacro e divinante che incombe di grandezza frantumata che da sempre appartiene a quella casa che ho da sempre abitato e abbandonato



Vieni qui
ritornando d’estate

e ritrovando irrequietezza di monotonia che suona come musica di mosche
vorrebbe urlare pietre quel silenzio



vieni e guarda disperdere la notte

guarda questo infinito che attraversa l’aria rendendo impersonale anche il tuo corpo come tempo di nebbia


e la boscaglia e le montagne con sopra la foresta e mirto e corbezzolo, e le aride terre di colline basse spinose e spaccate d’estate, dolci da pascolare in primavera, oltre le quali vigneti curati ed oliveti, ed eucaliptus, e caldo di elicriso e sabbia rossa soffocante nel vento che la porta dal deserto, e asfodeli e ginestre lungo il fiume o piuttosto un rigagnolo svogliato che nella sua incurabile insonnia filtra come un serpente fra le pietre per morire ogni giorno di più fino alla prossima pioggia che ci riporterà l’odore forte della terra.

ma sempre si ritorna in questa terra
e qui si persiste nel cammino


E i rigorosi resoconti dell’origine dovranno in eterno ricordare ogni carestia e sbarre e la catena romana, spagnola, italiana, araba, americana...



Nel mio mediterraneo non ci sono vincitori



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